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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for novembre 2007

Disco numero quattro – Acustimantico (il Manifesto Dischi, 2005)

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Non ci vuole poi molto ad etichettare gli Acustimantico come l’ennesima copia dei già copiatissimi Avion Travel condita qua e là da intrugli balcanici in stile Bregovic e afrori mediterranei ripresi dalla più famosa delle mulattiere di mare. Non ci vuole poi molto perché è talmente intasato il genere intrapreso dal sestetto romano (canzone d’autore acustica?) che anche le proposte con un senso preciso come questa rischiano di perdersi o all’ombra dei mentori (che sono poi i nomi citati sopra insieme a pochi altri) o dei loro troppi, e a volte davvero inutilissimi, epigoni. Eppure gli Acustimantico meritano spazio, perché la loro proposta è una delle poche ad aver capito qual è la strada giusta da percorrere quando il margine di innovazione di uno stile è pressoché nullo: la qualità.Ascoltando infatti Disco numero quattro – live antologico e prima uscita su etichetta dopo tre dischi rigorosamente autoprodotti – ci si trova davanti ad una canzone d’autore che, consapevole delle proprie rotte e dell’affollamento di esse, punta tutto sulla cura della scrittura e degli arrangiamenti, forte anche di notevoli individualità (la voce di Raffaella Misiti, i fiati di Marcello Duranti) e di una generale garanzia di risultato quando è il momento di reinterpretare – sono due le cover ed entrambe ottime: Alfonsina y el mar di Mercedes Sosa e Les Anarchistes di Leo Ferrè (cantata con Andrea Satta dei Têtes dei Bois).

Nonostante non ci sia nulla di veramente nuovo, gli Acustimantico risultano così soprattutto credibili. E assai credibile del resto è  anche l’unico episodio che si discosta da quanto descritto fino ad ora. I sei minuti o quasi di divagazione strumentale di Raganitza sono un inquieto calderone di bagliori etnici, follie jazzate, rivoli dall’attitudine prog che fanno da culla ancestrale alle dissonanze vocali di Raffaella Mesiti: in mezzo a narrazioni dal taglio bucolico (Canto del telaio del cielo) ed episodi teatral-danzerecci (Fiore di loto, Questo è quanto) un omaggio dichiarato – e un tantino inatteso – a Demetrio Stratos e Sainkho Namtchylak.

Voto: 7.4
Brani migliori: Canto del telaio del cielo, Raganitza.

Written by Luca

30/11/2007 at 17:48

Hellequin Song – Cesare Basile (Mescal, 2006)

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Non era facile eguagliare gli ottimi risultati ottenuti tre anni or sono con Gran Calavera Elettrica, l’album della maturazione e affermazione di Cesare Basile come uno tra i migliori “nuovi” cantautori italiani. Tralasciando il fatto che quel disco conteneva più delle solite due o tre canzoni da ricordare, esso apriva di fatto nell’avventura musicale del nostro uno squarcio tanto nuovo quanto fecondo. Eppure Hellequin Song – stessa (fondamentale) produzione del precedente (Mr. John Parish), stesso manipolo di musicisti (arricchito però da nuove presenze: Giorgia Poli, Michela Manfroi, Jean Marc Butty, Stefan Kamil Carlens) – ce la fa. Seppur di poco sposta l’arte di Basile verso spazi a lui ancora più consoni, trasformando il mezzo miracolo del disco precedente in un capolavoro vero e proprio. In poche parole: siamo all’apice.

A mutare non sono i luoghi – stiamo sempre tra folk e rock, tra Sicilia carnale e America desertica – ma i toni: più confidenziali, silenziosi; intimi non solo nei temi (come è sempre stato) ma anche nelle voci. Quelle voci che sono le voci dei fantasmi che hanno ispirato le canzoni di Hellequin Song (come l’Arlecchino principe dei morti della title-track) e che come tali trovano la miglior definizione nel loro essere vicini a chi ascolta, quasi sussurrati e incorporei.

Allora via gli archi; spazio a banjo e chitarre acustiche – non a discapito però di quelle elettriche, che qui ricamano soprattutto rumori e feedback; e poi tanto organo e pianoforte, che quando incontrano la voce di Basile – mai così matura come oggi – lasciano una sola cosa, la stessa che appunto ci lascia un’apparizione di fantasmi: i brividi.

Certo, tutto questo non basterebbe se non ci fossero le canzoni e il songwriting esperto e letterario del loro autore. Tirate le somme la palma di miglior brano del disco va pari merito alla sferragliante Fratello Gentile (una locomotiva di rabbia e dolore tra Lanegan e Cave); alla già citata title-track, ritratto perfetto della poetica tragica di Basile; e a Ceaseless and fierce, vetta interpretativa e “classico” dal pathos irresistibile. Ma anche il trequarti tierseniano de Il deserto, il blues sciamanico Dite al corvo che va tutto bene e il piano voce quasi da chansonnier di Usa tutto l’amore che porto (anche Fossati qui starebbe a guardare) testimoniano l’eccezionale levatura di un cantautore che oggi ha tutti numeri, e ormai anche tutte le prerogative, per andare ancora molto molto lontano. Ma per ora gustiamoci quello che probabilmente sarà uno dei migliori dischi del duemilasei.

Voto: 8.5
Brani migliori: Fratello Gentile, Ceaseless and fierce, Dite al corvo che va tutto bene.

Written by Luca

30/11/2007 at 17:37