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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

Ultime notizie di cronaca – PGR (Universal, 2009)

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La presunta conversione di Giovanni Lindo Ferretti al cattolicesimo obbliga ogni recensore che si rispetti a dire la propria sull’avvenuto volteggio e ricaduta oltretevere di quello che fu il leader del primo-gruppo-punk-filo-sovietico-italiano – altra perifrasi dovuta ad un articolo dignitoso sulla triade per sigle (CCCP-CSI-PGR) che piangendo un tempo Majakovskij oggi pare ritrovarsi a piangere Baget Bozzo. E noi, pur sbuffando platealmente, ci sottoponiamo al gioco e sentenziamo: delle beghe metafisico-politiche di GLF ci interessa tanto poco, sia perché dubitiamo che il nostro ai tempi di “Canzoni, preghiere, danze del II millennio” fosse molto diverso da oggi, sia perché – se dio vuole, è proprio il caso di dirlo – i pensieri politici del suddetto contano uno all’urna come quelli di chi qui scrive e di chi di là legge. Se poi la conclamata conversione, come alcuni sostengono, ha generato a sua volta conversioni di qualche (sparuto) fan, allora il problema non di conversioni ma di eccessiva importanza data da sempre alle parole di una persona che non ha mai smesso di dichiararsi cantante (di sé stesso: “trasformami in megafono e m’incepperò”) per diventare politico o chierico – in sintesi: quanti danni ha fatto, anche in territorio musicale, la mancanza di un serio e vero leader nella sinistra italiana negli ultimi vent’anni?

Dunque assolto il compito veniamo alla musica. P.G.R. atto conclusivo, Ultime notizie di cronaca come il saluto risolutivo di tre persone che piaccia o meno hanno fatto la storia del rock italiano di almeno due decadi. E si sente, aggiungiamo. In positivo come in negativo. In positivo perché, anche se in modo non stabile e sui soliti binari, queste nove tracce dimostrano che la chimica fra i tre esiste ancora. Ma al contempo in negativo perché non sono poche le fasi calanti in cui, Ferretti in primis, pare che venga innestato il pilota automatico e portato al termine il brano così come si deve.

Dividendo la tracklist in due gruppi secondo quanto detto, appartengono al primo il trip-hop approssimato ma trascinante di Cronaca del 2009 – con Ferretti-Savonarola ipermoderno e sarcastico («la luce della ragione illumina le tenebre / sono pur sempre tenebre») e il solito e-bow perfettamente evocativo di Canali – e la seconda delle due Cronaca di guerra, puro esercizio di stile capace però di rimanere addosso con l’e-bow a sviscerare una melodia contagiosissima ma non ruffiana e il ritornello che si apre folgorante e asciutto (pare che stiamo parlando di una formazione power-pop, eppure…).
Stanno invece nel secondo gruppo quei brani dove l’autoreferenzialità di Ferretti, le sue montagne, la loro gente, la fede e via dicendo si fa esagerata e sterile affossando le buone intuizioni musicali (la chitarra blues-arabeggiante di Cronaca del ritorno ondulante come un canto di Shabbat, l’ascendenza da Battiato di Cronaca divina rovinata dalla retorica da messale delle liriche), quand’anche la scrittura pare procedere secondo manuale (Cronaca settimanale) e certe soluzioni elettroniche di Maroccolo arrivano del tutto fuori tempo o fuori centro (i synth della commuovente Cronaca filiale).
Tra i due poli, il resto dei brani, sempre al di sopra della sufficienza, completa un disco a fasi alterne, che testimonia come l’avventura di questi tre musicisti – e di quelli che prima di oggi avevano abbandonato la strada per percorrerne una tutta loro – finisca nel momento più opportuno e dignitoso. Un attimo dopo l’aver detto le ultime cose che erano da dire («già consumatore l’uomo si vuole clone / una merce qualsiasi / lo era da schiavo lo sarà da padrone»), un attimo prima che una storia musicale così importante e influente diventi l’inevitabile parodia di se stessa.

Voto: 7.4
Brani migliori: Cronaca del 2009, Cronaca di guerra II.

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Written by Luca

30/10/2009 at 15:57

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Love is a dog from hell – Black Eyed Dog (Ghost Records, 2007)

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Citazione drakeiana nel nome, chitarra e piano come accompagnatori quasi esclusivi delle canzoni, una manciata tra le migliori firme del nuovo cantautorato d’oltreoceano a fare da numi tutelari. Basterebbero queste poche nozioni per descrivere piuttosto puntualmente il songwriting anglofono di Fabio Parrinello in arte Black Eyed Dog. Un approccio alla forma canzone tradizionale ma sottilmente aperto alle contaminazioni, che scorre sul filo di una malinconia spesso indolenzita e restia ma non meno sincera di una confessione a cuore aperto e chitarra sottobraccio. Devendra Banhart, Will Oldham e Bright Eyes stanno intorno ma non occupano del tutto lo spazio, perché al di là di una discendenza quasi ovvia – ma non per questo celata – le canzoni da sole si guadagnano punti sul campo. Siano crepuscoli acustici con voce tremante e synth in secondo piano a far da fondale (Careless) o ombre lunghe gettate sui tasti di un pianoforte color seppia (Blue Eyed Girl), la risultante è valida soprattutto per spessore emozionale e di scrittura, quand’anche gli arrangiamenti nella loro essenzialità collaborano e incidono, vedasi l’arpeggio potentissimo con piano in ipnosi a scomparsa di Cruising o ancora il piano quadrato (con Kurt Weill presente ma a giusta distanza) di Ballad of Descruction. Dunque se rischi ci sono non sono di parentele troppo strette e soffocanti; attenzione però ai luoghi comuni di scaletta: un tre-quarti in un disco così ci sta sempre bene, ma un tre-quarti da circo malinconioso-bohemienne con fisarmonica, piano e quant’altro come Diazepam for Robin Hood lo troviamo ormai dappertutto e non è che lungo queste vie si possa variare molto.
Comunque questioni da pignoli. Disco prenotato nella graduatoria dei migliori esordi dell’anno, Black Eyed Dog nella lista dei cantautori che sanno come trattare i nostri cuori. Il sottoscritto, poi, sarebbe proprio curioso di sentirlo cantare almeno una volta in italiano per vedere che (bell’) effetto che fa.

Voto: 7.7
Brani migliori: Careless, Cruising.

Written by Luca

10/04/2008 at 15:36

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Once Upon A Time Through The Trees – The Child of a Creek (Autoprodotto, 2005)

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Venti minuti abbondanti di folk fiabesco e psichedelico per The Child of a Creek, acronimo dietro quale si nasconde il ventisettenne Lorenzo Bracaloni che in questo dischetto d’esordio propone sei brani suonati, registrati e prodotti totalmente in proprio. Chitarre acustiche ed essenziali interventi percussivi fanno da sostrato ad un alternarsi continuo di elettriche, organi, flauti, armonica e qualche intervento elettronico, per un songwriting che prende tanto dal ritrovato prewar-folk alla Devendra Banhart (notevole la somiglianza in Two Beatiful Horses are dancing the descendent snow) quanto dalle svisate fiabesco-lisergiche di un Syd Barrett non ancora del tutto in acido. La voce è possente e incantatrice, l’approccio gradevolmente pop con retrogusti beatlesiani (The Secrets of SilverWood). Manca forse il brano che lo contraddistingua in un genere negli ultimi tempi parecchio praticato, ma il talento – e soprattutto il clima – ci sono eccome. Aspettiamolo al varco di una nuova autoproduzione o di qualcosa di più ufficiale. Dimenticavo: l’artwork del disco (tutto fatto a mano) è bellissimo, complimenti.

Voto: 6.8
Brani migliori: The Secrets of SilverWood.

Written by Luca

19/02/2008 at 09:01

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Video: C.S.I. – Lieve

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C’è poco da dire. Uno dei più grandi gruppi italiani di sempre che canta una delle più belle canzoni degli anni novanta italiani. Tratto da un live acustico per Videomusic che dovete assolutamente avere (lo trovate in giro rieditato in dvd).

Written by Luca

07/01/2008 at 20:46

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In fondo al blu – Giulio Casale (Artes/Mescal/Sony, 2005)

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In fondo al blu come in una condizione di estrema sincerità, aggrappati alla poltrona della propria coscienza, trattenendo il fiato per lasciare fluire liberamente i pensieri e le emozioni sulla (propria) vita e sul mondo: è quello che ha tentato di fare Giulio Casale nella sua prima prova totalmente solista (il pur convincente Sullo Zero si basava per lo più su canzoni degli Estra), radicale cambio di rotta verso una dimensione più “placida” e cantautoriale a dispetto del rock verace di un tempo. Tenco, Fossati e Buckley – anche se quest’ultimo più sfumato rispetto a prima – gli esempi da seguire, ma soprattutto il teatro-canzone di Gaber (i brani del disco infatti sono alla base di uno spettacolo teatrale dal titolo Illusi d’esistenza): inamovibile presenza per chi decide di percorrere un certo tipo di strada non solo artistica ma anche civile; onore e soprattutto audace onere, perché bisogna avere veramente qualcosa da dire – e bisogna anche saperlo dire – per ereditare un genere così strettamente legato all’opera dell’artista milanese e oggi tanto soffocato dalla sua mancanza.

Fortunatamente Casale durante la sua immersione – il booklet si apre con l’immagine del cantante seduto in poltrona a fondo piscina e si chiude con un’altra che lo ritrae mentre è ormai riemerso, con la testa fuori dall’acqua – qualcosa da dire ce l’ha: un richiamo ardente a mordere la vita (“Voglio che tu sia un avvento un mistero un miraggio un oltraggio al presente”, dall’intensa Cara giovane vergine che mi parli di suicidio) e a ritrovarne lo splendore (il semplicistico appello agli artisti di Ora o mai più); un urlo contro chi la vita la vuole anestetizzare, rendere surrogato di sé stessa (Vivacchio), costringere in un assurdo surplus legislativo (Sbarre sui denti, con l’apporto dell’attore Roberto Citran) o deprimere nel vuoto adulatorio di uno dei tanti artisti di regime (Parassita intellettuale).

In mezzo anche un percorso più interiore e confidenziale (Marina Elisa), che deve più a Tenco che a Gaber ma, come per quest’ultimo, non riesce sempre a staccarsi dal modello e a rendere gli arrangiamenti consoni alle tonalità dei pezzi: qua e là strumenti e scampoli elettronici sono di troppo, qualche riferimento raggiunge e supera il semplice omaggio (Sbarre sui denti) e non mancano episodi decisamente di maniera (All I want to be). Ma nel complesso non si può certo dire che la (ex?) voce degli Estra abbia preso una via fin troppo facile come è successo ad altri carismatici leader del rock italiano. In fondo al blu Giulio Casale ha fatto il primo passo di una difficile ricerca del proprio pezzo d’eredità musicale e di un percorso artistico-umano che se continuerà su questa strada potrebbe rivelarci in futuro qualche magnifico splendore.

Voto: 7.4
Brani migliori: Cara giovane vergine che mi parli di suicidio, Parassita intellettuale.

Written by Luca

23/12/2007 at 10:26