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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 20th, 2007

Peppe Barra: world music teatrale (2005)

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foto di Stefano Barni

Con “MatinaPeppe Barra aggiunge un ulteriore capitolo ad una carriera che, tra teatro, musica e cinema, dura da una vita e che non sembra affatto destinata a fermarsi. All’interno della sua sterminata biografia gestualità comica e contaminazioni mediterranee portano avanti da alcuni anni un discorso musicale che potremmo definire world music teatrale. Di questo pastiche e dei suoi ingredienti abbiamo parlato con l’ex cantante della Nuova Compagnia di Canto Popolare in una breve telefonata, che alla fine ci ha permesso di scambiare anche due parole sullo stato di salute di tutto quanto è cultura oggi in Italia.

Ci può raccontare qualcosa sulla lavorazione di “Matina”?
L’idea di realizzare “Matina” non è mia, mi è stata proposta da Rai Trade (l’etichetta che ha coprodotto il disco insieme a Marocco Music ed Helikonia) e ho accettato. Vi abbiamo messo le canzoni scritte negli ultimi due anni, le mie e quelle di Patrizio Trampetti, e alcune che erano già in repertorio. Il lavoro in studio è stato fatto in tempi da record, abbiamo registrato i brani a Napoli in dieci giorni di cui due solamente dedicati alle incisioni delle voci. Come per “Guerra“, la produzione artistica e gli arrangiamenti sono di Lino Canavacciuolo. In studio con noi c’erano alcuni dei musicisti che avevano lavorato a quel disco e che mi accompagnano dal vivo, più alcuni altri, tra cui Daniele Sepe che suona in “Kasba”. Nonostante la velocità con cui si è svolto tutto il lavoro, il risultato è stato bello e sono molto soddisfatto di questo disco.

Sin dalla copertina mi pare che “Matina” sia più solare, felice, rispetto a “Guerra”.
Sì, il titolo è stato scelto perché è quello di una delle canzoni che più mi piacevano ma anche perché l’immagine del mattino, il sorgere del sole, ha un qualcosa di augurale, è l’evocazione di un momento felice. “Guerra” è stato realizzato prima dei tragici avvenimenti dell’11 settembre, ma qualcosa di quello che sarebbe successo si percepisce nelle canzoni quasi in modo profetico, soprattutto in quella che lì dà il titolo al disco.

Al di là dei colori però “Matina” continua quel percorso di world music teatrale che lei ha intrapreso a partire da “Mo’ Vene”…
Certamente. Questa svolta verso la world music, verso una musica che per prima cosa sapesse contaminare è nata per un’esigenza mia e di Lino. Io vengo da un lungo percorso durato più di vent’anni di studio e analisi del mondo popolare italiano, ovviamente napoletano ma non solo, che mi permette oggi di fare quello che faccio. Ad un certo punto ho deciso, per una questione di rispetto, di non riproporre più la musica etnica italiana da sola, ma di contaminarla con altre sonorità mediterranee e con l’elettronica, lasciando di fondo quella gestualità che l’esperienza teatrale mi ha dato e tenendo ben presente le mie origini. Ormai il mondo popolare non si può più inventare, i vecchi cantori sono morti o sono troppo anziani per cantare e i giovani rifanno un po’ il verso ma non producono in modo continuo. Quindi non rimane che contaminare e cercare nuove soluzioni usando come base quel mondo.

Anche l’uso dell’elettronica, quindi, si inserisce in questo contesto.
Sì, io nel disco dal vivo (“In concerto”, uscito tre anni fa, ndr) ho usato l’elettronica addirittura per “Vurria addeventare Sorecillo”, che è un’aria del 1520. L’idea mi piaceva e ho detto «perché no?». Anche Mozart, per fare il nome di un grande musicista di un determinato periodo, si può contaminare. L’importante che sia fatto tutto con intelligenza.

Fondamentale per tutto ciò credo sia stato l’incontro con il maestro Canavacciuolo. Ad esempio sul palco il suo violino drammatico trova una risposta complementare nei toni comico-istrionici con cui lei canta…
Io e Lino ormai collaboriamo da undici anni, ma lo conoscevo da molto prima, da quando lui aveva diciassette anni, quindi immagini lei quanto tempo è passato. Il dialogo tra la mia voce e il suo violino nasce spontaneamente come tutte le cose belle. Anche in questo c’è una forte rilevanza popolare, perché nel mondo popolare la voce dialoga sempre con uno strumento, sia esso la chitarra, il violino, il tamburo. Ma perché questo dialogo avvenga è necessario che tra le due parti in causa ci sia un certo feeling, quello che dopo tanti anni c’è appunto tra me e Lino.

Tra i brani di “Matina” a firma Barra-Canavacciuolo c’è “Strupcantico”, che più che una canzone è un momento di follia…
“Strupcantico” è nata per puro divertimento, senza che ci fosse nulla di preciso dietro. E’ un momento in cui abbiamo lasciato libere l’immaginazione e la follia. L’abbiamo intitolata con quel prefisso “strup” perché in napoletano “struppiato” è colui che non cammina bene, che inciampa e perde l’equilibrio. Quindi è un cantico struppiato, che non sta in piedi ma che va comunque bene così nella sua follia.

Oltre al repertorio popolare italiano, ci sono artisti world che la ispirano?
Per quanto riguarda la world music guardo oltre l’Italia, che mi interessa solo e soprattutto per il repertorio popolare. Se dovessi fare un nome direi sicuramente Peter Gabriel, o Daniele Sepe, che si avvicina abbastanza al mio gusto.

Quando prima accennava ai giovani mi sembrava di sentire nelle sue parole una leggera delusione per la scena popolare italiana, soprattutto per le nuove leve.
Trovo la scena popolare e world italiana un po’ sonnolenta, ma i giovani tutto sommato sono attenti. Quando parlo con quelli che si avvicinano al mio modo di fare teatro o di fare musica li trovo molto curiosi di conoscere. Non è sempre stato così: ricordo che con la Nuova Compagnia di Canto Popolare agli inizi avevamo grosse difficoltà a farci sentire, perché tutto ciò che era legato al popolo veniva percepito con vergogna. E’ stata proprio la Nuova Compagnia di Canto Popolare a rompere piano piano questa vergogna e a generare tutto quel movimento interessato alle radici culturali d’Italia che, per quanto riguarda Napoli, è servito anche ad artisti come Pino Daniele o i 99posse. Oggi più che vergogna c’è ignoranza. I giovani leggono poco o sono in pochi a leggere, e questo non stimola la fantasia. Allora io quando li incontro cerco di stimolare il loro immaginario e loro mi dicono che di questo hanno bisogno. Sono affamati di sapere e ciò mi rincuora. Però è drammatico che nelle scuole dell’obbligo non si insegni più la cultura popolare, le nostre maschere, il vero senso del Carnevale e si insegnino invece feste del tutto estranee alla nostra cultura come Hallowen. Così si distrugge una mondo per imporne un altro, ed è una cosa schifosa perché viene praticata sui bambini, non gli si danno gli input culturali per sentirsi parte di questo Paese e poi ci si stupisce che non lo amino. Questa assoluta mancanza di educazione nelle scuole è lo specchio della realtà di oggi, dove regnano la volgarità, la superficialità, le zucche vuote della merda che ci governa. Non c’è più eleganza, fantasia, immaginario. Questo i giovani lo sentono forte e ci chiedono aiuto. Noi dobbiamo darglielo.

A questo punto, visto che lei è anche uomo di teatro, mi viene spontaneo chiederle in conclusione come sta il teatro in Italia, soprattutto dopo i recenti tagli…
Male, male, molto male, come del resto tutta la cultura in Italia. Sta quasi morendo, deve esserci un radicale cambiamento politico per quanto questo tema in Italia, altrimenti la situazione peggiorerà ancora e come si dice a Napoli… stiamo inguajati!

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Written by Luca

20/12/2007 at 23:14

Ho sognato Bruno Vespa – Vittorio Merlo (Sette Ottavi/Deltadischi, 2005)

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La nostra solidarietà Vittorio Merlo ce l’ha tutta. Sognare Bruno Vespa non deve essere un’esperienza facile, ancora di più dopo averlo magari visto alla tv in una delle sue performance di giornalismo pornografico alle prese per l’ennesima volta con la mamma di Cogne o con l’esperto di turno (un tempo in tv Pasolini, oggi… Crepet). Ma più di questa meritata solidarietà a Merlo non possiamo dare, perché Ho sognato Bruno Vespa – esordio discografico che arriva a quarantacinque anni d’età, dopo un certo successo di downloads dalla rete – è un album parecchio deludente, nonostante le premesse di “pubblico” sopra descritte e la rilevanza dei nomi coinvolti nel progetto (Vince Tempera alla produzione e Roberto Manuzzi coautore di alcuni brani: due dei componenti della band di Guccini).

A partire dalla  ragaeggiante title-track, che strizza l’occhio a Rino Gaetano ma non riesce ad essere graffiante e satirica quanto vorrebbe, passando per l’inno Ferrari – un’autentica supposta di retorica e populismo per la rossa-di-Maranello (!!) – sino agli episodi un po’ più gucciniani e intimisti (Avrei bisogno di parlarti) Merlo inanella una serie di episodi scialbi e ritriti, che poco convincono – se non per la giustezza di alcune accuse – e ancora di meno emozionano. Stucchevoli gli arrangiamenti, pieni di grossolane tastierone e archi finti – quando invece un approccio più sobrio avrebbe giovato non poco all’insieme – e la banalità di alcuni versi, che rinunciano ad ogni tentativo di vera fantasia in favore di un lirismo (oggi) poco credibile e troppo furbetto (“quest’Inter che ci fa sempre soffrire / ma almeno la Ferrari fa sognare”).
Tirando le somme si salva solo un testo, la commossa descrizione di alcuni vecchi che giocano a bocce di Sabato del villaggio. Sebbene le tracce siano solo sei, è comunque un po’ poco. E la domanda, peraltro non nuova, è alla fine una sola: perché pubblicare un disco così?

Voto: 3.7

Written by Luca

20/12/2007 at 16:50

Il Contastorie – Roberto Vecchioni (Universal, 2005)

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Essendo un buonissimo interprete, di quelli “alla francese” che giocano tutto sulle flessioni emozionali della voce e la mimica dei gesti, non siamo mai riusciti a capire perché Roberto Vecchioni ad un certo punto della propria carriera abbia lasciato in un angolo l’intimità d’oltralpe delle chitarre acustiche e di un certo cantautorato folk-rock americano tra Dylan e Neil Young per farsi letteralmente invadere da un indigestione di chitarre elettriche dall’assolo facile, tastieroni e batterie. Il più chansonnier dei nostri cantautori, alle prese con tutta quella schiacciante mercanzia, ci sembrava volesse imbalsamare di proposito le proprie parole, privandole di quelle doti interpretative che erano diventate sempre più vitali col passare degli anni, da quando cioè l’ispirazione si era fatta, da scostante, bassissima (basta citare gli ultimi due dischi in studio, a cui la produzione di Mauro Pagani ha potuto fare ben poco).

Con “Il Contastorie” il discorso sempre essere cambiato. Via la tracotanza del passato più recente e spazio alla nudità jazzata del pianoforte di Patrizio Fariselli e del contrabbasso di Paolino Dalla Porta (entrambi ex Area), che lasciano la voce libera di dare il giusto peso ai versi, forte di una teatralità calmierata dall’esperienza e divenuta definitivamente un’arma a favore. Le riletture proposte appaiono in un contesto simile ben calibrate e quasi tutte emozionanti, facendo di questo singolo disco dal vivo un lavoro sicuramente buono, e, di fatto, non la solita paccottiglia antologica con manciata di superflui inediti al seguito ma un vero e proprio progetto.
Parte del merito va anche alle scelte di scaletta, che in mezzo ad un repertorio come già detto scostante riescono a trovare alcuni degli episodi migliori di sempre, spalmati lungo tutto il tragitto temporale del suo autore ad eccezione del decennio ’80-90′. L’apertura con lo slancio melodico di Vincent, riadattamento in Italiano di un brano di Don McLean, è di quelle azzeccate quanto i ripescaggi di brani importanti come Parabola e Alighieri e di ben tre tracce (su quindici) da “El bandolero stanco“: Canto notturno (di un pastore errante dell’aria), da cui traspare un’ inedita vicinanza stilistica a Fossati, Celia de la Serna e La stazione di Zima. Inevitabili le presenze di Blumùn, Samarcanda e Luci a San Siro (che così scarnificata perde qualche grammo della sua patina retorica); “fortunate” quelle di E invece non finisce mai e La bellezza, unici due brani salvabili dai dischi prodotti da Pagani.

Rimane a Le lettere d’amore la palma di miglior brano del disco e forse dell’intera produzione vecchioniana, che non dà comunque segnali di ritrovata ispirazione. La prescindibilità dell’unico inedito presente (Stagione nel sole, riscrittura di “Le moribond” di Jacques Brel) ci fornisce infatti l’impressione di avere di fronte ancora una volta un autore che soccorre con tanto mestiere la mancanza pressoché totale di spunti nuovi e avvincenti. Per ora – ma speriamo non per sempre – accontentiamoci di questa bella parentesi acustica, augurandole come a tutte le cose migliori una durata il più possibile lunga.

Voto: 7.5
Brani migliori: La bellezza, Le lettere d’amore.

Written by Luca

20/12/2007 at 10:34