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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 3rd, 2007

L’arcangelo – Ivano Fossati (Sony, 2006)

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Ci si ricorda ancora di quellIvano Fossati? Quello altero, doloroso, splendido autore di una manciata di capolavori a cavallo tra la metà degli anni ottanta e il nuovo millennio? Quello di Lindbergh e Macramé, delle chitarre definitivamente abolite dal palco insieme alla leggerezza dei primi anni? Quello del parziale ritorno alle sei corde ma senza abbandonare l’esigenza di scrivere canzoni complesse e ombrose, dai testi preziosi ma tutt’altro che chiari de La Disciplina della Terra?

Lo chiediamo, pur essendo sicuri che la risposta sia sì, perché è innegabile che oggi Fossati sia un artista diverso. Non migliore ne’ peggiore – fermo restando che Lampo viaggiatore è un disco di pari livello a quelli chiamati in causa prima – ma cambiato: leggero come agli esordi, “americano” come gli esordi (in odore di Motown e canzonette alla Randy Newman, e più vagamente di blues) ma con in più la perizia di tanti brani scritti, l’eredità di tante letture, il realizzarsi ormai compiuto di una voce non eccezionale ma a suo modo unica e determinante nell’interpretazione.

L’arcangelo quel “Fossati diverso” di cui stiamo parlando ce lo presenta in tutte le sue sfaccettature: ad esempio con la deriva degregoriana di Ho sognato una strada e Cara democrazia (elettriche-hammond-congas e solo di sax in bellavista per la prima; riff compatti e cantato di slancio per la seconda) o più in là con la spensieratezza sixty di Reunion. Leggerezza diffusa – ma non sempre del tutto dominante – e attitudine pop che rinuncia agli enigmismi musico-testuali di un tempo.

Ma l’inspirazione? Al di là del mood del periodo, del grado di semplicità dei testi e delle architetture musicali di cui si è tanto parlato per questo lavoro, a noi sembra che qui sia proprio quella a scarseggiare. L’arcangelo non è un brutto disco, perché Fossati è (comunque) Fossati, ma è sicuramente debole, privo dell’intensità che tutt’oggi contrassegna i capolavori chiamati in causa sopra, con poche canzoni che si fa(ra)nno veramente ricordare, a volte addirittura disposto ad essere banale. Si potrebbe parlare di disco di transizione, ma ad essere onesti con Fossati – come la sua arte lo è stato con noi – di transizione qui c’è davvero poco, dato che la rotta intrapresa non è molto dissimile da quella di Lampo viaggiatore: L’arcangelo semplicemente è un disco sincero, anche seriamente appassionato nell’impegno civile che contraddistingue alcuni pezzi (Ho sognato una strada, Cara democrazia) ma con il grosse difetto di avere al suo interno un discreto numero di brani che girano a vuoto.

Va bene la lievità di Denny nel raccontare un amore omosessuale; va bene l’ironia ragaeggiante e sottilmente gaberiana de La cinese (che mezza delusione però quelle tastiere in forma scontata di cineseria…); va bene anche Baci e saluti nella sua filiazione da Lampo viaggiatore tutta giocata sul filo malinconioso di un armonica. Ma la pluriacclamata Cara democrazia è tanto mestiere quanto buoni intenti;  L’amore fa mira invano al cuore lasciando alla fine solo uno spiacevole sapore di già sentito (attenzione poi che la semplicità, soprattutto nel testo, non diventi banalità) e Aspettare stanca, nonostante un ottimo testo sugli amori che ad un certo punto non si trovano più («ecco come ci riduciamo / parole al telegrafo») e certe reminescenze scure da La Disciplina della Terra appare incompiuta e non mette al segno il colpo che dovrebbe.

Ci sono comunque due canzoni-capolavoro, e sono talmente belle, dense, che lasciano l’amaro in bocca per il resto: sono L’arcangelo e Il battito. La prima è un richiamo non casuale vista la piega rock dell’album a Ventilazione, con una fitta trama percussiva sotto e un (buon) odore di fusion nell’aria, tutta incentrata su un tema carissimo a Fossati (l’immigrazione: è di soli tre anni fa Pane e coraggio) affrontato nel testo in una prospettiva radicalmente evangelica (e non solo per la citazione dalle Scritture). La seconda è penetrante pulsazione elettronica e tastiera Sakamoto-Sylvian che unisce una dopo l’altra le strofe di un testo perfetto, accoratissimo; un brano che nel suo richiamo a cercare la complessità del pensiero sul mondo mira (riuscendovi) a carpire la coscienza più che il cuore.

Due canzoni di altissima caratura, cantate al meglio, e le tracce attorno quasi tutte in tono minore. Uno scarto di qualità che se non fa rimpiangere l’altro cantautore genovese, quello “serio” (d’altra parte, al di là dei gusti, non ce ne sarebbe un reale motivo), certo dà la certezza che L’arcangelo sia soprattutto un’occasione mancata. Mancata perché mancano le grandi canzoni, le grandi illuminazioni che prima della leggerezza o della complessità, dell’impegno o delle chiusure intimistiche fanno «questa musica leggera / così leggera / che ci fa sognare».

Voto: 6.3
Brani migliori: L’arcangelo, Il battito.

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Written by Luca

03/12/2007 at 22:40

Biagio, che plagio

with 2 comments

Ricevo da Umberto Palazzo del Santo Niente e pubblico:

Non che ce ne freghi particolarmente, ma quando qualcuno si espone al ridicolo con tale voluttà è quasi un peccato non accontentarlo (l’uomo si vanta pure di essere l’autore del video)

Guardate un po’ qui:

per confronto

Written by Luca

03/12/2007 at 17:38

Pubblicato su Antonacci Biagio, musica, Santo Niente, video

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Matina – Peppe Barra (Marocco Music/RaiTrade/Helikonia, 2005)

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Attore teatrale fin da bambino, componente della Nuova Compagnia di Canto Popolare e protagonista di alcuni tra i più bei lavori di Roberto De Simone (La Gatta Cenerentola, La Cantata dei Pastori), poi cantattore di spettacoli di grande successo con la compagnia Peppe e Barra e da solista con dischi a dir poco strepitosi – Mo’ Vene e Guerra sono tra i capolavori italiani degli ultimi vent’anni, anche se in pochi purtroppo se ne sono accorti – Peppe Barra ha lasciato più di un segno nella cultura del nostro Paese e non solo. Il fatto che il suo nuovo disco Matina esca, seppur a prezzo ridottissimo, solo nelle edicole e in alcune grandi catene musico-librarie per la piccola etichetta Rai Trade dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto ci sia da cambiare nel nostro panorama discografico, che alla voce merito risponde (quasi) sempre con uno sconcertante disinteresse.

I dieci brani di Matina ripropongono in tutte le sue sfaccettature la musica di Barra: un pastiche ben riuscito di tradizione napoletana, sapori mediterranei, elettronica e attitudine fortemente teatrale, che ha i suoi punti di forza nell’istrionismo del cantato e nella mano sapiente degli arrangiamenti, anch’essi piuttosto scenici, di Lino Canavacciuolo. Si va dagli accenti melodici di Lisbona e Matina, in cui a farle da padrone sono languide arie di archi e fiati, fino ad episodi più marcatamente world come Kasba, una danza al contempo popolaresca e moderna in cui su un’ossatura di battiti digitali e accenni di bouzouki s’intrecciano i tipici vocalizzi grassi di Barra, le voci registrate di Rosa Balistreri e Matteo Salvatore, il violino melodrammatico di Canavacciuolo e il sax di Daniele Sepe. In mezzo una commossa dedica alla madre, che con Barra divise parte della sua carriera (A Concetta), una riproposta dall’ultima Cantata dei Pastori (Canzone della fame), una divertentissima rilettura di Pigliate ‘na pastiglia registrata live al Premio Carosone di due anni fa e una serie di brani la cui prescindibilità, pur non intaccando il valore del disco, gli impedisce di elevarsi ai fasti dei due capolavori sopra citati, proponendolo invece come una buona sintesi di essi con una leggera allusione verso il più partenopeo Mo’ Vene.

Voto: 7.2
Brani migliori: Matina, Kasba.

Written by Luca

03/12/2007 at 16:17