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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 28th, 2007

Live: Andrea Chimenti – Casa 139 di Milano, 8/2/2005

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Non è ancora tempo per le canzoni di Vietato Morire, ultima fatica in studio che Andrea Chimenti porterà in concerto da marzo. Alla Casa 139 l’ex voce dei Moda propone la sua personalissima rilettura cantata dei versi di Giuseppe Ungaretti, quel Porto Sepolto che discograficamente parlando è stato uno dei suoi più difficili “contatti” con la letteratura e anche uno dei meglio riusciti. Ma l’album era solo un estratto dell’intera performance (le canzoni arrangiate per archi, pianoforte e chitarra); dal vivo le poesie cantate di Ungaretti incontrano le parole di Tolstoj, Pascoli e Buzzati. Ne risulta uno spettacolo denso e dilatato, il cui tono meditativo non è inquinato dalla voluta brevità del tutto; uno spettacolo che ripaga abbondantemente l’attenzione richiesta, anche solo per il valore letterario dei singoli episodi o per la qualità della proposta musicale – dicasi del solito supereclettico Massimo Fantoni alle chitarre e delle notevoli qualità d’interprete/attore di Chimenti. 
Così proposto nella sua versione allargata, Il Porto Sepolto diventa un’indagine tutta interiore sul fallimento e sulla rinascita, in cui alla consapevolezza della sconfitta rispondono i canti d’immenso di Ungaretti. La sconfitta è raccontata con le parole de La confessione di Lev Tolstoj – lancinante ammissione dell’impossibilità della scienza di risolvere i misteri della vita – e con la disincantata vicenda di Giovanni Drogo nel Deserto dei Tartari di Buzzati. La rinascita – i primi versi dell’ungarettiana Vanità: “d’improvviso / è alto / sulle macerie / il  limpido / stupore / dell’immensità – arriva inattesa e imprevedibile, anticipata dal dolore del fallimento e dall’accettazione di esso. I due aspetti complementari dialogano e si alternano continuamente lungo il percorso artistico senza una reale soluzione. Alla fine, ad emergere tra il dolore e la luce, è un “tarlo che lavora (Il libro, da Pascoli), l’inestinguibile sete di verità dell’uomo che Andrea Chimenti nel Porto Sepolto sa cantare come pochi altri. E’ grazie a lui e a spettacoli come questo che ci si sente, a volte, “ubriachi d’universo.

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Written by Luca

28/12/2007 at 18:52

Litania – Giovanni Lindo Ferretti & Ambrogio Sparagna (Baracca e Burattini/Edel, 2004)

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Giovanni Lindo Ferretti prima o poi un disco così lo doveva fare. Ce n’erano tutti i segnali nel suo percorso artistico. Un buon manipolo di canzoni che potremmo riduttivamente chiamare spirituali (tra cui Madre, Intimisto, Paxo de Jerusalem qui riprese); una sempre maggiore ieraticità nell’approccio al canto e nella postura sul palco – ritto, scarno, essenziale -; uno stile di scrittura a volte accostabile alle mistiche ripetizioni mantra o a certe giaculatorie popolari; una crescente attrazione verso l’espressività religiosa, cristiana e non (“Gobi” in “Tabula rasa elettrificata”, “Libera me Domine” e la splendida “Veni Creator Spiritus” nel live “Montesole”). Insomma un’operazione come Litania, di recupero e riproposizione del repertorio liturgico e tradizionale cattolico, Ferretti sembrava la stesse ricercando da tempo. L’incontro con Ambrogio Sparagna e la sua arte preziosa è stato allora fatale e ciò che ne è uscito – nonostante una certa difficoltà ai primi ascolti – è un disco imperdibile.

Litania, va detto, non è solamente recupero filologico. Basta ascoltare cosa premette con molta franchezza Ferretti in apertura dello spettacolo («quello a cui assisterete non è uno spettacolo, è una preghiera, nella nostra intenzione e spero anche nella vostra») e basta ascoltare il disco, non un revival serioso e sterile, ma un canto mistico di invocazione e lode – umano, emotivo e umanizzante – capace di trasmettersi nel profondo anche a chi non crede. Ciò avviene nell’impetuoso Magnificat iniziale, nella popolaresca Regina degliu cielo e nel Padre Nostro. Alcuni pezzi più problematici, come Intimisto ritoccata nella linea melodica ed ulteriormente esaltata dal quartetto vocale Vox Clara, diventano estatici canti di nudità, tormentati come non mai. L’avvicendarsi dei brani viene interrotto da alcune letture di preghiere (l’Ave Maria in bocca a Ferretti perde incredibilmente ogni vacuità retorica), uno stralcio dal vangelo apocrifo di Nicodemo e brani autografe dello stesso Ferretti (gli intensi componimenti Occitania e Lorica). La chiusura registra un riferimento a Davide quantomai dichiarativo dell’intento del progetto: “Davide, Re e Profeta, danzando piacque a Dio, non per la sua danza, ma per il sentimento che l’ispirava”.

Ferretti e Sparagna sono riusciti con Litania nel difficile compito di sradicare il repertorio tradizionale liturgico della religione cattolica da tutta quell’aurea di mala austerità e inumana freddezza che il tempo la Storia hanno costruito. Raramente dei canti di preghiera tradizionali sono risultati, all’anima, tanto Vivi e Vicini.

Voto: 8.6
Brani migliori: Magnificat, Intimisto, Occitania.

La Storia Di Come Mi Nascosi Dietro Alla Luna – Guglielmo Ubaldi (Autoprodotto/Edizioni Programma Uno, 2005)

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Quando bussi e ribussi alle porte con il tuo bell’oggetto musicale in mano e nessuno ti risponde, puoi decidere di fare due cose: cambiare mestiere oppure eleggerti etichetta, manager, produttore e fonico di te stesso e pubblicare il tuo disco. La seconda ipotesi richiede qualche soldo in tasca e una grossa dose di intraprendenza – e, cosa ancora più ardua, delle canzoni che giustifichino lo sforzo – ma se poi ci riesci, come ci è riuscito Guglielmo Ubaldi, non sai quanta sarà la tua fortuna, ma potrai dire di averci almeno provato.
L’oggetto di Ubaldi (il secondo, dopo l’esordio “Le urla degli ubriachi nella notte”) si intitola La Storia Di Come Mi Nascosi Dietro Alla Luna e raccoglie dieci canzoni decisamente influenzate da tutto quanto fa cantautorato folk-blues americano (Dylan, Young, Van Zandt) e inglese (Drake); canzoni che se non ci fanno certamente gridare al miracolo, almeno, come puntualizzavamo sopra, giustificano lo sforzo.
Potremmo fare un lungo elenco dei difetti di questo disco – a partire dalla qualità della registrazione vicina a quella di un demo – ma sarebbe il solito elenco di difetti tipici di una produzione “in proprio”. Piuttosto preferiamo sottolineare quelle due o tre spie che danno ragione ad Ubaldi e al suo insistere con le canzoni: i riflessi dolci e malinconici di una canzone-bonsai come Ditele che l’amo, il sicuro impatto emotivo di Fiori freschi, l’ironia dell’autocelebrazione in salsa country di Old West. E di fondo l’onestà della proposta, che non viene a mancare neanche in quei brani bisognosi, per scrittura e cantato, di una radicale revisione (Il blues dello scorpione: dobro volutamente zoppo e qualche vistoso inciampo nel testo; Con la notte davvero un po’ soporifera) e che è forse il miglior punto d’appoggio da cui ripartire per continuare a crescere.
Vista la relativa vicinanza dei due primi dischi (2003 e 2005) sarebbe meglio attendere un po’ prima di fare il terzo passo, di modo che il tempo (se non un aiuto esterno) selezionino più che in passato le cose migliori. Ma non ci sembra proprio questo il caso di mollare.

Voto: 5.0
Brani migliori: Ditele che l’amo.

Written by Luca

28/12/2007 at 10:16