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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 5th, 2007

Le Ombre – LeLe Battista (Mescal, 2006)

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Sciolti i La Sintesi dopo due dischi (uno interessante, l’altro decisamente meno) e una partecipazione a Sanremo, LeLe Battista torna con il suo primo disco solista, affiancato da Giorgio Mastrocola, già chitarrista e coautore dei brani del gruppo come di questi. Le Ombre rivisita in chiave cantautorale quelle che furono le coordinate della precedente avventura limando le attitudini più leggere e mantenendone invece intatti i toni scuri, che danno alle undici canzoni del disco gradazioni invernali, quasi da (moderno) film in bianco e nero.

Intimista ma allo stesso tempo sontuoso – grazie soprattutto alla mano ispirata di Celso Valli, suoi gli arrangiamenti di tre brani – Le Ombre vive della buona scrittura di Battista, scrittura che nonostante un discreto numero di testi rilevanti (Le Ombre, Intese) cantati con una voce a suo agio nelle atmosfere di tutti i brani (ingannevole a tratti l’affinità con Andrea Chimenti) non trova però le prerogative ideali per far decollare le canzoni, che appaiono da subito come parenti un po’ stinte di questo o quell’altro artista.

Il Battiato di Gommalacca in La voglia di stare con te, o i Cure ammorbiditi di Amore folle o ancora i Bluvertigo romantici di Tutto strappato – e successivamente gli stessi nomi ancora, che si alternano in un gioco di rimandi un po’ sonnolento – ci spingono sino alla traccia dieci per segnalare l’unico momento fuori dal semi-anonimato dell’intero album. E’ quel piccolo capolavoro da chansonnerier postmoderno intitolato Trieste: lì probabilmente c’è il miglior LeLe Battista, ma il resto è una mezza delusione.

Voto: 5.0
Brani migliori: Trieste.

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Written by Luca

05/12/2007 at 21:30

Origami 62 – Il Rumore del Fiore di Carta (Autoprodotto, 2005)

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Qualunque sia Il Rumore del Fiore di Carta, certo è che si avvicina molto alla musica suonata da questo quartetto di origine molisana, che con Origami 62 arriva all’esordio (autoprodotto e distribuito a prezzo assai ridtto solo in internet) deviando il sacro verbo del post-rock verso le sue propaggini più ambientali e cinematografiche.
E’ una musica lieve quella de IRDFDC, che rinuncia a qualsiasi tentativo di scontata deflagrazione in linea col genere proposto e punta tutto su un uso studiato dei suoni, capace tanto di riempire gli spazi quanto di evocare. Fin dai titoli dei brani infatti si capisce che l’intento è soprattutto quest’ultimo: introdurre determinate situazioni suggerendole, guidare l’ascoltatore verso atmosfere umbratili e metropolitane (non prive, come in Animali che nuotano, di una certa parentela coi Volwo) senza però prefissare contorni netti, anche quando l’aggiunta di testi recitati (alla Massimo Volume, ma con sapiente moderazione) potrebbe aiutare a precisarli. Il tutto grazie ad una strategia – questa sì rigorosa – che sull’onda dei Mogwai di Happy Song for Happy People costruisce i brani su un artigianato di pesi e contrappesi, di (poche) cose dette ed altre solo velate; di blues-non-blues cantati sottovoce in crescendo solo accennati ma invincibili (Ultimo tango); miscelando tra loro arpeggi profondi, elettronica in tutte le salse e frames radiotelevisivi ripresi da chissà quali latitudini.
Non tutto è perfettamente centrato e allo stesso modo avvincente (anzi, due o tre tracce in meno avrebbero forse giovato), ma con queste coordinate IRDFDC riesce a ritagliare una propria autonomia di spunti in un genere fin troppo frequentato e ormai sempre ad un passo dall’essere retorico. Come fiori di carta, le canzoni di “Origami 62” non cercano clamori, non impongono sé stesse se non per le loro precise scelte estetiche. Sono architetture raffinate, tutt’altro che dirette e in un certo modo fragili, ma non prive di un’affascinante – e silenziosa – potenza.

Voto: 7.5
Brani migliori: Animali che nuotano, Ultimo tango.

Written by Luca

05/12/2007 at 15:00