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Quello che il pubblico non saprà mai – Patrizio Trampetti (Alma Music, 2005)

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Non finiremo mai di lodare un capolavoro come Creuza de ma di Fabrizio De Andrè. Ma è certo che una colpa ce l’hanno le nove canzoni a cui il cantautore genovese lavorò con Mauro Pagani all’inizio degli anni ottanta: l’aver “inventato” la world music. O meglio, l’aver dato il là – in Italia ma non solo – ad un genere, ad un fenomeno, che tutt’oggi ci portiamo dietro, non sempre con leggerezza.
World music – mai definizione fu coniata tanto all’ingrosso – vuol dire tutto e niente: capolavoro verace di musica proveniente da un determinato luogo oppure asfissiante paccottaglia buona solo per i salotti (coloniali e rigorosamente affumicati d’incenso) di qualche radical-chic tutto yoga e patchouli; Trilok Gurtu o i flautisti andini che rifanno i Queen ai bordi delle strade; in Italia Riccardo Tesi (ma è davvero world? Già ve lo state chiedendo) oppure, giusto per fare il nome che oggi ci tocca trattare, Patrizio Trampetti. Che paccottaglia proprio non è ma poco – davvero molto poco – ci manca.

Attore, cantautore, già nella Nuova Compagnia di Canto Popolare con Barra ed Eugenio Bennato, Trampetti arriva con Quello che il pubblico non saprà mai al suo quarto disco. Nessuno mette in dubbio le qualità del suo passato e – per quanto riguarda il teatro – anche del suo presente, ma questo nuovo lavoro è semplicemente orrendo. Se dalla world musica cercate le radici, la terra e – visto che di mediterraneo stiamo parlando – il mare, sappiate che qui troverete solo la plastica. A dosi massicce, sostitutiva di tutto e tutti come nei peggior souvenir turistici, iniettata come botulino nelle canzoni anche quando i nomi i gioco sono molto importanti (Gilberto Gil spunta a sorpresa in Portugal e non si capisce bene come sia finito qui). Non è reggae quello di Italietta (e l’ospite Sir Oliver Skardy dovrebbe saperlo bene), non è elettronica quella di Tammuriata Jungle, non è tango quello della arrabbiatissima – ma alla fine inoffensiva – title-track. Sono surrogati, feticci buoni solo a sostituire il vuoto d’ispirazione e (vera) contaminazione di cui i brani – piuttosto carenti e retorici anche nei testi – sono vittime e allo stesso tempo artefici.Ci capita spesso di indicare nelle recensioni qual è il brano migliore della track-list. Qui non lo possiamo fare perché semplicemente non c’è (salviamo per il rotto della cuffia solo una Take this waltz di Leonard Cohen defibrillata dalla voce di Moni Ovadia). Ma se proprio volete sapere qual è il punto più basso, il momento più disperato, quello che – lo ammettiamo – ad un certo punto abbiamo dovuto per forza skippare, è la versione trip-hop (??) con inserti rap di Un giorno credi di Bennato. Avete presente se il karaoke l’avesse fatto a suo tempo un Fiorello di Bristol? Ecco, sarebbe venuta fuori una cosa del genere. Può bastare per convincervi a starne alla larga?

Voto: 3.5

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Written by Luca

07/12/2007 at 12:29