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In fondo al blu – Giulio Casale (Artes/Mescal/Sony, 2005)

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In fondo al blu come in una condizione di estrema sincerità, aggrappati alla poltrona della propria coscienza, trattenendo il fiato per lasciare fluire liberamente i pensieri e le emozioni sulla (propria) vita e sul mondo: è quello che ha tentato di fare Giulio Casale nella sua prima prova totalmente solista (il pur convincente Sullo Zero si basava per lo più su canzoni degli Estra), radicale cambio di rotta verso una dimensione più “placida” e cantautoriale a dispetto del rock verace di un tempo. Tenco, Fossati e Buckley – anche se quest’ultimo più sfumato rispetto a prima – gli esempi da seguire, ma soprattutto il teatro-canzone di Gaber (i brani del disco infatti sono alla base di uno spettacolo teatrale dal titolo Illusi d’esistenza): inamovibile presenza per chi decide di percorrere un certo tipo di strada non solo artistica ma anche civile; onore e soprattutto audace onere, perché bisogna avere veramente qualcosa da dire – e bisogna anche saperlo dire – per ereditare un genere così strettamente legato all’opera dell’artista milanese e oggi tanto soffocato dalla sua mancanza.

Fortunatamente Casale durante la sua immersione – il booklet si apre con l’immagine del cantante seduto in poltrona a fondo piscina e si chiude con un’altra che lo ritrae mentre è ormai riemerso, con la testa fuori dall’acqua – qualcosa da dire ce l’ha: un richiamo ardente a mordere la vita (“Voglio che tu sia un avvento un mistero un miraggio un oltraggio al presente”, dall’intensa Cara giovane vergine che mi parli di suicidio) e a ritrovarne lo splendore (il semplicistico appello agli artisti di Ora o mai più); un urlo contro chi la vita la vuole anestetizzare, rendere surrogato di sé stessa (Vivacchio), costringere in un assurdo surplus legislativo (Sbarre sui denti, con l’apporto dell’attore Roberto Citran) o deprimere nel vuoto adulatorio di uno dei tanti artisti di regime (Parassita intellettuale).

In mezzo anche un percorso più interiore e confidenziale (Marina Elisa), che deve più a Tenco che a Gaber ma, come per quest’ultimo, non riesce sempre a staccarsi dal modello e a rendere gli arrangiamenti consoni alle tonalità dei pezzi: qua e là strumenti e scampoli elettronici sono di troppo, qualche riferimento raggiunge e supera il semplice omaggio (Sbarre sui denti) e non mancano episodi decisamente di maniera (All I want to be). Ma nel complesso non si può certo dire che la (ex?) voce degli Estra abbia preso una via fin troppo facile come è successo ad altri carismatici leader del rock italiano. In fondo al blu Giulio Casale ha fatto il primo passo di una difficile ricerca del proprio pezzo d’eredità musicale e di un percorso artistico-umano che se continuerà su questa strada potrebbe rivelarci in futuro qualche magnifico splendore.

Voto: 7.4
Brani migliori: Cara giovane vergine che mi parli di suicidio, Parassita intellettuale.

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Written by Luca

23/12/2007 at 10:26