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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 10th, 2007

Biandilò o Chavò – Tamales de Chipil (Venus, 2005)

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Ma ve li ricordate i tempi in cui in giro c’era più o meno solo la Bandabardò? Erano i primi anni novanta e la Banda si faceva ascoltare con piacere; solo lei – e ancora prima per certi versi i Mau Mau – faceva quel genere lì, un po’ acustico e cantautoriale ma tanto fricchettone. Certo, c’erano stati prima i Mano Negra, i Les Negresses Vertes, ma la Banda era l’originale. Chitarre e bonghi, vino e amore, gioia e gentilezza, la barba di Erriquez, la chitarra di Finaz e… i tempi veloci. Tantissimi tempi veloci: ai concerti della Bandabardò si saltava, si saltava, si saltava. E si ubbidiva al capocomitiva: «Su le mani! Attenziò! Concentraziò! Ritmo e vitalità!» e poi via con un altro tempo veloce. Sempre così. Su e giù per l’Italia fino ad oggi centinaia e centinaia di concerti tutti di tempi veloci. Un successo che, ascolto dopo ascolto, ha generato una quantità industriale di figliocci e figliastri della Banda, gruppi di cui – diciamolo – si è arrivati ad un livello di saturazione insostenibile. Insomma ci siamo stancanti, ci siamo rotti le palle. Non tanto della Bandabardò in sé, quanto di tutta la sua “stirpe”. Quelli che si ispirano alla musica della loro terra d’origine e poi rifanno U rusciu te lu mare in chiave reggae; quelli che sono stati influenzati dalla musica balcanica (perché ci mancava pure Goran Bregovic a metà anni novanta a rinfoltire le fila degli adepti); quelli che fanno pezzi formati da un insieme vario di influenze etniche (parola magica) ma suonati di solito con accordature che di etnico non hanno nulla (la patchanka, altra parola magica: Manu Chao e i Mano Negra docet); quelli che si rifanno al mondo cantautoriale o fanno il combat-folk; quelli che ci infilano un po’ di teatro; quelli che «comunque-c’è-sempre-una-forte-componente-elettronica»… e così via. Una serie infinita di influenze, variazioni sull’originale – ma in verità pochissima sostanza – e tutti assolutamente in tempo veloce: hop-hop-hop! Uepaaaaa!
E i Tamales de Chipil? Per chi con Bandabardò & soci ci ha fatto una specie di religione e non si perde un saltarello che sia uno, non deve temere: in Biandilò o Chavò i ritmi sono spediti, speditissimi. E di hop-hop-hop saltellanti o urli festanti ce n’è un repertorio enciclopedico. In questo caso il gruppo si rifà a sonorità latinoamericane – con quel nome che altro si poteva fare? Il Tamales de Chipil è un piatto etnico! – ma undici son le canzoni e undici mantengono lo stesso passo: veloce, veloce, veloce. All’inizio di qualche brano ti viene il sospetto che il ritmo si sia un po’ rilassato: un’atmosfera più drammatica in Llosa, un mezzo raggaettino in Capriccio. Ma poi i Tamales non resistono, e via di lena! Chitarre schitarranti, bonghi bongheggianti, la voce passionale del cantante (ma quante banalità dice…) e una trombettina che va sempre su e giù e fa tanto tex-mex. Tutto è al suo posto: la parte di Finaz è di Federico Riondino; la parte dei Modena City Ramblers post-Manu Chao la fanno tutti insieme in Libertà (con un bel solo di chitarra che entra all’improvviso e fa a pugni col resto); la parte della Wedding & Funeral Band di Bregovic invece è in Musico ribelle, e quella viene proprio bene con tutte le ripartenze ad hoc e i fischi pure. Poi c’è Kray o pis kray che sa vagamente di Messico; invece Tamales de chipil è l’inno, fatto apposta per essere cantata alla fine, tutti insieme. Insomma i Tamales de Chipil sono il gruppo perfetto. Infatti si son già fatti tante Feste de l’Unità e un bel po’ di Social Forum. Peccato che di gruppi così perfetti oggi ne abbiamo fin sopra i capelli.
Allora saltatori? Non siete contenti di questo nuovo figlioccio? Vi siete addormentati anche voi? E il tempo veloce? Su! Forza! Saltare!
Hop! Hop! Hop! Ueppaaaaa!

Voto: 3.4

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Written by Luca

10/12/2007 at 12:32

Oltre lo specchio – Marco Notari (Artes/Mescal/Sony, 2006)

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«Non si esce vivi dagli anni ottanta» cantavano qualche tempo fa gli Afterhours. Spostando in avanti di un decennio il riferimento temporale, la frase sarebbe adatta a questo disco d’esordio di Marco Notari, che di sonorità anni novanta – i novanta del grunge e derivati – riveste le sue canzoni a metà tra il rock d’autore a chitarre tirate degli Smashing Pumpkins e quello dei primi Marlene Kuntz.
Il cantautore piemontese ha quasi tutte le carte per giocarsela: una voce ammiccante – anche se troppo simile a quello di Alberto Ferrari – capace di screziarsi di rabbia e risentimento, testi in alcuni passaggi eccessivamente maudit ma mai stupidi ne’ compiaciuti, e dietro una band – i Madam – che senza strafare lavora di sostanza e onestà. Peccato che Oltre lo specchio paghi quelle due o tre scelte sbagliate che ne compromettono la riuscita: prima di tutto la produzione (ad opera di Giulio Casale) che appiattisce le spigolature chitarristiche e riduce lo spessore del suono ad un patina sfibrata e inconsistente; poi l’aver insistito sino alla noia sulle stesse rotte sonore tanto da rendere quasi indistinguibile un brano dall’altro; e infine, di conseguenza a quanto detto, l’aver isolato in fondo al disco l’episodio più meritevole dei dieci, l’eterea e crepuscolare title-track che sembra la strada migliore – e meno ruffiana: elettronica-piano-trombone – per le doti vocali di Notari e per la sua vena lirica. Tre sbagli di direzione che fanno di Oltre lo specchio un lavoro strasentito, per nulla duraturo e purtroppo incapace di sopravvivere a sé stesso.

Voto: 4.4
Brani migliori: Oltre lo specchio.

Written by Luca

10/12/2007 at 09:32