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Tutti contro tutti – Giorgio Canali & Rossofuoco (La Tempesta, 2007)

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A settanta metri al secondo e non fermarsi ancora: l’uomo che cantando e suonando precipita, indomabile. Chiamarlo rock’n’roll ma crederci poco, perché se anche tutto il resto è rock’n’roll, allora Giorgio Canali chissà chi è. Uno stile, ma di vita prima di tutto. Che le chitarre e i tamburi non basterebbero se non ci fosse l’Uomo. Colui che nudo e inarrestabile si infrange addosso a chi ascolta. Carne di rabbia e respiro di disincanto. Uno solitario contro tutti nel Tutti contro tutti della realtà: in fondo, un modo magnifico per non sentire il vuoto. Anche quando magari qualcosa non si presenta al meglio; oppure solo perché bisogna sempre fare i conti con il passato ed il passato per Tutti contro tutti è anno duemilaquattro, un capolavoro senza titolo, freccia in giù e basta. Se non ci fosse stato quel disco forse saremmo qui a oggi gridare al miracolo. Al contrario il quarto capitolo di Canali col carrarmato sonoro Rossuofoco sconta la grandezza del suo predecessore e rimane un passo indietro, ma uno solo.

Gli ingredienti non cambiano: rock e punk a scambiarsi e confondersi nel ruolo di protagonista. Stooges e Gun Club, a tratti Afghan Whigs, per un songwriting che rispetto al passato è meno rotondo e viene lasciato più libero di distendersi o fulminare. I testi anch’essi immutati nell’idea di base: stupendi macramé di rime e assonanze conditi da un citazionismo ossessivo ma salutare (da Gaber a Jobim: a voi scoprirne altri). A definirli in una parola viene da dire incisivi – proprio come i denti che incidono – ma di fondo sono letterari, con tutto ciò che comporta il termine in quanto a consapevolezza d’approccio, affinità con la realtà e suo disvelamento.

Quello che manca in pratica non sono le belle canzoni, ma le canzoni tanto belle da eguagliare le altre. E allora via con quelle belle ma non così belle: l’iniziale decollo chitarristico di Verità, la verità; la falcata amara e intransigente di Falso bolero; l’intimismo del tutto politico di Non dormi; la rilettura in italiano di “Septembre en attendant” (Settembre aspettando) dell’amico Bertrand Cantat con l’armonica di Bugo a rinvigorire gli spettri blues di una guerra infame come quella jugoslava. E poi l’accoppiata centrale di Swiss Hyde e Canzone della tolleranza e dell’amore universale, tipiche elencazioni a mitraglia di cui Canali è maestro, dove niente e nessuno viene risparmiato e la freccia precipita giù più che mai, senza scampo. A trascinare proprio al centro del presente più ripugnante e mortifero un lavoro che, anche solo per l’urgenza immutata e il calore – rabbiosamente umano – di ciò che dice, rimane comunque importante e necessario. Qualcuno ogni tanto si lascia scappare un Giorgio-Canali-unico-vero-rocker-in-Italia. Con qualche dubbio sull’unicità, ma certissimi in quanto a spirito e slancio, approviamo e confermiamo convinti.

Voto: 7.8
Brani migliori: Swiss Hyde, Canzone dell’amore e della tolleranza universale.

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Written by Luca

04/04/2008 at 14:00

Live: Giorgio Canali & Rossofuoco – Casa 139 di Milano, 15/12/2004

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Gli spazi stretti della Casa 139 sembrano non potere frenare l’impressionante crepitio sonoro che Giorgio Canali e i Rossofuoco riescono a generare dal vivo. Giunti qui a Milano per un’altra data dopo quella di settembre per il Milano Film Festival, Canali e compagnia confermano come la complicità che si è creata tra solista e gruppo, che già era uno dei punti di forza dell’ultimo (splendido) album, sia ancora più determinante sul palco. L’impatto dei pezzi infatti non sarebbe lo stesso senza il notevole lavoro ritmico della batteria di Luca Martelli e le chitarre incisive di Marco Greco. Sono loro, insieme al basso di Claude Saut, a dimostrare come un assetto strumentale classico possa ancora fornire in fase di arrangiamento un numero considerevole di soluzioni musicali fantasiose e divertenti.
Giorgio Canali, poi, è sempre, eccezionalmente, lo stesso. Incazzato, inquieto e urlante, è un uomo che dimostra di vivere realmente ciò che canta; impressionano i suoi occhi indiavolati e il corpo agile, mai fermo, staffilato dalle convulsioni sonore degli strumenti. La concitazione del concerto non fa in modo che tutte le parole si capiscano perfettamente ma sull’intento comunicativo in sé prevale l’urgenza espressiva, che Canali riesce a trasmettere benissimo e che il pubblico apprezza e applaude. Lasciano il segno Questa è una canzone d’amore, No pasaran, Mostri sotto il letto (dove il pubblico non può che agitarsi e cantare), Questa è la fine. Precipito è leggermente più soffice come se chi la canta volesse goderne fino in fondo la bellezza e farla godere a chi ascolta. Peccato manchino Savonarola (una sorta di manifesto su chi è Giorgio Canali oggi) e Guantanamo. La chiusura però è tutta per l’immancabile 1.2.3.1000 Vietnam.
Durata totale poco più di un’ora. In questi casi si dice breve ma intenso. Aggiungiamoci pure sincero. E rock’n’roll. Magnificamente rock’n’roll.

Written by Luca

06/01/2008 at 12:20

Video: Giorgio Canali & Rossofuoco, Falso Bolero

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Il regalo di Natale di Songwriters è l’ultimo video di Giorgio Canali & Rossofuoco, disegnato da Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti per la canzone Falso Bolero. Buona visione e buon Natale.

Written by Luca

25/12/2007 at 10:23

Pubblicato su Canali Giorgio, musica, video

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Giorgio Canali: un individualista anarchico incazzato (2005)

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Ereditato come una delle migliori uscite dell’anno scorso, l’ultimo disco di Giorgio Canali coi Rossofuoco – il cui titolo corrisponde alla freccia all’ingiù che compare in copertina – sta ancora attraversando in tournèe, a distanza di un anno, il nostro paese. La data al Rockisland di Bottanuco è stata l’occasione per discutere e approfondire con il chitarrista dei PGR alcuni dei brani migliori dell’album e per tracciare un bilancio dei progetti futuri che lo attendono.

Nonostante sia passato ormai un anno, il vostro ultimo disco è ancora molto “vivo”. Uno dei motivi principali di tale longevità, a mio parere, è la qualità dei testi: giochi di parole, citazioni da canzoni famose, rimandi a proverbi e un fortissimo legame con l’attualità; il tutto sigillato da un sistema di rime serrato, che non ha paura essere semplice, diretto. E’ difficile credere che dietro a tutto questo non ci sia una riflessione sullo scrivere canzoni
Non penso di scoreggiare più alto del mio culo dicendo che la scrittura dei miei testi è fortemente influenzata dai miei gusti letterari. Per me il massimo della vita in fatto di letteratura sono Italo Calvino, Stefano Benni e soprattutto Raymond Queneau. La mia maniera di scrivere si rispecchia molto nella sua: giochi di parole, cose stupide che diventano importanti, cose importanti che diventano inezie… Nei miei testi si ritrova proprio questa voglia di giocare con la lingua, coi ricordi soprattutto; per me è molto divertente far diventare un emozione stupida o un ricordo vago una roba molto molto seria, far riemergere dal passato dettagli che ti possono fare sorridere e legarli a cose che non fanno per niente sorridere. Questa cosa nell’ultimo disco, scritto tutto in italiano, mi è riuscita molto meglio di quanto mi riuscisse in passato, perchè ho accettato il fatto che potevo scrivere nella mia lingua nello stesso modo in cui scrivevo in francese, cioè fregandomene del pudore. Quando nei precedenti dischi scrivevo canzoni in francese, siccome il francese non era la mia lingua, potevo osare l’inosabile. Ma su “Che fine ha fatto Lazlotòz?” non avrei mai scritto “cicciobomba ragioniere con tre buchi nel culo” mentre quando mi sono venute queste parole ho detto “Cavolo, è così che si fa!”. Ho trasportato il mio modo piccante di usare il francese all’italiano, sia dal punto di vista del linguaggio sia per una certa visione distorta del mondo. Ho cercato, in pratica, di fare un lavoro sulla parola dal punto di vista estetico che corrispondesse ad una visione del mondo con occhi diversi dal solito. In questo modo credo che pure i miei testi siano letteratura, anche se “letteratura stupida”. Quando la parola viene scritta e letta o ascoltata da qualcuno, se ha un senso, se non è “Ciao mamma guarda come mi diverto!”, allora per me è letteratura.

Effettivamente credo che tu oggi sia uno dei migliori “scrittori rock” d’Italia. C’è qualcun altro che apprezzi in questa direzione?
Manuel Agnelli. Tantissimo. Non mi hanno mai fatto impazzire gli Afterhours fino a “Quello che non c’è”, ma quando ho sentito quel disco ho cambiato idea. In particolare la canzone l’ho sentita per circa settantadue ore di seguito. Lì ho capito che c’era qualcun altro che vedeva le cose con quel tipo di approccio che mi piace.

Però leggendo le tue parole a me viene in mente il Battiato di “Patriots”…
Sì quel Battiato mi piaceva moltissimo. Come piccola curiosità da ascoltatore inferocito che vuole a tutti i costi ascoltare qualcosa di diverso conoscevo bene il Battiato anni settanta, quello di “Fetus”, “Pollution”, “Sulle corde di Aries”… tutte quelle robe che si ascoltavano perchè allora facevano parte di quel mondo sommerso della musica un po’ fuori dagli schemi. Sono dischi che ho capito più tardi, dopo aver scoperto appunto “Patriots” o “L’era del cinghiale bianco”. Forse sarà un po’ presuntuoso nel dirlo, però è facile sparare non-sense a raffica sperando di raccogliere nella rete qualche cosa di decente. E’ una maniera divertentissima di fare musica, però va dosata: col nonsense qualunque cosa che metti dentro va bene e se ne abusi il tutto diventa un po’ gratuito.

Tornando al discorso che facevi prima sui ricordi penso che la citazione dallo spot del Moplen di “Guantanamo” rientri in quanto dicevi…
Eh sì! Tra l’altro quella cosa lì del Moplen è venuta fuori, insieme alla storia del pacifismo e della plastica, una mattina mentre stavo sentendo a casa la base strumentale del pezzo e stavo guardano su Rai Educational di Raitre un programma sulla Montedison e sulla creazione del Moplen. Mentre passavano le immagini della pubblicità con Gino Bramieri le parole del testo sono venute fuori in un attimo. E’ uno di quei pezzi che durante la lavorazione del disco a otto mani col gruppo era privo dell’idea del testo, ma poi è venuta. Mi rendo conto che a molti per ragioni di età il Moplen non dice niente, ma ad esempio la madre della mia ragazza quando ha sentito il pezzo è esplosa a ridere.

In “Guantanamo” ce l’hai (giustamente) un po’ con tutti: oltre ai “soliti noti”, anche coi figli dei fiori di un tempo e con quelli di oggi, “di plastica“. Ma ti riferisci alla gente, alla classe politica o ad entrambi?
Ce l’ho soprattutto con la maniera usuale di vedere le cose. Tutto non è come sembra, c’è sempre uno che ti vuole fregare e quando si sventolano bandiere son sempre cazzi per tutti: questo è il mio fondo anarchico da sempre. Non sono mai stato ne’ di destra, ne’ di sinistra; sono sempre stato un individualista anarchico incazzato fino a dentro. Ho mollato nel 1984 il movimento anarchico perchè mi son trovato a Venezia in quell’anno al Meeting Internazionale degli Anarchici con gli anarchici possibilisti e gli anarchici oltranzisti spagnoli che si menavano tra loro e un altro che alle otto e mezza del mattino spiegava ad una scolaresca in visita al meeting cosa siamo noi anarchici. Io ho preso su il mio sacco a pelo sono tornato a casa e da quell’anno non ho più frequentato gli anarchici, perché l’anarchia è una roba che hai dentro, non ha nulla di esteriore.

Sembra lo stesso “nonpensiero unico” che attacchi in “No pasaran” insieme ai “centomila quotidiani“. Ma davvero non vedi nessun movimento di critica al nostro sistema che sia in qualche modo valido?
Sì, sul Manifesto. Ma è di parte, quindi non vale. Perchè comunque anche per loro una buona fetta delle cose non esiste, la verità è solo la loro. Al di là di questo poi io voto a sinistra, perché geneticamente vengo da lì: mio padre era uno stalinista e io ho rischiato di votare Movimento Sociale Italiano a diciassette anni e undici mesi per contrappormi a lui. Solo l’impossibilità anagrafica mi ha salvato. Finché non ho frequentato certi ambienti per liberarmi da tutta una serie di tare ho rischiato di essere un fascista vero come mio padre era un comunista vero.

Sempre in “No pasaran” fai affermazioni molto forti: dici che le Brigate Rosse sono saltate fuori dal “cilindro del mago” e che certi pacchi bomba sono arrivati al momento giusto, come “agghiacciante diversivo“. Volevo sapere se queste erano provocazioni o conclusioni seguite ad un preciso ragionamento.
No, non sono provocazioni. Sono semplici ragionamenti proveniente da un libro stupidissimo e banale citato mille volte e derubato anche del titolo: “1984” di Orwell. C’è un Goldstein col turbante che soffre di una malattia terrificante ed è libero da qualche anno ed ha buttato giù dei grattacieli a New York: pensa te!
Le Brigate Rosse servono a qualcuno. Mi dispiace un sacco per quei poveri sfigati che hanno preso la pistola in mano e si sono fatti intrappolare in questo gioco e hanno fatto fuori altre persone che non c’entravano un cazzo. In “Brazil” di Terry Gillian, una parodia di “1984”, viene spiegato benissimo qual è il meccanismo.

Passando a qualcosa di meno serio, qual è la divinità che ti ha suggerito gli accordi di “Mostri sotto il letto”?
Se ci fai caso sono più o meno gli stessi quattro accordi su cui puoi cantare “The passenger“! Me ne sono accorto mentre sentivo una cover di quel pezzo e ho detto: “Porca puttana cos’è sta roba?”, e poi: “Ma ci puoi cantare pure Mostri sotto il letto!” (ridiamo, ndr).

A parte le battute, quella mi sembra una delle canzoni più intime del disco. Il verso “non l’ho mai cercata la felicità” colpisce parecchio…
No, ma quella è proprio una roba alla Battiato, un non-sense. È vero che la felicità non mi appartiene, ma sono anche convinto che la felicità sia nemica della creatività e viceversa. Dal momento che stai bene non crei nulla. Ho passato mesi allucinanti a non sapere cosa dire in musica appunto perché stavo bene. Al limite puoi cantare “Ciao mamma guarda come mi diverto!” (ridiamo, ndr). No, che poi per me Lorenzo è grandioso. Stiamo lavorando sul disco nuovo e c’è un pezzo il cui ritornello mi piacerebbe che facesse “Ciao mamma di Lorenzo guarda come mi diverto!“. Non so se oserò fare una cosa del genere, glielo posso chiedere. È molto peggio di “ciccio bomba ragioniere con tre buchi nel culo”! (ridiamo, ndr)

“Savonarola” è una canzone molto dirompente a livello di immagini, quasi cinematografica. Penso alla scena del Leviatano che viene dal Po a invadere la città, uno se va a Ferrara se la immagina proprio…
Io so anche da dove viene il Leviatano, a Ferrara ci vivo: arriva da viale Cavour dopo aver schiacciato la Montedison nella zona industriale (ridiamo, ndr). “Savonarola” è uno di quei pezzi che mentre scrivevamo la musica avevo già bene in testa l’idea del testo: un delirio di provincia, un’Apocalisse da discount… e l’intento mio era che il pezzo dovesse suonare come suonava “Centomila” nel primo album: un carroarmato molto molto pesante che si trascina in avanti con sopra queste immagini da Apocalisse de noantri.

Ma perché hai scelto Ferrara come città da fine del mondo?
Non c’è un motivo vero e proprio. Vedo Ferrara come la città un po’ glamour, dove le ragazze sono tutte belle, tutte bionde, tutte vestite bene, parlano tutte così (imita con la voce la cadenza delle ragazze, ndr) e vedere in quel posto un angelo metallaro che arriva e fa un macello è grandioso. Che poi io mentre stavo scrivendo il testo immaginavo anche la faccia dell’angelo, che è quella del chitarrista metallaro che suona con Luca (Martelli, il batterista dei Rossofuoco, ndr)!

Oltre a quella dell’angelo metallaro e quindi dell’Apocalisse, l’altra figura interessante è quella di Savonarola…
L’idea di Savonarola non viene direttamente da Ferrara, dove c’è una statua di Savonarola, ma da “Finistère” dei CSI. Giovanni (Lindo Ferretti, ndr) lì è Savonarola: indossa il suo cappuccio e indica: “Annus horribilis in decade malefica!”. Io appena sono arrivato a Ferrara e ho visto la statua di Savonarola, ho detto: “Che cazzo ci fa qui una statua di Giovanni!?” (ridiamo, ndr). Insomma Savonarola ce l’ho in casa!

Ma senti anche il desiderio di avere un Savonarola nella nostra società?
Mah… è quello che ti dice “ricordati che devi morire!”, “ricordati che sei cenere!”. E’ il menagramo, quello vero, lo iettatore. Sì, ci vuole, almeno per contrapposizione a uno che dice che va tutto bene perché abbiamo tutti la Bmw e tre telefonini. Piuttosto che credere all’ottimismo assoluto preferisco credere al pessimismo assoluto. Sono uno dei tre nichilisti del “Grande Lebowski“!

Pessimismo che però diventa ad un certo punto “amore antisociale” in “Questa è una canzone d’amore”. Mi sembrano che tutti i pezzi del tuo ultimo disco, nonostante il pessimismo e la critica senza sconti, siano sotto sotto delle canzoni d’amore. Del resto “antisociale” è un termine assai indicativo del tuo modo di porti…
Sì, le mie canzoni sono sempre canzoni d’amore, anche se non riesco a scriverle le canzoni d’amore vere, quello è il problema. “Antisociale” ha un motivo ben preciso nella contrapposizione all’amore della tv. L’amore della tv è un altro. Hai presente quella roba terribile che faceva Castagna? “Stranamore”? Ecco quello è l’amore in tv. La tv la guardo poco, ma quando sono in tournèe la guardo tantissimo e vedo cose terribili.

Dicevi prima che il tuo è un modo di porti senza bandiera…
Senza bandiera sventolata però…

…nel panorama indipendente italiano ci sono alcuni gruppi che cercano di porsi in modo critico nei confronti della politica. Ma è spessissimo una critica di parte. Tu come li vedi?
Il combat-folk è un po’ comodo, è vero, però ha una sua dignità. Di quell’onda lì conosco molto bene gli Yo Yo Mundi, proprio di persona, e un po’ meno i  Modena City Ramblers. Ma a me sta sui coglioni la musica che fa saltare e ballare e pretende di fare critica. Per me i Mano Negra sono stati scandalosi. O Manu Chao: Topo Gigio che canta gli Inti-Illimani. E noi ci crediamo, dai! Sono persone adorabilissime, ma quella dei Mano Negra era “musica del consenso”, e quella che fa oggi Manu Chao è ancora peggio. Un consenso che è comunque off,  strettamente di sinistra. Non è quello di Al Bano e Romina. Ma allora viva Al Bano e Romina!

Passando ai tuoi progetti al di là di Rossofuoco volevo sapere qualcosa dello spettacolo di cabaret musicale “70 m/s“, che fino ad ora tu e Dora avete solo fatto in Sardegna.
E’ stata una cosa molto semplice. Dovevo produrre l’album dei (P)neumatica per la Desvelos. Mr. Desvelos è un mio amico, gli voglio molto bene, e la mia tariffa di produttore è molto cara, nonostante sia bassa rispetto alla media, e lì c’era il problema che non c’erano soldi. Allora lui mi ha proposto dei concerti in Sardegna ma io ho preferito portare avanti questo progetto che abbiamo messo in piedi io e Dora da un po’ di tempo. Lei ha un sacco di pezzi suoi, io delle cose che non vorrei mai vedere uscir fuori per Rossofuoco. Abbiamo unito il tutto aggiungendoci alcune cover di Rossofuoco cantate da lei e alcune cose tratte da uno spettacolo teatrale che si portava in giro un po’ di anni fa, “Contro” di Lydie Salvayre. Ne è venuta fuori un’ora e un quarto di musica per me divertentissima da fare e ho visto che anche la gente ha reagito molto bene, anche perchè Dora con la voce e la chitarra se la cava molto bene. Avrà sicuramente un esito su disco prima o poi: entro la fine dell’estate vorrei chiudere quasi per intero il nuovo disco di Rossofuoco, poi far uscire questo progetto con Dora. Nell’aria c’è anche uno split con il Santo Niente, in cui loro fanno una cover di Rossofuoco e noi una loro. Un po’ come coi Virginiana Miller però con un contenitore più ampio. Mi piacerebbe fare anche un album dal vivo, meglio se in dvd perché live in audio-video abbiamo più senso che solo audio.

Tanti progetti… c’è anche qualche altra produzione in ballo?
Dopo i (P)neumatica sto facendo l’album nuovo dei Quinto Stato che dovrebbe uscire a novembre o dicembre.

E coi PGR?
L’album nuovo lo dovremmo registrare a novembre, dovrebbe essere sulla linea dell’ultimo perché siamo comunque un basso, una chitarra, una voce più una batteria e un altro basso.

Prima della fuoriuscita di Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli si diceva che il progetto “elettronico” dei PGR dovesse passare da due a tre voci, con te come terza voce. È vera questa cosa?
Giovanni ha sempre desiderato che io cantassi, però io non me la sento di cantare. Faccio anche fatica a cantare parole non mie. Non perchè non le condivida – mi diverto tantissimo a urlare ferocemente le cose che approvo di meno – è che sono fatto strano: nell’ultimo album dei PGR ci sono frasi che non avrei mai voluto neanche sentire, siccome le ho sentite quando le ho cantate le ho urlate. Ma il problema reale è che io non essendo un cantante ho grossi problemi a cantare con gli altri, a stare al loro passo, è proprio un problema di fiato. Per doppiare Giovanni dal vivo su “Forma e sostanza” spendo dieci volte che ci metto in un concerto dei Rossofuoco. Per prendere fiato dove lo prende lui spendo tantissimo. Arrivo alla fine di quel pezzo e son già morto ed è solo il secondo della scaletta

Per finire, dei PGR si è parlato ultimamente anche riguardo alla pubblicazione di un disco live e prima ancora di una possibile partecipazione all’ultimo festival di Sanremo…
Di dischi live ne abbiamo fatti una miliardata, comunque prima o poi verrà fatto perchè stiamo registrando tutte le date dal vivo. Invece per Sanremo è una storia molto stupida. Qualche anno fa io e Giovanni avevamo provocatoriamente quasi obbligato gli altri ad accettare di andare un giorno a Sanremo. Quest’anno Gianni (Maroccolo, ndr) era così convinto di andare a Sanremo e noi altri assolutamente no che alla fine è saltato fuori un caso particolare perchè tutte le macchine promozionali per andarci erano attivate ma io e Giovanni abbiamo fatto un po’ i vigliacchi per non andarci e abbiamo tirato i remi in barca. Pensa che ci avevano anche concesso una proroga per presentare il pezzo ma Giovanni ha fatto l’asino, non si è fatto più trovare per un periodo e non ha scritto il testo e non se n’è fatto più niente. Gianni ce l’ha ancora un po’ con noi però il gruppo nel complesso sta bene. Anche perché se ancora uno di noi tre va via come lo chiamiamo il gruppo? PG?

Written by Luca

13/12/2007 at 16:52