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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 2007

Long Play – Giuliano Palma & The Bluebeaters (V2, 2005)

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Se lo ska è stato protagonista negli ultimi sette-otto anni di uno sdoganamento che nel nostro paese ha avuto prima d’oggi pochi precedenti – diventando soprattutto tra i giovani una musica buona per tutte le stagioni e tutti i luoghi: dai club a Mtv, passando per le Feste de l’Unità – il merito (o se preferite la colpa) è anche di Giuliano Palma & The Bluebaters. Nel 1999 con le rivisitazioni di brani famosi del best-seller “The Album” trovarono la formula (valida poi anche per altri gruppi)  capace di aprire tante porte ad un genere che fino a quel momento aveva avuto un seguito medio-basso, riuscendo a guadagnarsi un pubblico quantomai fedele che li segue ancora oggi nei loro tour (quasi) senza fine.

Long playing” non fa altro che continuare il discorso intrapreso, e se da un lato rispetto al suo predecessore perde qualcosina in freschezza, dall’altro rinverdisce decisamente il repertorio, che questa volta punta gran parte della propria attenzione “rivisitatoria” sul rock (inteso in senso molto lato). La voce morbida di Palma e il solito gusto demodè degli arrangiamenti (a cui corrisponde l’altrettanto stilosa eleganza della confezione del disco) coinvolgono sia i Kiss più cantabili di Hard Luck Woman che i Queen di You’re my best friend, ma anche Sweet revenge di Joe Strummer (a cui è dedicato l’intero lavoro) e Jealous guy di Lennon.

Non mancano comunque interpretazioni di brani più vicini alla originaria sensibilità ska: oltre ad una nuova escursione nei territori di Marley o dintorni (Shame and scandal è di Peter Tosh & The Wailers e qui viene cantata da Bunna), troviamo alla traccia sette una bella versione di Danger in your eyes di John Holt e alla ventuno Renegade di Duke Arthur Ried; mentre è affidata alla contiana Messico e nuvole il ruolo di traino che fu della fortunatissima cover di “Che cosa c’è”.
Ancora una volta nulla da dire sull’incessante lavoro dei fiati, sempre capaci di trovare soluzioni fantasiose e coinvolgenti (anche insieme all’organo di Mr Peter Truffa, alla sua prima presenza su disco ma dal vivo già a lungo in formazione), e in generale sulla prestazione di un combo ormai del tutto rodato che riesce ad unire qualità e varietà di spunti. Qualche dubbio invece sorge sulla lunghezza eccessiva dell’operazione (ben ventidue tracce per settantasette minuti di musica) che arrivata al suo terzo capitolo ha sempre di più la parvenza di un juke-box in levare, ben suonato e ben cantato ma privo di quella compiutezza rintracciabile nelle atmosfere festaiole dei concerti.

Voto: 6.2
Brani migliori: Danger in your eyes.

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Live in Blu – Max Manfredi (Storie di Note, 2004)

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La Genova dei carruggi zeppi di disperati, il mediterraneo mitico di “Creuza de ma”: è da qui che Max Manfredi parte per il suo variegatissimo viaggio musical-letterario. Sembra banale dirlo ma Manfredi non sarebbe lo stesso se prima di lui non ci fosse stato Fabrizio De Andrè. Quello del compianto cantautore genovese è un riferimento sicuramente ingombrante – a partire dalla somiglianza fra le due voci – ma è anche una presenza vitale, perché se è vero che da lì Manfredi parte è sempre da lì che Manfredi si distacca. Le sue canzoni vivono di uno stile personalissimo, che rielabora l’insegnamento di De Andrè anche attraverso l’incontro di numerose influenze.

Live in blu riepiloga ciò che Manfredi ha fatto fino ad oggi nei suoi tre (introvabili) dischi e le tracce dell’album evidenziano bene quanto detto prima. L’inizio con La fiera della Maddalena è quasi una dichiarazione di deandreiana genovesità (Mi sono trovato sveglio con il lichene nei miei capelli), ma poi Via G. Byron, poeta (premio Recanati nel 1989) mescola il jazz ai surreali deliri di Queneau e Bukowski. La ballata degli otto topi fa incontrare il cabaret acido di Kurt Weill con l’invettiva sociale de “Le nuvole”; Molo dei greci invece smitizza gli spazi di “Creuza de ma”, inquinati come sono dall’avanzare inarrestabile degli oggetti del commercio (ci trovi gli aironi che volteggian tra i rimorchiatori, più morti che vivi).

Sono gli oggetti – le cose di ogni giorno riutilizzate letterariamente – a caratterizzare la poetica sghemba di Max Manfredi. Ce ne sono dappertutto: nella sensualità di una figura femminile (il tuo Lancome stanotte farà un lago), nelle descrizioni lirico-paradossali di paesaggi (“il mare nei giorni di pioggia / è un brivido di stagnola / ci nuotano i cocktail di scampi”) o di situazioni amare e assurde (La USL non passa l’amore); esaltati da gustosi giochi di parole o descritti come solo il Pavese di “Lavorare stanca” sapeva fare (Tabarca, capolavoro dell’album).
Vista la tanta perizia con la penna in mano sarebbe molto interessante – come già fece nel 1994 con “Il libro di Limerick”, anche questo ormai introvabile – vedere di nuovo Max Manfredi alla prese con una pagina bianca. Intanto le sue parole stanno su un fado, su un rebetico, o su una ballata dal sapore tex-mex; vanno in giro guidate dal caso e dall’odore delle donne nei bordelli. Genova è malata ma si fa ancora amare. E’ comunque un bel sentire, Fabrizio lo accompagna.

Voto: 8.3
Brani migliori: La fiera della Maddalena, La ballata degli otto topi, Tabarca.

Written by Luca

29/12/2007 at 14:54

lecosedaevitare – Il Vortice (Wild Flowers/Ethnoworld, 2005)

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Il Vortice esordisce ufficialmente con lecosedaevitare a due anni di distanza dal primo demo, un periodo di sedimentazione piuttosto corto soprattutto se si è alle prese con un’estetica – il rumore chitarristico dei Sonic Youth più l’appeal poetico-teatrale dei primi Marlene – che concede con fatica nuove possibili alternative a sé stessa.
Il suono del gruppo campano mischia noise e melodia, lunghi strascichi strumentali e fulminee accelerazioni al limite dell’hard. Ma non si ferma alla “bella coppia” di sopra e abbraccia anche le rotte di Motorpsycho e Verdena e alcune manieristiche escursioni post (alla Mogwai o giù di lì: vedasi Aurora). Sono tutte influenze che però non aiutano a trovare quella boccata d’aria necessaria per non fare risultare il lavoro del gruppo solo come una serie di notevoli calchi.
Ci sembrano infatti proprio questo le canzoni del disco, tutte ben suonate e sottoposti ad una cura appassionata per quanto riguarda testi e arrangiamenti, ma anche eccessivamente prevedibili nelle strutture. Si indovina quasi da subito dove sarà il cambio di ritmo de Il senso o l’esplosione sonica di Fuliggine, o un certo breve climax volto ad ingrossare il muro delle chitarre (come in Errore #2). Ovvio è anche  il cantato di Michele De Finis, che non risparmia qualche interpretazione a dire il vero esageratamente eccentrica.

In altre tracce si cercano nuove soluzioni, a cui però il più delle volte andrebbe aggiustato in parte o del tutto il tiro (magari per mano di un produttore esterno e più esperto). Succede per Qualcosa che rimane, recitativo dov’è meritata l’equiparazione ai Massimo Volume ma solo per la parte musicale (la voce risulta dispersa e inespressiva); e così per Cane di pezza, dove tra rumorismi e contrasti vuoto/pieno si cerca un effetto “drammatizzante” che rimane purtroppo tale, fine a sé stesso e incompiuto. Ci soddisfa invece di più Cose da evitare, dove i canonici basso-batteria-chitarra fanno strada a pennellate di rhodes volatili e scoordinati che creano una particella sonora da cui avremmo voluto veder scaturire una canzone piuttosto che uno strumentale semi-irrisolto.
Magre conclusioni però per un esordio che alla fine dei conti dà l’impressione di essere poco meditato – o forse al contrario pensato all’eccesso, ma solo strettamente all’interno del gruppo – e non riesce a trovare una propria risposta a quegli stimoli che tra New York e Cuneo furono messi in circolo ormai più di dieci anni fa.

Voto: 4.7

Written by Luca

29/12/2007 at 10:15

Live: Andrea Chimenti – Casa 139 di Milano, 8/2/2005

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Non è ancora tempo per le canzoni di Vietato Morire, ultima fatica in studio che Andrea Chimenti porterà in concerto da marzo. Alla Casa 139 l’ex voce dei Moda propone la sua personalissima rilettura cantata dei versi di Giuseppe Ungaretti, quel Porto Sepolto che discograficamente parlando è stato uno dei suoi più difficili “contatti” con la letteratura e anche uno dei meglio riusciti. Ma l’album era solo un estratto dell’intera performance (le canzoni arrangiate per archi, pianoforte e chitarra); dal vivo le poesie cantate di Ungaretti incontrano le parole di Tolstoj, Pascoli e Buzzati. Ne risulta uno spettacolo denso e dilatato, il cui tono meditativo non è inquinato dalla voluta brevità del tutto; uno spettacolo che ripaga abbondantemente l’attenzione richiesta, anche solo per il valore letterario dei singoli episodi o per la qualità della proposta musicale – dicasi del solito supereclettico Massimo Fantoni alle chitarre e delle notevoli qualità d’interprete/attore di Chimenti. 
Così proposto nella sua versione allargata, Il Porto Sepolto diventa un’indagine tutta interiore sul fallimento e sulla rinascita, in cui alla consapevolezza della sconfitta rispondono i canti d’immenso di Ungaretti. La sconfitta è raccontata con le parole de La confessione di Lev Tolstoj – lancinante ammissione dell’impossibilità della scienza di risolvere i misteri della vita – e con la disincantata vicenda di Giovanni Drogo nel Deserto dei Tartari di Buzzati. La rinascita – i primi versi dell’ungarettiana Vanità: “d’improvviso / è alto / sulle macerie / il  limpido / stupore / dell’immensità – arriva inattesa e imprevedibile, anticipata dal dolore del fallimento e dall’accettazione di esso. I due aspetti complementari dialogano e si alternano continuamente lungo il percorso artistico senza una reale soluzione. Alla fine, ad emergere tra il dolore e la luce, è un “tarlo che lavora (Il libro, da Pascoli), l’inestinguibile sete di verità dell’uomo che Andrea Chimenti nel Porto Sepolto sa cantare come pochi altri. E’ grazie a lui e a spettacoli come questo che ci si sente, a volte, “ubriachi d’universo.

Written by Luca

28/12/2007 at 18:52

Litania – Giovanni Lindo Ferretti & Ambrogio Sparagna (Baracca e Burattini/Edel, 2004)

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Giovanni Lindo Ferretti prima o poi un disco così lo doveva fare. Ce n’erano tutti i segnali nel suo percorso artistico. Un buon manipolo di canzoni che potremmo riduttivamente chiamare spirituali (tra cui Madre, Intimisto, Paxo de Jerusalem qui riprese); una sempre maggiore ieraticità nell’approccio al canto e nella postura sul palco – ritto, scarno, essenziale -; uno stile di scrittura a volte accostabile alle mistiche ripetizioni mantra o a certe giaculatorie popolari; una crescente attrazione verso l’espressività religiosa, cristiana e non (“Gobi” in “Tabula rasa elettrificata”, “Libera me Domine” e la splendida “Veni Creator Spiritus” nel live “Montesole”). Insomma un’operazione come Litania, di recupero e riproposizione del repertorio liturgico e tradizionale cattolico, Ferretti sembrava la stesse ricercando da tempo. L’incontro con Ambrogio Sparagna e la sua arte preziosa è stato allora fatale e ciò che ne è uscito – nonostante una certa difficoltà ai primi ascolti – è un disco imperdibile.

Litania, va detto, non è solamente recupero filologico. Basta ascoltare cosa premette con molta franchezza Ferretti in apertura dello spettacolo («quello a cui assisterete non è uno spettacolo, è una preghiera, nella nostra intenzione e spero anche nella vostra») e basta ascoltare il disco, non un revival serioso e sterile, ma un canto mistico di invocazione e lode – umano, emotivo e umanizzante – capace di trasmettersi nel profondo anche a chi non crede. Ciò avviene nell’impetuoso Magnificat iniziale, nella popolaresca Regina degliu cielo e nel Padre Nostro. Alcuni pezzi più problematici, come Intimisto ritoccata nella linea melodica ed ulteriormente esaltata dal quartetto vocale Vox Clara, diventano estatici canti di nudità, tormentati come non mai. L’avvicendarsi dei brani viene interrotto da alcune letture di preghiere (l’Ave Maria in bocca a Ferretti perde incredibilmente ogni vacuità retorica), uno stralcio dal vangelo apocrifo di Nicodemo e brani autografe dello stesso Ferretti (gli intensi componimenti Occitania e Lorica). La chiusura registra un riferimento a Davide quantomai dichiarativo dell’intento del progetto: “Davide, Re e Profeta, danzando piacque a Dio, non per la sua danza, ma per il sentimento che l’ispirava”.

Ferretti e Sparagna sono riusciti con Litania nel difficile compito di sradicare il repertorio tradizionale liturgico della religione cattolica da tutta quell’aurea di mala austerità e inumana freddezza che il tempo la Storia hanno costruito. Raramente dei canti di preghiera tradizionali sono risultati, all’anima, tanto Vivi e Vicini.

Voto: 8.6
Brani migliori: Magnificat, Intimisto, Occitania.

La Storia Di Come Mi Nascosi Dietro Alla Luna – Guglielmo Ubaldi (Autoprodotto/Edizioni Programma Uno, 2005)

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Quando bussi e ribussi alle porte con il tuo bell’oggetto musicale in mano e nessuno ti risponde, puoi decidere di fare due cose: cambiare mestiere oppure eleggerti etichetta, manager, produttore e fonico di te stesso e pubblicare il tuo disco. La seconda ipotesi richiede qualche soldo in tasca e una grossa dose di intraprendenza – e, cosa ancora più ardua, delle canzoni che giustifichino lo sforzo – ma se poi ci riesci, come ci è riuscito Guglielmo Ubaldi, non sai quanta sarà la tua fortuna, ma potrai dire di averci almeno provato.
L’oggetto di Ubaldi (il secondo, dopo l’esordio “Le urla degli ubriachi nella notte”) si intitola La Storia Di Come Mi Nascosi Dietro Alla Luna e raccoglie dieci canzoni decisamente influenzate da tutto quanto fa cantautorato folk-blues americano (Dylan, Young, Van Zandt) e inglese (Drake); canzoni che se non ci fanno certamente gridare al miracolo, almeno, come puntualizzavamo sopra, giustificano lo sforzo.
Potremmo fare un lungo elenco dei difetti di questo disco – a partire dalla qualità della registrazione vicina a quella di un demo – ma sarebbe il solito elenco di difetti tipici di una produzione “in proprio”. Piuttosto preferiamo sottolineare quelle due o tre spie che danno ragione ad Ubaldi e al suo insistere con le canzoni: i riflessi dolci e malinconici di una canzone-bonsai come Ditele che l’amo, il sicuro impatto emotivo di Fiori freschi, l’ironia dell’autocelebrazione in salsa country di Old West. E di fondo l’onestà della proposta, che non viene a mancare neanche in quei brani bisognosi, per scrittura e cantato, di una radicale revisione (Il blues dello scorpione: dobro volutamente zoppo e qualche vistoso inciampo nel testo; Con la notte davvero un po’ soporifera) e che è forse il miglior punto d’appoggio da cui ripartire per continuare a crescere.
Vista la relativa vicinanza dei due primi dischi (2003 e 2005) sarebbe meglio attendere un po’ prima di fare il terzo passo, di modo che il tempo (se non un aiuto esterno) selezionino più che in passato le cose migliori. Ma non ci sembra proprio questo il caso di mollare.

Voto: 5.0
Brani migliori: Ditele che l’amo.

Written by Luca

28/12/2007 at 10:16

L’amico di Cordoba – Servillo-Girotto-Mangalavite (il Manifesto Dischi, 2004)

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Capita a volte, ma è cosa davvero rara, di trovarsi tra le mani un disco che vale più di quello che lo si è pagato. E’ il caso de L’amico di Cordoba, album del trio formato da Peppe Servillo (voce della Piccola Orchestra Avion Travel), Natalio Mangalavite (pianoforte) e Javier Girotto (sax degli Aires Tango). E’ vero che gran parte del merito riguardante il basso costo del disco (per la cronaca: otto euro) va alle edizioni il Manifesto, mai abbastanza lodate per questa politica dei prezzi, ma i tre artisti ci hanno messo tanto del loro per far accadere tale rarità, e il risultato nel complesso è un disco tanto bello quanto inosservato dalla maggior parte del pubblico.
Le rotte sonore intraprese ne L’amico di Cordoba sono all’incirca simili a quelle degli Avion Travel ma con un maggior propensione verso il jazz e soprattutto verso il tango – quest’ultimo direttamente omaggiato con una cover di Vuelvo al sur di Astor Piazzolla – generi che riescono ad amalgamarsi comodamente grazie all’estro pianistico di Mangalavite, ai preziosi inserti di sax di Girotto e ad un Servillo come sempre interprete elegante (ma questa è caratteristica indistinta nei contributi dei tre) e dotato di tutti quei toni indispensabili a confermarlo, ancora una volta, come uno dei migliori cantanti italiani in circolazione, nonostante le lacunose capacità vocali. Se qualcosa a fine registrazioni poteva essere anche omesso (quattordici tracce allungano troppo la durata del disco), qualcos’altro emerge per grazia compositiva e incisiva semplicità (Cinema, Regina), o per un gustosissimo approccio teatrale (Separazione) che fotografa con azzeccata ironia alcune difficili situazioni quotidiane (in questo senso il pezzo citato prima potrebbe essere un’ideale prosieguo della traveliana La conversazione). Invece, quando l’orecchio viene trasportato verso certi echi popolari che si rifanno anche alle canzoni da rivista o a Modugno (Prima di te, Il gatto, La canzone dei fiori) le affinità con gli Avion Travel sono fin troppo evidenti, ma rimane comunque una marcata caratura qualitativa che rende quei pezzi ugualmente molto apprezzabili, come del resto tutto il disco.

Voto: 7.6
Brani migliori: Cinema, La separazione.

Written by Luca

27/12/2007 at 19:55