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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

lecosedaevitare – Il Vortice (Wild Flowers/Ethnoworld, 2005)

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Il Vortice esordisce ufficialmente con lecosedaevitare a due anni di distanza dal primo demo, un periodo di sedimentazione piuttosto corto soprattutto se si è alle prese con un’estetica – il rumore chitarristico dei Sonic Youth più l’appeal poetico-teatrale dei primi Marlene – che concede con fatica nuove possibili alternative a sé stessa.
Il suono del gruppo campano mischia noise e melodia, lunghi strascichi strumentali e fulminee accelerazioni al limite dell’hard. Ma non si ferma alla “bella coppia” di sopra e abbraccia anche le rotte di Motorpsycho e Verdena e alcune manieristiche escursioni post (alla Mogwai o giù di lì: vedasi Aurora). Sono tutte influenze che però non aiutano a trovare quella boccata d’aria necessaria per non fare risultare il lavoro del gruppo solo come una serie di notevoli calchi.
Ci sembrano infatti proprio questo le canzoni del disco, tutte ben suonate e sottoposti ad una cura appassionata per quanto riguarda testi e arrangiamenti, ma anche eccessivamente prevedibili nelle strutture. Si indovina quasi da subito dove sarà il cambio di ritmo de Il senso o l’esplosione sonica di Fuliggine, o un certo breve climax volto ad ingrossare il muro delle chitarre (come in Errore #2). Ovvio è anche  il cantato di Michele De Finis, che non risparmia qualche interpretazione a dire il vero esageratamente eccentrica.

In altre tracce si cercano nuove soluzioni, a cui però il più delle volte andrebbe aggiustato in parte o del tutto il tiro (magari per mano di un produttore esterno e più esperto). Succede per Qualcosa che rimane, recitativo dov’è meritata l’equiparazione ai Massimo Volume ma solo per la parte musicale (la voce risulta dispersa e inespressiva); e così per Cane di pezza, dove tra rumorismi e contrasti vuoto/pieno si cerca un effetto “drammatizzante” che rimane purtroppo tale, fine a sé stesso e incompiuto. Ci soddisfa invece di più Cose da evitare, dove i canonici basso-batteria-chitarra fanno strada a pennellate di rhodes volatili e scoordinati che creano una particella sonora da cui avremmo voluto veder scaturire una canzone piuttosto che uno strumentale semi-irrisolto.
Magre conclusioni però per un esordio che alla fine dei conti dà l’impressione di essere poco meditato – o forse al contrario pensato all’eccesso, ma solo strettamente all’interno del gruppo – e non riesce a trovare una propria risposta a quegli stimoli che tra New York e Cuneo furono messi in circolo ormai più di dieci anni fa.

Voto: 4.7

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Written by Luca

29/12/2007 a 10:15

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