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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

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Pippo Pollina: “A noi ci piace così…”

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Troviamo Pippo Pollina e il suo gruppo alle prese con il sound-check e una presa elettrica che fa le bizze. La sua storia artistica è ormai nota – per chi non la conoscesse Pollina, fondatore degli Agricantus stanco della realtà culturale italiana, è emigrato nel 1985 in Svizzera e da lì dopo un periodo da musicista di strada ha riscosso via via un sempre maggiore successo che lo ha portato ad essere un artista importantissimo in terra elvetica e in Germania e a “tornare” musicalmente in Italia solo negli ultimi anni – “Bar Casablanca” è il suo diciannovesimo disco (ma solo il quinto edito anche in Italia) e nei giorni precedenti all’intervista Pollina era in Italia per una mini-serie di concerti di presentazione. La data di Milano è stata un’occasione per incontrarlo ed avere a che fare coi modi gentili di una persona veramente alla mano. 

Questa di stasera a Milano è la quinta data della tua mini-tournèe italiana. Ci vuoi fare un piccolo bilancio di com’è andata fino ad ora?
Malissimo! No scherzo… A Roma al Teatro Eliseo è andata benissimo; e anche a Mira, in provincia di Venezia, è andata bene. Invece ieri a Torino, al Folk Club, mi aspettavo qualcosa di più. Erano sei anni che non suonavo a Torino e inevitabilmente un’assenza così lunga la paghi un po’. Vedremo stasera qui a Milano, ma non sarà facile. Per me Milano non è mai stata una città facile.

“Bar Casablanca” è un lavoro molto eterogeneo, nelle influenze musicali come nei temi. Perché tra tutte le quattordici tracce hai scelto proprio “Bar Casablanca” come titolo?
Fondamentalmente perché suonava bene. Il nome di un disco di solito si sceglie tra due o tre titoli di pezzi che ti sembrano giusti per l’orecchio. Poi ci puoi trovare un infinità di motivi che diano un senso a quella scelta, ma spesso sono solo motivi di facciata. Pensandoci bene però dietro la scelta di “Bar Casablanca” c’è anche un motivo che va al di là della sonorità, ma il criterio di scelta primario è stato, appunto, la musica.

L’eterogeneità di “Bar Casablanca” si manifesta anche nella quantità di luoghi citati nelle canzoni (Norröra, Parigi, Montevideo, Vancouver…), tanto che è lecito pensare che i testi di questo disco derivino da un tuo diario di viaggio o siano essi stessi una specie di diario…
Buona parte delle canzoni di “Bar Casablanca” sono nate nei luoghi, come ad esempio “La pioggia di Vancouver”. Il viaggio all’interno di questo disco è una sorta di motore creativo, perché io viaggio sempre per portare in giro la mia musica. Ad ogni approdo c’è gente che ti aspetta, che ti comunica qualcosa: è quello, insieme al contatto effettivo con i luoghi, che fa scattare la molla creativa e il desiderio di suonare. Insomma io ho la fortuna di potermi alzare al mattino e domandare tra me e me “Chissà cosa mi succede oggi?” con più frequenza rispetto a chi fa un mestiere “qualunque”. E questo è un fattore importantissimo per ciò che faccio.

Ogni buon viaggiatore si porta almeno un libro appresso. E’ facilmente immaginabile il tuo amore per la letteratura, anche solo per aver dedicato alle tue passioni letterarie un intero disco (“Rossocuore”). C’è stata qualche lettura che ti ha influenzato durante questi viaggi e la scrittura delle relativa canzoni?
Sì, tantissime. Ti potrei dire John Fante, o Umberto Eco o i classici siciliani, che hanno dato un contributo importantissimo alla storia della letteratura italiana, penso ad esempio a uno come Gesualdo Bufalino. Tutti apporti fondamentali, però non ho la tendenza alla citazione. Preferisco farmi influenzare “a pelle”.

Avevo già accennato prima, parlando di eterogeneità, ai molteplici generi musicali che si avvicendano in “Bar Casablanca”: come si è svolto il lavoro di vestizione delle canzoni?
Il disco l’ho arrangiato io in prima persona. Quando abbiamo preso in mano gli strumenti avevo già le idee molto chiare su che taglio dare in generale ai pezzi. Poi ovviamente ho lasciato spazio ai consigli dei musicisti e ho pensato anche a quegli spazi che giustamente si meritavano per mettere in luce la loro preparazione tecnica.

Ne “La pioggia di Vancouver” racconti ciò che è successo alla magistratura italiana negli ultimi dieci anni. La tua posizione di italiano emigrato che guarda da fuori il suo paese ti permette, forse, di avere una posizione più lucida rispetto a chi le vicende le vive dall’interno. In poche parole, come vedi l’Italia? E come la vedono le persone che incontri ai tuoi concerti in Svizzera o in Germania?
Io l’Italia non la vedo soltanto da fuori, ci torno almeno una volta al mese e quindi la vivo. Sta di fatto che da fuori, come hai detto tu, l’Italia viene vista senza mezzi termini come una schifezza. Ma non si tratta tanto del luogo comune dell’Italia con la pizza e la mafia quanto dell’Italia governata da un uomo che ha un sacco di processi in corso e che per questo fatto dovrebbe quantomeno smettere di governare e rimettere il suo mandato. La gente in Germania e Svizzera trova assurdo che Berlusconi, coi guai giudiziari che si ritrova, rimanga al governo e nessuno dica niente. Da dentro invece il problema non è solo politico, ma culturale: l’Italia ha il Berlusconi che si merita, a noi sotto sotto piace avere Berlusconi al potere. Come nel film di Giordana “I cento passi” il rappresentante del partito comunista dice “A noi ci piace così, perché a noi ci piace essere sconfitti” così sono gli italiani: a noi Berlusconi piace e ce lo vogliamo tenere.

Dei quattoridici pezzi di “Bar Casablanca” uno è la cover de “La ballata della moda” di Luigi Tenco. Un pezzo che mi pare possa assumere per te un doppio significato, che va al di là del semplice omaggio…
Tenco è stato il mio primo grande amore italiano. Lo scoprii negli anni settanta, ero piccolino e mi procurai tutta la sua discografia e i pochi libri che parlavano di lui. Poi nel 1983, prima di una certa riabilitazione di Tenco in voga negli ultimi anni, feci a Palermo uno spettacolo tutto incentrato sulla sua figura che si intitolava “Tanto Tenco fa“. Ho scelto “La ballata della moda” perché è un pezzo minore e rifare canzoni che hanno già cantato più o meno tutti come “Mi sono innamorato di te” mi sembrava inutile. Certo, poi l’attualità della canzone in sé è tutta lì, basta ascoltarla.

Tenco insomma è stato per te, come per molti altri cantautori, una specie di padre artistico. A proposito di cantautori, secondo te come sta la categoria? C’è chi dice che sia da tempo ormai in un periodo di crisi irreversibile e ci sia il Premio Tenco a dimostralo…
Secondo me la categoria, al suo interno, sta bene. Il problema è che il mondo della musica italiana così come la penso io e tanti altri come me non ha più spazio per mostrarsi. Chi fa un disco nuovo e lo vuole promuovere non ha più visibilità, perché la televisione spazio non ne dà. E la televisione è diventata come la voce di dio: chi passa da lì esiste e chi non passa non è che si conosce poco: proprio non si conosce per nulla. Difatti chi anche è interessato ad un tipo di musica come la mia non sa dove andare a cercarsela e se chiedi a chi mi ascolta come mi hanno conosciuto, i più ti risponderanno che mi hanno conosciuto per sbaglio, magari ascoltandomi casualmente a casa di un amico.

“La luce di Norröra”, che apre “Bar Casablanca”, ha un arrangiamento fortemente evocativo, quasi cinematografico. Recentemente hai frequentato il cinema sia come attore che come autore della colonna sonora di un film dal titolo “Ricordare Anna”, ce ne vuoi parlare?
Da musicista l’essere alle prese con le immagini è molto diverso che dover musicare delle parole. La colonna sonora non deve aggiungere a ciò che è già nelle immagini, non deve comunicare. Deve piuttosto sottolineare quello che già si vede. Dal momento in cui una colonna sonora va al di là di questo suo compito, credo che sia una brutta colonna sonora. Parlo soprattutto per esperienza, senza avere particolari compositori che mi hanno ispirato: per “Ricordare Anna” ho ampliato, variandoli con l’orchestra, i temi di cinque miei canzoni. Per quando riguarda la recitazione è stata un’esperienza difficile ma bella, di certo la prima e l’ultima. Il risultato credo che lo potrete vedere presto anche in Italia.

Per finire volevo invitarti a fare un piccolo gioco: scegliere tra i dischi che possiamo ascoltare anche noi in Italia quello a cui sei più affezionato o che ti ha dato maggiori soddisfazioni, escludendo l’ultimo che, diciamo così, è troppo avvantaggiato
Mi spiace ma non penso di poter partecipare al gioco. Sono affezionato a tutti i miei album allo stesso modo, a “Bar Casablanca” come al primo che ho fatto. Mi succede questo perché io i miei dischi non li ascolto mai. “Rossocuore” è da quando è uscito che non lo ascolto, quindi più di cinque anni. “Bar Casablanca” lo sto ascoltando ora perché è nella fase-test di reazione del pubblico e io voglio capire profondamente come il pubblico reagisce alle canzoni che scrivo. Finita questa fase “di studio” anche “Bar Casablanca” non lo ascolterò per chissà quanto tempo.

Stasera a Milano, e poi?
Dopo la data di stasera ci sarà una lunga tournèe in Germania fino ad aprile, poi a maggio in Slovenia, Austria e di nuovo Italia. Altri progetti non ne ho: sono concentrato su questa lunga serie di concerti e non sono una persona che ama pianificare il futuro. Non ho nemmeno nuove canzoni nel cassetto: so che quando sarà il tempo giusto, arriveranno.

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Written by Luca

29/01/2008 at 20:14

Lo.Mo: ripartire dopo i Bartok nonostante tutto

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Anche se è errato considerarli dei veri e propri esordienti – i tre quinti del gruppo sono stati la base portante dei disciolti Bartok – i Lo.Mo con “Camere da riordinare” hanno messo a segno una delle più interessanti prime prove di quest’anno. Abbiamo parlato del disco d’esordio e di altro con Roberto Binda, cantante e autore dei testi del gruppo ma anche venditore di dischi in un negozio di Varese.

I Bartok si sono sciolti a metà 2004, i Lo.Mo nascono di lì a pochi mesi. Da cosa ha preso il via l’idea di un nuovo progetto?
Nei Bartok al tempo ci furono due defezioni. Pianoforte e violoncellista andarono a vivere da un’altra parte. Volevamo comunque continuare ma era inutile tenere lo stesso nome perché chi se ne era andato aveva una parte fondamentale nelle dinamiche del gruppo. Allo stesso tempo sapevamo che, per come siamo caratterialmente, smettere per un periodo poteva voler dire smettere per sempre. Allora all’inizio provammo diverse soluzioni per tentare di capire che strada potevamo prendere. Poi l’innesto di Paolo (Zangara, ndr), che era il chitarristi degli IK14, e successivamente l’incontro piuttosto casuale con Darren (Cinque, ndr) hanno dato vita e forma al progetto Lo.Mo.

L’innesto di due nuovi elementi ha cambiato qualcosa nei vostri metodi di lavoro?
Senza Paolo e Darren avevamo un approccio molto simile a quello dei Bartok perché comunque quando una band rimane coi tre quinti della stessa formazione di prima l’approccio rimane lo stesso. Successivamente insieme a loro due il modo di lavorare è cambiato. Non ci siamo affidati più all’improvvisazione come coi Bartok – si arrivava in studio senza qualcosa di già pronto e si suonava a ruota libera plasmando il risultato finale – ma abbiamo fatto un lavoro a due sulle canzoni, io e io chitarrista o io e il pianista, che poi è stato rielaborato da tutto il gruppo in studio. “Camere da riordinare” è un disco nato in maniera più cantautoriale rispetto al passato, anche se poi trascorsa la prima tappa del disco il metodo è cambiato di nuovo: oggi lavoriamo più da gruppo che da cantautori.    

Le canzoni di “Camere da riordinare” sono nate prima o dopo la fine dei Bartok?
Sono nate in seguito, in un lasso di tempo molto breve, perchè avevamo proprio bisogno di chiudere una fase e aprirne un’altra in maniera velocissima, senza troppe mediazioni.

Il passaggio dal primo al secondo gruppo è coinciso con il passaggio dall’inglese all’italiano.
Questa è stata un po’ una scommessa. Già quindici anni fa io e Tommy (Canal, ndr) avevamo un gruppo che si chiamava Ashpodel e durante i primi periodi facevamo pezzi in italiano. Poi quando era stata la volta di andare a registrare in studio il primo disco eravamo passati all’inglese, che poi abbiamo tenuto anche per i Bartok. Tornare coi Lo.Mo all’italiano è stato un po’ come tornare agli esordi.

Qualche difficoltà?
No, nessuna. Per il mio modo di cantare, che è poi un modo di cantare molto semplice perchè la mia voce non mi permette grandi escursioni vocali, non è stato particolarmente difficile. L’unica cosa è che con l’italiano sei un po’ più scoperto perchè sei più comprensibile.

Nell’economia delle canzoni sembra centrale l’apporto del pianoforte.
Darren per i Lo.Mo è sicuramente un apporto fondamentale perchè il pianoforte ci mancava molto, i Bartok stessi si poggiavano molto su questo strumento. Rispetto a Loris, Darren lui è più melodico. E ciò ha dato quel qualcosa in più ai pezzi, che spesso sono nati chitarra e voce. La centralità del pianoforte è frutto di una scelta anche produttiva, determinata insieme ad Hugo Race. Abbiamo dato più spazio al piano come volume di registrazione rispetto agli altri strumenti perchè caratterizzava maggiormente il suono in una direzione più originale.

Approposito di Race: vista l’atmosfera dei vostri brani è il produttore perfetto per il disco…
La scelta del produttore è fondamentale perchè i gruppi molto spesso non sono in grado di autoprodursi, hanno una preparazione che si limita al saper suonare e registrare i pezzi ma non hanno la capacità di capire e realizzare il suono che hanno in testa. Hugo ha decisamente marchiato il disco, volevamo quel tipo di atmosfere che troviamo anche nei suoi lavori e lui ci ha aiutato a trovarle. Lo abbiamo contattato noi mandandogli i provini di pezzi senza batteria e senza basso, solo con le guide melodiche. Lui ci ha fatto un controproposta su come vedeva la produzione di quei brani e a noi è andata bene.

Ad un primo ascolto di “Camere da riordinare” balza subito all’orecchio la forte somiglianza della tua voce con quella di Joe dei La Crus. Credi che ciò sia un vantaggio o uno svantaggio?
Musicalmente noi e i La Crus siamo molto diversi. Nonostante io e Joe siamo amici da vent’anni e il nostro background musicale sia molto comune, la sua direzione musicale è estremamente diversa dalla. I Lo.Mo sono più orientati verso il rock; i La Crus sono più cantautoriali ed elettronici, anche in modo raffinato e attento alle mode. E’ inevitabile però che partendo dagli stessi riferimenti e con la lingua italiana di mezzo possa risultare simile il modo di interpretare e cantare. Io comunque ho una voce più profonda, più frontale; lui più duttile, da interprete: cioè io canto peggio e lui canta meglio (ride, ndr)! La somiglianza della voce per me è uno svantaggio, per il semplice fatto che lui è arrivato prima. La gente sente questa somiglianza, Joe ha una storia musicale più forte della mia ed io, inevitabilmente, risulto derivativo da lui.

Mi sembra palese però che il tuo non è assolutamente uno scimmiottamento: hai quella voce e con quella canti.
Sì, è più evidente un mio scimmiottamento verso Leonard Cohen o Nick Cave o quel tipo di artisti piuttosto che Joe…

Una cosa che invece avete in comune coi La Crus ma anche con altri gruppi dell’indie italiano è un il recupero del cantautorato italiano tradizionale.
Credo che sia assolutamente inevitabile misurarsi con le cose italiane perchè il metodo di scrittura dei pezzi è estremamente diverso da quello anglosassone. Pur essendo ancora forte l’influenza della musica che hai ascoltato fin da giovane, quando vuoi scrivere canzoni nella tua lingua devi per forza guardarti in casa, fare tesoro di quello che di buono l’Italia ha prodotto negli anni ‘60 e ‘70 e mischiarlo soprattutto con l’attitudine del mondo anglosassone, che è quello che è sempre mancato alla musica italiana. L’equilibrio non è sempre facile perchè le metriche dell’italiano sono molto più vicine alla canzone pop che al rock. L’italiano è meno adatto ad essere troncato, è meno rock’n’roll.

Questo tentativo di unire Italia e Inghilterra sta aprendo alla canzone d’autore nuove vie, prima quasi inimmaginabili…
Sì, il tentativo c’è. Ma non c’è il mercato.

E neanche il riconoscimento. Penso al Premio Tenco che è finito pochi giorni fa. Mi sembra abbastanza limitante che, a parte i La Crus, gente come Basile, Benvegnù, Parente non sia ancora stata invitata su quel palco. E ancora più anomalo è il fatto che quest’anno il premio come “Miglior disco d’esordio” sia andato ex-aequo a gente come L’Aura, Veronica Marchi, Meg, Povia e Stefano Vergani. Con tutto il rispetto per questi artisti, se chi vota al Tenco si fosse ascoltato più dischi forse il premio sarebbe riuscito a fotografare con più esattezza lo stato della musica italiana, che quest’anno ha visto esordire cose certamente migliori di quelle.  
Al di là dei gusti personali, i primi nomi che hai citato sono interpreti. E’ paradossale che il Premio Tenco, un festival nato per omaggiare un autore, premi come miglior esordio degli interpreti ottimi che però non sono autori.

Sì, solo gli ultimi due sono autori e il premio dovrebbe concentrarsi soprattutto sulla canzone d’autore…
Sennò facciamo il Festivalbar! Se pensiamo poi che un tempo il premio è andato a Capossela

Dall’altra parte invece continua ad esistere, seppur faticando, la scena indie italiana. Tu nel doppio ruolo di musicista e venditore di dischi come la vedi?
Io ho un’idea molto negativa di quello che sta succedendo in Italia, ma non dal punto di vista qualitativo. Quando io ho iniziato ad avere i miei primi gruppi c’erano difficoltà oggettive: si suonava spesso in centri sociali con situazioni tecniche grottesche, i soldi che giravano erano solo rimborsi e neanche tanto grandi, e così via. Poi c’è stato un momento in cui, anche grazie all’ondata dei primi gruppi che hanno funzionato come Afterhours e Marlene Kuntz sono stati aperti parecchi club, le situazioni tecniche sono migliorate, anche il modo di registrare i dischi è migliorato (se tu senti dischi prodotto a cavallo tra anni ’80 e ’90 ci potrai trovare anche delle belle canzoni ma registrare in modo a volte imbarazzante). A quel punto c’è stata la grande stagione delle nuove etichette indipendenti come Homesleep o Gammapop che avevano gruppi un’attitudine diversa rispetto agli After o ai Marlene ma con delle possibilità di avere lo stesso un  pubblico e di guardare anche verso l’estero. Penso ai Giardini di Mirò, ai Julie’s Haircut, agli One Dimensional Man, agli stessi Bartok. Quella secondo me è stata la stagione migliore ma è durata giusto due o tre anni: andavi a suonare in tutta Italia, avevi uno zoccolo di gente che ti seguiva e avevi l’illusione di poter fare qualcosa d’importante anche fuori confine. Oggi vedo che è precipitato tutto: Homesleep ha ridotto drasticamente i propri numeri, Gammapop è sparita, la Ghost Records fa molta fatica; poi i club sono sempre meno, i soldi a disposizione anche, e realizzare un disco seriamente costa sempre di più, con l’aggravante che le vendite sono esattamente la metà di quanto lo erano qualche anno fa.

Ed invece secondo te la qualità è alta…
Sì, la qualità delle produzioni è rimasta alta. Però ad esempio venerdì sono andato al Jail di Legnano a vedere i Franklin Delano e c’erano cinquanta persone. Non che i Franklin non siano una bella proposta, anzi. Ma la verità è che quello è il loro pubblico. Tranne casi eccezionali, come di recente i Marta Sui Tubi, il pubblico è quello. Si sta tornando alla vecchia situazione: impossibilità di spostarsi a suonare in giro con cachet decenti, difficoltà a produrre un disco quando hai a disposizione cinquemila euro che sono poi irrecuperabili perché al massimo vendi cinquecento copie. Io la situazione la vedo molto negativa, non tanto per la qualità, ma proprio per le difficoltà del mercato.

Ma non trovi che escano troppi dischi?
Escono troppi dischi, probabilmente anche il nostro è uno dei troppi (ride, ndr)! La produzione indiscriminata di dischi c’è in tutti i paesi e da molti anni, è diventato molto facile registrare in casa. Ma i dischi che poi finiscono sul mercato sono comunque sempre di meno di quelli che vengono realizzati: una selezione naturale a questo livello c’è già. Sta di fatto che pochi giorni fa leggevo la selezione dei trentacinque dischi per il “Premio Fuori dal Mucchio” e nonostante sia un addetto ai lavori conoscevo all’incirca sei o sette titoli su un centinaio di esordi che, al di là della selezione del premio, escono ogni anno. Si spera sempre che un gruppo prima di arrivare all’esordio maturi lentamente e non butti il proprio lavoro nel nulla facendo un disco ancora in fase acerba. Per contrastare le uscite eccessive non vedo comunque una soluzione reale più efficace della selezione del mercato.

Mentre per quanto riguarda il pubblico?
Uno dei grossi limiti dell’indie italiano è che il pubblico è composto quasi esclusivamente dagli stessi musicisti che compongono la scena. I dischi ce li si scambia tra gente che suona e i concerti ce li si va vedere tra gente che suona. Non si riesce mai ad aprirsi ad altri tipi di mercati e ad altri tipi di persone.

Quindi il tuo giudizio, per concludere, è totalmente negativo.
La mia speranza è che si riduca sempre di più la frattura tra musica indipendente e pubblico. Io guardo sempre con molta ammirazione al lavoro fatto da Afterhours, La Crus e Marlene nel tentare di rendere sempre più sottile questo gap. Un musicista dovrebbe porsi tra i primi obbiettivi quello di far arrivare la propria musica a più gente possibile. Si dovrebbero evitare le guerre di chi ti accusa di esserti venduto solo per aver partecipato ad una trasmissione televisiva per promuovere un disco. Sono guerre tra poveri, che stanno diventando sempre di più guerre tra miserabili. Se andremo avanti di questo passo continueremo solo a chiuderci e a suonarcele e a cantarcele tutti insieme appassionatamente.

Written by Luca

27/12/2007 at 16:47

Pubblicato su intervista, interviste, LoMo, musica

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Peppe Barra: world music teatrale (2005)

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foto di Stefano Barni

Con “MatinaPeppe Barra aggiunge un ulteriore capitolo ad una carriera che, tra teatro, musica e cinema, dura da una vita e che non sembra affatto destinata a fermarsi. All’interno della sua sterminata biografia gestualità comica e contaminazioni mediterranee portano avanti da alcuni anni un discorso musicale che potremmo definire world music teatrale. Di questo pastiche e dei suoi ingredienti abbiamo parlato con l’ex cantante della Nuova Compagnia di Canto Popolare in una breve telefonata, che alla fine ci ha permesso di scambiare anche due parole sullo stato di salute di tutto quanto è cultura oggi in Italia.

Ci può raccontare qualcosa sulla lavorazione di “Matina”?
L’idea di realizzare “Matina” non è mia, mi è stata proposta da Rai Trade (l’etichetta che ha coprodotto il disco insieme a Marocco Music ed Helikonia) e ho accettato. Vi abbiamo messo le canzoni scritte negli ultimi due anni, le mie e quelle di Patrizio Trampetti, e alcune che erano già in repertorio. Il lavoro in studio è stato fatto in tempi da record, abbiamo registrato i brani a Napoli in dieci giorni di cui due solamente dedicati alle incisioni delle voci. Come per “Guerra“, la produzione artistica e gli arrangiamenti sono di Lino Canavacciuolo. In studio con noi c’erano alcuni dei musicisti che avevano lavorato a quel disco e che mi accompagnano dal vivo, più alcuni altri, tra cui Daniele Sepe che suona in “Kasba”. Nonostante la velocità con cui si è svolto tutto il lavoro, il risultato è stato bello e sono molto soddisfatto di questo disco.

Sin dalla copertina mi pare che “Matina” sia più solare, felice, rispetto a “Guerra”.
Sì, il titolo è stato scelto perché è quello di una delle canzoni che più mi piacevano ma anche perché l’immagine del mattino, il sorgere del sole, ha un qualcosa di augurale, è l’evocazione di un momento felice. “Guerra” è stato realizzato prima dei tragici avvenimenti dell’11 settembre, ma qualcosa di quello che sarebbe successo si percepisce nelle canzoni quasi in modo profetico, soprattutto in quella che lì dà il titolo al disco.

Al di là dei colori però “Matina” continua quel percorso di world music teatrale che lei ha intrapreso a partire da “Mo’ Vene”…
Certamente. Questa svolta verso la world music, verso una musica che per prima cosa sapesse contaminare è nata per un’esigenza mia e di Lino. Io vengo da un lungo percorso durato più di vent’anni di studio e analisi del mondo popolare italiano, ovviamente napoletano ma non solo, che mi permette oggi di fare quello che faccio. Ad un certo punto ho deciso, per una questione di rispetto, di non riproporre più la musica etnica italiana da sola, ma di contaminarla con altre sonorità mediterranee e con l’elettronica, lasciando di fondo quella gestualità che l’esperienza teatrale mi ha dato e tenendo ben presente le mie origini. Ormai il mondo popolare non si può più inventare, i vecchi cantori sono morti o sono troppo anziani per cantare e i giovani rifanno un po’ il verso ma non producono in modo continuo. Quindi non rimane che contaminare e cercare nuove soluzioni usando come base quel mondo.

Anche l’uso dell’elettronica, quindi, si inserisce in questo contesto.
Sì, io nel disco dal vivo (“In concerto”, uscito tre anni fa, ndr) ho usato l’elettronica addirittura per “Vurria addeventare Sorecillo”, che è un’aria del 1520. L’idea mi piaceva e ho detto «perché no?». Anche Mozart, per fare il nome di un grande musicista di un determinato periodo, si può contaminare. L’importante che sia fatto tutto con intelligenza.

Fondamentale per tutto ciò credo sia stato l’incontro con il maestro Canavacciuolo. Ad esempio sul palco il suo violino drammatico trova una risposta complementare nei toni comico-istrionici con cui lei canta…
Io e Lino ormai collaboriamo da undici anni, ma lo conoscevo da molto prima, da quando lui aveva diciassette anni, quindi immagini lei quanto tempo è passato. Il dialogo tra la mia voce e il suo violino nasce spontaneamente come tutte le cose belle. Anche in questo c’è una forte rilevanza popolare, perché nel mondo popolare la voce dialoga sempre con uno strumento, sia esso la chitarra, il violino, il tamburo. Ma perché questo dialogo avvenga è necessario che tra le due parti in causa ci sia un certo feeling, quello che dopo tanti anni c’è appunto tra me e Lino.

Tra i brani di “Matina” a firma Barra-Canavacciuolo c’è “Strupcantico”, che più che una canzone è un momento di follia…
“Strupcantico” è nata per puro divertimento, senza che ci fosse nulla di preciso dietro. E’ un momento in cui abbiamo lasciato libere l’immaginazione e la follia. L’abbiamo intitolata con quel prefisso “strup” perché in napoletano “struppiato” è colui che non cammina bene, che inciampa e perde l’equilibrio. Quindi è un cantico struppiato, che non sta in piedi ma che va comunque bene così nella sua follia.

Oltre al repertorio popolare italiano, ci sono artisti world che la ispirano?
Per quanto riguarda la world music guardo oltre l’Italia, che mi interessa solo e soprattutto per il repertorio popolare. Se dovessi fare un nome direi sicuramente Peter Gabriel, o Daniele Sepe, che si avvicina abbastanza al mio gusto.

Quando prima accennava ai giovani mi sembrava di sentire nelle sue parole una leggera delusione per la scena popolare italiana, soprattutto per le nuove leve.
Trovo la scena popolare e world italiana un po’ sonnolenta, ma i giovani tutto sommato sono attenti. Quando parlo con quelli che si avvicinano al mio modo di fare teatro o di fare musica li trovo molto curiosi di conoscere. Non è sempre stato così: ricordo che con la Nuova Compagnia di Canto Popolare agli inizi avevamo grosse difficoltà a farci sentire, perché tutto ciò che era legato al popolo veniva percepito con vergogna. E’ stata proprio la Nuova Compagnia di Canto Popolare a rompere piano piano questa vergogna e a generare tutto quel movimento interessato alle radici culturali d’Italia che, per quanto riguarda Napoli, è servito anche ad artisti come Pino Daniele o i 99posse. Oggi più che vergogna c’è ignoranza. I giovani leggono poco o sono in pochi a leggere, e questo non stimola la fantasia. Allora io quando li incontro cerco di stimolare il loro immaginario e loro mi dicono che di questo hanno bisogno. Sono affamati di sapere e ciò mi rincuora. Però è drammatico che nelle scuole dell’obbligo non si insegni più la cultura popolare, le nostre maschere, il vero senso del Carnevale e si insegnino invece feste del tutto estranee alla nostra cultura come Hallowen. Così si distrugge una mondo per imporne un altro, ed è una cosa schifosa perché viene praticata sui bambini, non gli si danno gli input culturali per sentirsi parte di questo Paese e poi ci si stupisce che non lo amino. Questa assoluta mancanza di educazione nelle scuole è lo specchio della realtà di oggi, dove regnano la volgarità, la superficialità, le zucche vuote della merda che ci governa. Non c’è più eleganza, fantasia, immaginario. Questo i giovani lo sentono forte e ci chiedono aiuto. Noi dobbiamo darglielo.

A questo punto, visto che lei è anche uomo di teatro, mi viene spontaneo chiederle in conclusione come sta il teatro in Italia, soprattutto dopo i recenti tagli…
Male, male, molto male, come del resto tutta la cultura in Italia. Sta quasi morendo, deve esserci un radicale cambiamento politico per quanto questo tema in Italia, altrimenti la situazione peggiorerà ancora e come si dice a Napoli… stiamo inguajati!

Written by Luca

20/12/2007 at 23:14

Giorgio Canali: un individualista anarchico incazzato (2005)

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Ereditato come una delle migliori uscite dell’anno scorso, l’ultimo disco di Giorgio Canali coi Rossofuoco – il cui titolo corrisponde alla freccia all’ingiù che compare in copertina – sta ancora attraversando in tournèe, a distanza di un anno, il nostro paese. La data al Rockisland di Bottanuco è stata l’occasione per discutere e approfondire con il chitarrista dei PGR alcuni dei brani migliori dell’album e per tracciare un bilancio dei progetti futuri che lo attendono.

Nonostante sia passato ormai un anno, il vostro ultimo disco è ancora molto “vivo”. Uno dei motivi principali di tale longevità, a mio parere, è la qualità dei testi: giochi di parole, citazioni da canzoni famose, rimandi a proverbi e un fortissimo legame con l’attualità; il tutto sigillato da un sistema di rime serrato, che non ha paura essere semplice, diretto. E’ difficile credere che dietro a tutto questo non ci sia una riflessione sullo scrivere canzoni
Non penso di scoreggiare più alto del mio culo dicendo che la scrittura dei miei testi è fortemente influenzata dai miei gusti letterari. Per me il massimo della vita in fatto di letteratura sono Italo Calvino, Stefano Benni e soprattutto Raymond Queneau. La mia maniera di scrivere si rispecchia molto nella sua: giochi di parole, cose stupide che diventano importanti, cose importanti che diventano inezie… Nei miei testi si ritrova proprio questa voglia di giocare con la lingua, coi ricordi soprattutto; per me è molto divertente far diventare un emozione stupida o un ricordo vago una roba molto molto seria, far riemergere dal passato dettagli che ti possono fare sorridere e legarli a cose che non fanno per niente sorridere. Questa cosa nell’ultimo disco, scritto tutto in italiano, mi è riuscita molto meglio di quanto mi riuscisse in passato, perchè ho accettato il fatto che potevo scrivere nella mia lingua nello stesso modo in cui scrivevo in francese, cioè fregandomene del pudore. Quando nei precedenti dischi scrivevo canzoni in francese, siccome il francese non era la mia lingua, potevo osare l’inosabile. Ma su “Che fine ha fatto Lazlotòz?” non avrei mai scritto “cicciobomba ragioniere con tre buchi nel culo” mentre quando mi sono venute queste parole ho detto “Cavolo, è così che si fa!”. Ho trasportato il mio modo piccante di usare il francese all’italiano, sia dal punto di vista del linguaggio sia per una certa visione distorta del mondo. Ho cercato, in pratica, di fare un lavoro sulla parola dal punto di vista estetico che corrispondesse ad una visione del mondo con occhi diversi dal solito. In questo modo credo che pure i miei testi siano letteratura, anche se “letteratura stupida”. Quando la parola viene scritta e letta o ascoltata da qualcuno, se ha un senso, se non è “Ciao mamma guarda come mi diverto!”, allora per me è letteratura.

Effettivamente credo che tu oggi sia uno dei migliori “scrittori rock” d’Italia. C’è qualcun altro che apprezzi in questa direzione?
Manuel Agnelli. Tantissimo. Non mi hanno mai fatto impazzire gli Afterhours fino a “Quello che non c’è”, ma quando ho sentito quel disco ho cambiato idea. In particolare la canzone l’ho sentita per circa settantadue ore di seguito. Lì ho capito che c’era qualcun altro che vedeva le cose con quel tipo di approccio che mi piace.

Però leggendo le tue parole a me viene in mente il Battiato di “Patriots”…
Sì quel Battiato mi piaceva moltissimo. Come piccola curiosità da ascoltatore inferocito che vuole a tutti i costi ascoltare qualcosa di diverso conoscevo bene il Battiato anni settanta, quello di “Fetus”, “Pollution”, “Sulle corde di Aries”… tutte quelle robe che si ascoltavano perchè allora facevano parte di quel mondo sommerso della musica un po’ fuori dagli schemi. Sono dischi che ho capito più tardi, dopo aver scoperto appunto “Patriots” o “L’era del cinghiale bianco”. Forse sarà un po’ presuntuoso nel dirlo, però è facile sparare non-sense a raffica sperando di raccogliere nella rete qualche cosa di decente. E’ una maniera divertentissima di fare musica, però va dosata: col nonsense qualunque cosa che metti dentro va bene e se ne abusi il tutto diventa un po’ gratuito.

Tornando al discorso che facevi prima sui ricordi penso che la citazione dallo spot del Moplen di “Guantanamo” rientri in quanto dicevi…
Eh sì! Tra l’altro quella cosa lì del Moplen è venuta fuori, insieme alla storia del pacifismo e della plastica, una mattina mentre stavo sentendo a casa la base strumentale del pezzo e stavo guardano su Rai Educational di Raitre un programma sulla Montedison e sulla creazione del Moplen. Mentre passavano le immagini della pubblicità con Gino Bramieri le parole del testo sono venute fuori in un attimo. E’ uno di quei pezzi che durante la lavorazione del disco a otto mani col gruppo era privo dell’idea del testo, ma poi è venuta. Mi rendo conto che a molti per ragioni di età il Moplen non dice niente, ma ad esempio la madre della mia ragazza quando ha sentito il pezzo è esplosa a ridere.

In “Guantanamo” ce l’hai (giustamente) un po’ con tutti: oltre ai “soliti noti”, anche coi figli dei fiori di un tempo e con quelli di oggi, “di plastica“. Ma ti riferisci alla gente, alla classe politica o ad entrambi?
Ce l’ho soprattutto con la maniera usuale di vedere le cose. Tutto non è come sembra, c’è sempre uno che ti vuole fregare e quando si sventolano bandiere son sempre cazzi per tutti: questo è il mio fondo anarchico da sempre. Non sono mai stato ne’ di destra, ne’ di sinistra; sono sempre stato un individualista anarchico incazzato fino a dentro. Ho mollato nel 1984 il movimento anarchico perchè mi son trovato a Venezia in quell’anno al Meeting Internazionale degli Anarchici con gli anarchici possibilisti e gli anarchici oltranzisti spagnoli che si menavano tra loro e un altro che alle otto e mezza del mattino spiegava ad una scolaresca in visita al meeting cosa siamo noi anarchici. Io ho preso su il mio sacco a pelo sono tornato a casa e da quell’anno non ho più frequentato gli anarchici, perché l’anarchia è una roba che hai dentro, non ha nulla di esteriore.

Sembra lo stesso “nonpensiero unico” che attacchi in “No pasaran” insieme ai “centomila quotidiani“. Ma davvero non vedi nessun movimento di critica al nostro sistema che sia in qualche modo valido?
Sì, sul Manifesto. Ma è di parte, quindi non vale. Perchè comunque anche per loro una buona fetta delle cose non esiste, la verità è solo la loro. Al di là di questo poi io voto a sinistra, perché geneticamente vengo da lì: mio padre era uno stalinista e io ho rischiato di votare Movimento Sociale Italiano a diciassette anni e undici mesi per contrappormi a lui. Solo l’impossibilità anagrafica mi ha salvato. Finché non ho frequentato certi ambienti per liberarmi da tutta una serie di tare ho rischiato di essere un fascista vero come mio padre era un comunista vero.

Sempre in “No pasaran” fai affermazioni molto forti: dici che le Brigate Rosse sono saltate fuori dal “cilindro del mago” e che certi pacchi bomba sono arrivati al momento giusto, come “agghiacciante diversivo“. Volevo sapere se queste erano provocazioni o conclusioni seguite ad un preciso ragionamento.
No, non sono provocazioni. Sono semplici ragionamenti proveniente da un libro stupidissimo e banale citato mille volte e derubato anche del titolo: “1984” di Orwell. C’è un Goldstein col turbante che soffre di una malattia terrificante ed è libero da qualche anno ed ha buttato giù dei grattacieli a New York: pensa te!
Le Brigate Rosse servono a qualcuno. Mi dispiace un sacco per quei poveri sfigati che hanno preso la pistola in mano e si sono fatti intrappolare in questo gioco e hanno fatto fuori altre persone che non c’entravano un cazzo. In “Brazil” di Terry Gillian, una parodia di “1984”, viene spiegato benissimo qual è il meccanismo.

Passando a qualcosa di meno serio, qual è la divinità che ti ha suggerito gli accordi di “Mostri sotto il letto”?
Se ci fai caso sono più o meno gli stessi quattro accordi su cui puoi cantare “The passenger“! Me ne sono accorto mentre sentivo una cover di quel pezzo e ho detto: “Porca puttana cos’è sta roba?”, e poi: “Ma ci puoi cantare pure Mostri sotto il letto!” (ridiamo, ndr).

A parte le battute, quella mi sembra una delle canzoni più intime del disco. Il verso “non l’ho mai cercata la felicità” colpisce parecchio…
No, ma quella è proprio una roba alla Battiato, un non-sense. È vero che la felicità non mi appartiene, ma sono anche convinto che la felicità sia nemica della creatività e viceversa. Dal momento che stai bene non crei nulla. Ho passato mesi allucinanti a non sapere cosa dire in musica appunto perché stavo bene. Al limite puoi cantare “Ciao mamma guarda come mi diverto!” (ridiamo, ndr). No, che poi per me Lorenzo è grandioso. Stiamo lavorando sul disco nuovo e c’è un pezzo il cui ritornello mi piacerebbe che facesse “Ciao mamma di Lorenzo guarda come mi diverto!“. Non so se oserò fare una cosa del genere, glielo posso chiedere. È molto peggio di “ciccio bomba ragioniere con tre buchi nel culo”! (ridiamo, ndr)

“Savonarola” è una canzone molto dirompente a livello di immagini, quasi cinematografica. Penso alla scena del Leviatano che viene dal Po a invadere la città, uno se va a Ferrara se la immagina proprio…
Io so anche da dove viene il Leviatano, a Ferrara ci vivo: arriva da viale Cavour dopo aver schiacciato la Montedison nella zona industriale (ridiamo, ndr). “Savonarola” è uno di quei pezzi che mentre scrivevamo la musica avevo già bene in testa l’idea del testo: un delirio di provincia, un’Apocalisse da discount… e l’intento mio era che il pezzo dovesse suonare come suonava “Centomila” nel primo album: un carroarmato molto molto pesante che si trascina in avanti con sopra queste immagini da Apocalisse de noantri.

Ma perché hai scelto Ferrara come città da fine del mondo?
Non c’è un motivo vero e proprio. Vedo Ferrara come la città un po’ glamour, dove le ragazze sono tutte belle, tutte bionde, tutte vestite bene, parlano tutte così (imita con la voce la cadenza delle ragazze, ndr) e vedere in quel posto un angelo metallaro che arriva e fa un macello è grandioso. Che poi io mentre stavo scrivendo il testo immaginavo anche la faccia dell’angelo, che è quella del chitarrista metallaro che suona con Luca (Martelli, il batterista dei Rossofuoco, ndr)!

Oltre a quella dell’angelo metallaro e quindi dell’Apocalisse, l’altra figura interessante è quella di Savonarola…
L’idea di Savonarola non viene direttamente da Ferrara, dove c’è una statua di Savonarola, ma da “Finistère” dei CSI. Giovanni (Lindo Ferretti, ndr) lì è Savonarola: indossa il suo cappuccio e indica: “Annus horribilis in decade malefica!”. Io appena sono arrivato a Ferrara e ho visto la statua di Savonarola, ho detto: “Che cazzo ci fa qui una statua di Giovanni!?” (ridiamo, ndr). Insomma Savonarola ce l’ho in casa!

Ma senti anche il desiderio di avere un Savonarola nella nostra società?
Mah… è quello che ti dice “ricordati che devi morire!”, “ricordati che sei cenere!”. E’ il menagramo, quello vero, lo iettatore. Sì, ci vuole, almeno per contrapposizione a uno che dice che va tutto bene perché abbiamo tutti la Bmw e tre telefonini. Piuttosto che credere all’ottimismo assoluto preferisco credere al pessimismo assoluto. Sono uno dei tre nichilisti del “Grande Lebowski“!

Pessimismo che però diventa ad un certo punto “amore antisociale” in “Questa è una canzone d’amore”. Mi sembrano che tutti i pezzi del tuo ultimo disco, nonostante il pessimismo e la critica senza sconti, siano sotto sotto delle canzoni d’amore. Del resto “antisociale” è un termine assai indicativo del tuo modo di porti…
Sì, le mie canzoni sono sempre canzoni d’amore, anche se non riesco a scriverle le canzoni d’amore vere, quello è il problema. “Antisociale” ha un motivo ben preciso nella contrapposizione all’amore della tv. L’amore della tv è un altro. Hai presente quella roba terribile che faceva Castagna? “Stranamore”? Ecco quello è l’amore in tv. La tv la guardo poco, ma quando sono in tournèe la guardo tantissimo e vedo cose terribili.

Dicevi prima che il tuo è un modo di porti senza bandiera…
Senza bandiera sventolata però…

…nel panorama indipendente italiano ci sono alcuni gruppi che cercano di porsi in modo critico nei confronti della politica. Ma è spessissimo una critica di parte. Tu come li vedi?
Il combat-folk è un po’ comodo, è vero, però ha una sua dignità. Di quell’onda lì conosco molto bene gli Yo Yo Mundi, proprio di persona, e un po’ meno i  Modena City Ramblers. Ma a me sta sui coglioni la musica che fa saltare e ballare e pretende di fare critica. Per me i Mano Negra sono stati scandalosi. O Manu Chao: Topo Gigio che canta gli Inti-Illimani. E noi ci crediamo, dai! Sono persone adorabilissime, ma quella dei Mano Negra era “musica del consenso”, e quella che fa oggi Manu Chao è ancora peggio. Un consenso che è comunque off,  strettamente di sinistra. Non è quello di Al Bano e Romina. Ma allora viva Al Bano e Romina!

Passando ai tuoi progetti al di là di Rossofuoco volevo sapere qualcosa dello spettacolo di cabaret musicale “70 m/s“, che fino ad ora tu e Dora avete solo fatto in Sardegna.
E’ stata una cosa molto semplice. Dovevo produrre l’album dei (P)neumatica per la Desvelos. Mr. Desvelos è un mio amico, gli voglio molto bene, e la mia tariffa di produttore è molto cara, nonostante sia bassa rispetto alla media, e lì c’era il problema che non c’erano soldi. Allora lui mi ha proposto dei concerti in Sardegna ma io ho preferito portare avanti questo progetto che abbiamo messo in piedi io e Dora da un po’ di tempo. Lei ha un sacco di pezzi suoi, io delle cose che non vorrei mai vedere uscir fuori per Rossofuoco. Abbiamo unito il tutto aggiungendoci alcune cover di Rossofuoco cantate da lei e alcune cose tratte da uno spettacolo teatrale che si portava in giro un po’ di anni fa, “Contro” di Lydie Salvayre. Ne è venuta fuori un’ora e un quarto di musica per me divertentissima da fare e ho visto che anche la gente ha reagito molto bene, anche perchè Dora con la voce e la chitarra se la cava molto bene. Avrà sicuramente un esito su disco prima o poi: entro la fine dell’estate vorrei chiudere quasi per intero il nuovo disco di Rossofuoco, poi far uscire questo progetto con Dora. Nell’aria c’è anche uno split con il Santo Niente, in cui loro fanno una cover di Rossofuoco e noi una loro. Un po’ come coi Virginiana Miller però con un contenitore più ampio. Mi piacerebbe fare anche un album dal vivo, meglio se in dvd perché live in audio-video abbiamo più senso che solo audio.

Tanti progetti… c’è anche qualche altra produzione in ballo?
Dopo i (P)neumatica sto facendo l’album nuovo dei Quinto Stato che dovrebbe uscire a novembre o dicembre.

E coi PGR?
L’album nuovo lo dovremmo registrare a novembre, dovrebbe essere sulla linea dell’ultimo perché siamo comunque un basso, una chitarra, una voce più una batteria e un altro basso.

Prima della fuoriuscita di Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli si diceva che il progetto “elettronico” dei PGR dovesse passare da due a tre voci, con te come terza voce. È vera questa cosa?
Giovanni ha sempre desiderato che io cantassi, però io non me la sento di cantare. Faccio anche fatica a cantare parole non mie. Non perchè non le condivida – mi diverto tantissimo a urlare ferocemente le cose che approvo di meno – è che sono fatto strano: nell’ultimo album dei PGR ci sono frasi che non avrei mai voluto neanche sentire, siccome le ho sentite quando le ho cantate le ho urlate. Ma il problema reale è che io non essendo un cantante ho grossi problemi a cantare con gli altri, a stare al loro passo, è proprio un problema di fiato. Per doppiare Giovanni dal vivo su “Forma e sostanza” spendo dieci volte che ci metto in un concerto dei Rossofuoco. Per prendere fiato dove lo prende lui spendo tantissimo. Arrivo alla fine di quel pezzo e son già morto ed è solo il secondo della scaletta

Per finire, dei PGR si è parlato ultimamente anche riguardo alla pubblicazione di un disco live e prima ancora di una possibile partecipazione all’ultimo festival di Sanremo…
Di dischi live ne abbiamo fatti una miliardata, comunque prima o poi verrà fatto perchè stiamo registrando tutte le date dal vivo. Invece per Sanremo è una storia molto stupida. Qualche anno fa io e Giovanni avevamo provocatoriamente quasi obbligato gli altri ad accettare di andare un giorno a Sanremo. Quest’anno Gianni (Maroccolo, ndr) era così convinto di andare a Sanremo e noi altri assolutamente no che alla fine è saltato fuori un caso particolare perchè tutte le macchine promozionali per andarci erano attivate ma io e Giovanni abbiamo fatto un po’ i vigliacchi per non andarci e abbiamo tirato i remi in barca. Pensa che ci avevano anche concesso una proroga per presentare il pezzo ma Giovanni ha fatto l’asino, non si è fatto più trovare per un periodo e non ha scritto il testo e non se n’è fatto più niente. Gianni ce l’ha ancora un po’ con noi però il gruppo nel complesso sta bene. Anche perché se ancora uno di noi tre va via come lo chiamiamo il gruppo? PG?

Written by Luca

13/12/2007 at 16:52