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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 29th, 2007

Live in Blu – Max Manfredi (Storie di Note, 2004)

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La Genova dei carruggi zeppi di disperati, il mediterraneo mitico di “Creuza de ma”: è da qui che Max Manfredi parte per il suo variegatissimo viaggio musical-letterario. Sembra banale dirlo ma Manfredi non sarebbe lo stesso se prima di lui non ci fosse stato Fabrizio De Andrè. Quello del compianto cantautore genovese è un riferimento sicuramente ingombrante – a partire dalla somiglianza fra le due voci – ma è anche una presenza vitale, perché se è vero che da lì Manfredi parte è sempre da lì che Manfredi si distacca. Le sue canzoni vivono di uno stile personalissimo, che rielabora l’insegnamento di De Andrè anche attraverso l’incontro di numerose influenze.

Live in blu riepiloga ciò che Manfredi ha fatto fino ad oggi nei suoi tre (introvabili) dischi e le tracce dell’album evidenziano bene quanto detto prima. L’inizio con La fiera della Maddalena è quasi una dichiarazione di deandreiana genovesità (Mi sono trovato sveglio con il lichene nei miei capelli), ma poi Via G. Byron, poeta (premio Recanati nel 1989) mescola il jazz ai surreali deliri di Queneau e Bukowski. La ballata degli otto topi fa incontrare il cabaret acido di Kurt Weill con l’invettiva sociale de “Le nuvole”; Molo dei greci invece smitizza gli spazi di “Creuza de ma”, inquinati come sono dall’avanzare inarrestabile degli oggetti del commercio (ci trovi gli aironi che volteggian tra i rimorchiatori, più morti che vivi).

Sono gli oggetti – le cose di ogni giorno riutilizzate letterariamente – a caratterizzare la poetica sghemba di Max Manfredi. Ce ne sono dappertutto: nella sensualità di una figura femminile (il tuo Lancome stanotte farà un lago), nelle descrizioni lirico-paradossali di paesaggi (“il mare nei giorni di pioggia / è un brivido di stagnola / ci nuotano i cocktail di scampi”) o di situazioni amare e assurde (La USL non passa l’amore); esaltati da gustosi giochi di parole o descritti come solo il Pavese di “Lavorare stanca” sapeva fare (Tabarca, capolavoro dell’album).
Vista la tanta perizia con la penna in mano sarebbe molto interessante – come già fece nel 1994 con “Il libro di Limerick”, anche questo ormai introvabile – vedere di nuovo Max Manfredi alla prese con una pagina bianca. Intanto le sue parole stanno su un fado, su un rebetico, o su una ballata dal sapore tex-mex; vanno in giro guidate dal caso e dall’odore delle donne nei bordelli. Genova è malata ma si fa ancora amare. E’ comunque un bel sentire, Fabrizio lo accompagna.

Voto: 8.3
Brani migliori: La fiera della Maddalena, La ballata degli otto topi, Tabarca.

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Written by Luca

29/12/2007 at 14:54

lecosedaevitare – Il Vortice (Wild Flowers/Ethnoworld, 2005)

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Il Vortice esordisce ufficialmente con lecosedaevitare a due anni di distanza dal primo demo, un periodo di sedimentazione piuttosto corto soprattutto se si è alle prese con un’estetica – il rumore chitarristico dei Sonic Youth più l’appeal poetico-teatrale dei primi Marlene – che concede con fatica nuove possibili alternative a sé stessa.
Il suono del gruppo campano mischia noise e melodia, lunghi strascichi strumentali e fulminee accelerazioni al limite dell’hard. Ma non si ferma alla “bella coppia” di sopra e abbraccia anche le rotte di Motorpsycho e Verdena e alcune manieristiche escursioni post (alla Mogwai o giù di lì: vedasi Aurora). Sono tutte influenze che però non aiutano a trovare quella boccata d’aria necessaria per non fare risultare il lavoro del gruppo solo come una serie di notevoli calchi.
Ci sembrano infatti proprio questo le canzoni del disco, tutte ben suonate e sottoposti ad una cura appassionata per quanto riguarda testi e arrangiamenti, ma anche eccessivamente prevedibili nelle strutture. Si indovina quasi da subito dove sarà il cambio di ritmo de Il senso o l’esplosione sonica di Fuliggine, o un certo breve climax volto ad ingrossare il muro delle chitarre (come in Errore #2). Ovvio è anche  il cantato di Michele De Finis, che non risparmia qualche interpretazione a dire il vero esageratamente eccentrica.

In altre tracce si cercano nuove soluzioni, a cui però il più delle volte andrebbe aggiustato in parte o del tutto il tiro (magari per mano di un produttore esterno e più esperto). Succede per Qualcosa che rimane, recitativo dov’è meritata l’equiparazione ai Massimo Volume ma solo per la parte musicale (la voce risulta dispersa e inespressiva); e così per Cane di pezza, dove tra rumorismi e contrasti vuoto/pieno si cerca un effetto “drammatizzante” che rimane purtroppo tale, fine a sé stesso e incompiuto. Ci soddisfa invece di più Cose da evitare, dove i canonici basso-batteria-chitarra fanno strada a pennellate di rhodes volatili e scoordinati che creano una particella sonora da cui avremmo voluto veder scaturire una canzone piuttosto che uno strumentale semi-irrisolto.
Magre conclusioni però per un esordio che alla fine dei conti dà l’impressione di essere poco meditato – o forse al contrario pensato all’eccesso, ma solo strettamente all’interno del gruppo – e non riesce a trovare una propria risposta a quegli stimoli che tra New York e Cuneo furono messi in circolo ormai più di dieci anni fa.

Voto: 4.7

Written by Luca

29/12/2007 at 10:15