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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

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Di rabbia e stelle – Roberto Vecchioni (Universal, 2007)

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L’ottima esperienza “a nudo” de Il Contastorie – un manciata di brani riarrangiati per solo pianoforte e contrabbasso da Patrizio Fariselli e Paolino Dalla Porta – non ha lasciato molte tracce nella musica di Roberto Vecchioni, che per Di rabbia e stelle torna alla formula degli ultimi (non troppo esaltanti) lavori, quella di un pop-rock a base di chitarre elettriche, tastiere e archi sovrarrangiato e iperlucido. Con Mauro Pagani dietro le manopole negli ultimi due dischi in studio prima di questo la faccenda era cambiata un po’, ma allora era stata l’ispirazione a mancare, soprattutto per lo sconfortante Rotary Club of Malindi, uno dei più bassi dell’intera carriera del Professore dopo un decennio, gli anni novanta, trascorso almeno a livello d’ispirazione in modo più che discreto.

Questo nuovo lavoro dunque doveva essere la riscossa, ed in effetti si percepisce nettamente come Vecchioni – reduce da un periodo non troppo facile a livello personale – ci abbia messo molto, sia in quanto a tempo che a impegno (tredici i brani), per realizzarlo. Peccato che quel molto impegno, i tredici brani appunto, insieme alla già citata tracotanza degli arrangiamenti siano le due palle al piede dell’opera, tanto che osservata la scaletta brano per brano risulta quasi matematica al termine dell’ascolto la corrispondenza tra brani brutti, o inutili, e i difetti di cui sopra.

L’ispirazione non dura tredici canzoni. Otto, o al massimo nove, avrebbero trasformato il disco non in un capolavoro ma in un ritorno convincente. Forse i drammi personali hanno reso la scrittura più essenziale di un tempo e i brani nel cassetto numericamente maggiori; forse Vecchioni ha deciso di puntare tutto sulla sincerità – la sincerità di raccontarsi totalmente, che qui si tocca davvero con mano anche nei passaggi meno riusciti. Sta di fatto che almeno tre tracce potevano essere tranquillamente scartate: La ragazza dal filo d’argento, col suo surrogato springsteeniano di elettriche-batteria-organo; Neanche se piangi in cinese, vano tentativo di raccontare in modo frizzante il tema dello sconforto esistenziale (altrove ricorrente con più fortuna) e Il violinista sul tetto, folk parecchio annacquato che la presenza di Teresa De Sio non riesce in alcun modo a resuscitare. A completare la lista poi almeno due brani rovinati da arrangiamenti troppo abbondanti o fuori rotta (inevitabilmente la produzione di Lucio Fabbri qualche grossa colpa ce l’ha). Sono Non lasciarmi andare via, che parte bene con spazzole ed acustica lievi e poi s’inzacchera in una melassa di archi (peccato, perché il testo è una richiesta d’aiuto forte e viscerale come poche) e Amore non amore, con i suoi bordoni d’organo ricamati da elettriche senza peso – anche se, a dirla tutta, quest’ultima poteva finire anche negli scarti per poca ispirazione.

Di contro le altre dimostrano un Vecchioni ancora vivo, vibrante, che riesce col mestiere laddove manca l’intuizione ma al contempo di intuizioni ne sparge ancora. La scrittura e il fraseggio melodico sono i suoi, tipici e distinguibili (cosa che, per ragionare ancora una volta su fronti opposti, diventa una zavorra quando la penna latita). Lo spessore emozionale è quello di un uomo disposto a confessarsi e bisognoso di farlo, che non rinuncia alla fissa della citazione cine-letteraria usata come spunto poetico o come semplice feticcio (Benni in Comici spaventati guerrieri, De Filippo in Questi fantasmi, Tolstoj ne Il cielo di Austerlitz, Jewison per Il violinista su tetto) e che scarnifica od esalta le vestiture a seconda della grana sentimentale dei pezzi. Comici spaventati guerrieri e Questi fantasmi scalciano d’affetto e d’indignazione rispettivamente a difesa dei giovani e contro i tanti brutti personaggi che infestano l’Italia; Mond lader riprende lo stesso fervore attraverso un dialetto milanese virato in seppia; Amico mio, Il sole di Austerlitz e Le rose blu – le prime due ben arrangiate da Fariselli – riportano Vecchioni su rotte da chansonnier confidenziale che snocciola uno dietro l’altro i suoi amori e le sue paure tra biografia, letteratura e spiritualità. Sono queste le tre vere zampate del disco, ma se confrontate al resto non risolvono quei nodi che l’autore di Luci a San Siro si porta appresso, come un cargo troppo pesante, da ormai troppi anni.

Voto: 5.4
Brani migliori: Comici spaventati guerrieri. 

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Written by Luca

20/05/2008 at 09:56

Video: Roberto Vecchioni, Le lettere d’amore

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Roberto Vecchioni ha scritto parecchie canzoni su personaggi della storia, del cinema, della letteratura. Una delle più riuscite è sicuramente Le lettere d’amore, ispirata ad una poesia di Alvaro do Campos, eteronimo dietro cui si nasconde il grande poeta portoghese Fernando Pessoa.
Pessoa è uno dei poeti più importanti che fino ad oggi ho avuto modo di leggere; la canzone forse dimostra di non aver capito del tutto il personaggio però, come dire, funziona, emoziona. Vagando per YouTube, ho scoperto che ne esiste anche un video, eccolo:

Written by Luca

23/12/2007 at 17:53

Il Contastorie – Roberto Vecchioni (Universal, 2005)

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Essendo un buonissimo interprete, di quelli “alla francese” che giocano tutto sulle flessioni emozionali della voce e la mimica dei gesti, non siamo mai riusciti a capire perché Roberto Vecchioni ad un certo punto della propria carriera abbia lasciato in un angolo l’intimità d’oltralpe delle chitarre acustiche e di un certo cantautorato folk-rock americano tra Dylan e Neil Young per farsi letteralmente invadere da un indigestione di chitarre elettriche dall’assolo facile, tastieroni e batterie. Il più chansonnier dei nostri cantautori, alle prese con tutta quella schiacciante mercanzia, ci sembrava volesse imbalsamare di proposito le proprie parole, privandole di quelle doti interpretative che erano diventate sempre più vitali col passare degli anni, da quando cioè l’ispirazione si era fatta, da scostante, bassissima (basta citare gli ultimi due dischi in studio, a cui la produzione di Mauro Pagani ha potuto fare ben poco).

Con “Il Contastorie” il discorso sempre essere cambiato. Via la tracotanza del passato più recente e spazio alla nudità jazzata del pianoforte di Patrizio Fariselli e del contrabbasso di Paolino Dalla Porta (entrambi ex Area), che lasciano la voce libera di dare il giusto peso ai versi, forte di una teatralità calmierata dall’esperienza e divenuta definitivamente un’arma a favore. Le riletture proposte appaiono in un contesto simile ben calibrate e quasi tutte emozionanti, facendo di questo singolo disco dal vivo un lavoro sicuramente buono, e, di fatto, non la solita paccottiglia antologica con manciata di superflui inediti al seguito ma un vero e proprio progetto.
Parte del merito va anche alle scelte di scaletta, che in mezzo ad un repertorio come già detto scostante riescono a trovare alcuni degli episodi migliori di sempre, spalmati lungo tutto il tragitto temporale del suo autore ad eccezione del decennio ’80-90′. L’apertura con lo slancio melodico di Vincent, riadattamento in Italiano di un brano di Don McLean, è di quelle azzeccate quanto i ripescaggi di brani importanti come Parabola e Alighieri e di ben tre tracce (su quindici) da “El bandolero stanco“: Canto notturno (di un pastore errante dell’aria), da cui traspare un’ inedita vicinanza stilistica a Fossati, Celia de la Serna e La stazione di Zima. Inevitabili le presenze di Blumùn, Samarcanda e Luci a San Siro (che così scarnificata perde qualche grammo della sua patina retorica); “fortunate” quelle di E invece non finisce mai e La bellezza, unici due brani salvabili dai dischi prodotti da Pagani.

Rimane a Le lettere d’amore la palma di miglior brano del disco e forse dell’intera produzione vecchioniana, che non dà comunque segnali di ritrovata ispirazione. La prescindibilità dell’unico inedito presente (Stagione nel sole, riscrittura di “Le moribond” di Jacques Brel) ci fornisce infatti l’impressione di avere di fronte ancora una volta un autore che soccorre con tanto mestiere la mancanza pressoché totale di spunti nuovi e avvincenti. Per ora – ma speriamo non per sempre – accontentiamoci di questa bella parentesi acustica, augurandole come a tutte le cose migliori una durata il più possibile lunga.

Voto: 7.5
Brani migliori: La bellezza, Le lettere d’amore.

Written by Luca

20/12/2007 at 10:34