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Peppe Barra: world music teatrale (2005)

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foto di Stefano Barni

Con “MatinaPeppe Barra aggiunge un ulteriore capitolo ad una carriera che, tra teatro, musica e cinema, dura da una vita e che non sembra affatto destinata a fermarsi. All’interno della sua sterminata biografia gestualità comica e contaminazioni mediterranee portano avanti da alcuni anni un discorso musicale che potremmo definire world music teatrale. Di questo pastiche e dei suoi ingredienti abbiamo parlato con l’ex cantante della Nuova Compagnia di Canto Popolare in una breve telefonata, che alla fine ci ha permesso di scambiare anche due parole sullo stato di salute di tutto quanto è cultura oggi in Italia.

Ci può raccontare qualcosa sulla lavorazione di “Matina”?
L’idea di realizzare “Matina” non è mia, mi è stata proposta da Rai Trade (l’etichetta che ha coprodotto il disco insieme a Marocco Music ed Helikonia) e ho accettato. Vi abbiamo messo le canzoni scritte negli ultimi due anni, le mie e quelle di Patrizio Trampetti, e alcune che erano già in repertorio. Il lavoro in studio è stato fatto in tempi da record, abbiamo registrato i brani a Napoli in dieci giorni di cui due solamente dedicati alle incisioni delle voci. Come per “Guerra“, la produzione artistica e gli arrangiamenti sono di Lino Canavacciuolo. In studio con noi c’erano alcuni dei musicisti che avevano lavorato a quel disco e che mi accompagnano dal vivo, più alcuni altri, tra cui Daniele Sepe che suona in “Kasba”. Nonostante la velocità con cui si è svolto tutto il lavoro, il risultato è stato bello e sono molto soddisfatto di questo disco.

Sin dalla copertina mi pare che “Matina” sia più solare, felice, rispetto a “Guerra”.
Sì, il titolo è stato scelto perché è quello di una delle canzoni che più mi piacevano ma anche perché l’immagine del mattino, il sorgere del sole, ha un qualcosa di augurale, è l’evocazione di un momento felice. “Guerra” è stato realizzato prima dei tragici avvenimenti dell’11 settembre, ma qualcosa di quello che sarebbe successo si percepisce nelle canzoni quasi in modo profetico, soprattutto in quella che lì dà il titolo al disco.

Al di là dei colori però “Matina” continua quel percorso di world music teatrale che lei ha intrapreso a partire da “Mo’ Vene”…
Certamente. Questa svolta verso la world music, verso una musica che per prima cosa sapesse contaminare è nata per un’esigenza mia e di Lino. Io vengo da un lungo percorso durato più di vent’anni di studio e analisi del mondo popolare italiano, ovviamente napoletano ma non solo, che mi permette oggi di fare quello che faccio. Ad un certo punto ho deciso, per una questione di rispetto, di non riproporre più la musica etnica italiana da sola, ma di contaminarla con altre sonorità mediterranee e con l’elettronica, lasciando di fondo quella gestualità che l’esperienza teatrale mi ha dato e tenendo ben presente le mie origini. Ormai il mondo popolare non si può più inventare, i vecchi cantori sono morti o sono troppo anziani per cantare e i giovani rifanno un po’ il verso ma non producono in modo continuo. Quindi non rimane che contaminare e cercare nuove soluzioni usando come base quel mondo.

Anche l’uso dell’elettronica, quindi, si inserisce in questo contesto.
Sì, io nel disco dal vivo (“In concerto”, uscito tre anni fa, ndr) ho usato l’elettronica addirittura per “Vurria addeventare Sorecillo”, che è un’aria del 1520. L’idea mi piaceva e ho detto «perché no?». Anche Mozart, per fare il nome di un grande musicista di un determinato periodo, si può contaminare. L’importante che sia fatto tutto con intelligenza.

Fondamentale per tutto ciò credo sia stato l’incontro con il maestro Canavacciuolo. Ad esempio sul palco il suo violino drammatico trova una risposta complementare nei toni comico-istrionici con cui lei canta…
Io e Lino ormai collaboriamo da undici anni, ma lo conoscevo da molto prima, da quando lui aveva diciassette anni, quindi immagini lei quanto tempo è passato. Il dialogo tra la mia voce e il suo violino nasce spontaneamente come tutte le cose belle. Anche in questo c’è una forte rilevanza popolare, perché nel mondo popolare la voce dialoga sempre con uno strumento, sia esso la chitarra, il violino, il tamburo. Ma perché questo dialogo avvenga è necessario che tra le due parti in causa ci sia un certo feeling, quello che dopo tanti anni c’è appunto tra me e Lino.

Tra i brani di “Matina” a firma Barra-Canavacciuolo c’è “Strupcantico”, che più che una canzone è un momento di follia…
“Strupcantico” è nata per puro divertimento, senza che ci fosse nulla di preciso dietro. E’ un momento in cui abbiamo lasciato libere l’immaginazione e la follia. L’abbiamo intitolata con quel prefisso “strup” perché in napoletano “struppiato” è colui che non cammina bene, che inciampa e perde l’equilibrio. Quindi è un cantico struppiato, che non sta in piedi ma che va comunque bene così nella sua follia.

Oltre al repertorio popolare italiano, ci sono artisti world che la ispirano?
Per quanto riguarda la world music guardo oltre l’Italia, che mi interessa solo e soprattutto per il repertorio popolare. Se dovessi fare un nome direi sicuramente Peter Gabriel, o Daniele Sepe, che si avvicina abbastanza al mio gusto.

Quando prima accennava ai giovani mi sembrava di sentire nelle sue parole una leggera delusione per la scena popolare italiana, soprattutto per le nuove leve.
Trovo la scena popolare e world italiana un po’ sonnolenta, ma i giovani tutto sommato sono attenti. Quando parlo con quelli che si avvicinano al mio modo di fare teatro o di fare musica li trovo molto curiosi di conoscere. Non è sempre stato così: ricordo che con la Nuova Compagnia di Canto Popolare agli inizi avevamo grosse difficoltà a farci sentire, perché tutto ciò che era legato al popolo veniva percepito con vergogna. E’ stata proprio la Nuova Compagnia di Canto Popolare a rompere piano piano questa vergogna e a generare tutto quel movimento interessato alle radici culturali d’Italia che, per quanto riguarda Napoli, è servito anche ad artisti come Pino Daniele o i 99posse. Oggi più che vergogna c’è ignoranza. I giovani leggono poco o sono in pochi a leggere, e questo non stimola la fantasia. Allora io quando li incontro cerco di stimolare il loro immaginario e loro mi dicono che di questo hanno bisogno. Sono affamati di sapere e ciò mi rincuora. Però è drammatico che nelle scuole dell’obbligo non si insegni più la cultura popolare, le nostre maschere, il vero senso del Carnevale e si insegnino invece feste del tutto estranee alla nostra cultura come Hallowen. Così si distrugge una mondo per imporne un altro, ed è una cosa schifosa perché viene praticata sui bambini, non gli si danno gli input culturali per sentirsi parte di questo Paese e poi ci si stupisce che non lo amino. Questa assoluta mancanza di educazione nelle scuole è lo specchio della realtà di oggi, dove regnano la volgarità, la superficialità, le zucche vuote della merda che ci governa. Non c’è più eleganza, fantasia, immaginario. Questo i giovani lo sentono forte e ci chiedono aiuto. Noi dobbiamo darglielo.

A questo punto, visto che lei è anche uomo di teatro, mi viene spontaneo chiederle in conclusione come sta il teatro in Italia, soprattutto dopo i recenti tagli…
Male, male, molto male, come del resto tutta la cultura in Italia. Sta quasi morendo, deve esserci un radicale cambiamento politico per quanto questo tema in Italia, altrimenti la situazione peggiorerà ancora e come si dice a Napoli… stiamo inguajati!

Written by Luca

20/12/2007 at 23:14

Matina – Peppe Barra (Marocco Music/RaiTrade/Helikonia, 2005)

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Attore teatrale fin da bambino, componente della Nuova Compagnia di Canto Popolare e protagonista di alcuni tra i più bei lavori di Roberto De Simone (La Gatta Cenerentola, La Cantata dei Pastori), poi cantattore di spettacoli di grande successo con la compagnia Peppe e Barra e da solista con dischi a dir poco strepitosi – Mo’ Vene e Guerra sono tra i capolavori italiani degli ultimi vent’anni, anche se in pochi purtroppo se ne sono accorti – Peppe Barra ha lasciato più di un segno nella cultura del nostro Paese e non solo. Il fatto che il suo nuovo disco Matina esca, seppur a prezzo ridottissimo, solo nelle edicole e in alcune grandi catene musico-librarie per la piccola etichetta Rai Trade dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto ci sia da cambiare nel nostro panorama discografico, che alla voce merito risponde (quasi) sempre con uno sconcertante disinteresse.

I dieci brani di Matina ripropongono in tutte le sue sfaccettature la musica di Barra: un pastiche ben riuscito di tradizione napoletana, sapori mediterranei, elettronica e attitudine fortemente teatrale, che ha i suoi punti di forza nell’istrionismo del cantato e nella mano sapiente degli arrangiamenti, anch’essi piuttosto scenici, di Lino Canavacciuolo. Si va dagli accenti melodici di Lisbona e Matina, in cui a farle da padrone sono languide arie di archi e fiati, fino ad episodi più marcatamente world come Kasba, una danza al contempo popolaresca e moderna in cui su un’ossatura di battiti digitali e accenni di bouzouki s’intrecciano i tipici vocalizzi grassi di Barra, le voci registrate di Rosa Balistreri e Matteo Salvatore, il violino melodrammatico di Canavacciuolo e il sax di Daniele Sepe. In mezzo una commossa dedica alla madre, che con Barra divise parte della sua carriera (A Concetta), una riproposta dall’ultima Cantata dei Pastori (Canzone della fame), una divertentissima rilettura di Pigliate ‘na pastiglia registrata live al Premio Carosone di due anni fa e una serie di brani la cui prescindibilità, pur non intaccando il valore del disco, gli impedisce di elevarsi ai fasti dei due capolavori sopra citati, proponendolo invece come una buona sintesi di essi con una leggera allusione verso il più partenopeo Mo’ Vene.

Voto: 7.2
Brani migliori: Matina, Kasba.

Written by Luca

03/12/2007 at 16:17