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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for settembre 2009

I segreti del corallo – Moltheni (La Tempesta/Venus, 2008)

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«L’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca è passata a quattro metri la mia vita / camminava col bicchiere e un vestito nero mi ha guardato ma non mi ha cagato»: l’incipit (splendido) di Vita rubina annuncia il settimo capitolo dell’avventura musicale di Moltheni, sempre più affezionato a quel recupero del folk americano delle origini che oltreoceano sta facendo la fortuna di gente come Devendra Banhart, Marissa Nadler, Josephine Foster e chi più ne ha più ne metta. Ma Umberto Giardini dà a queste influenze un’impronta che scontorna i brani verso geometrie più pop, lasciando intatto quel carisma da ottimo scrittore di melodie (a cui fa da supporto una resa vocale sempre più emozionante) che gli è proprio fin dagli esordi pur discontinui di “Natura in replay”. Sull’onda del precedente ep “Io non sono come te”, I segreti del corallo è comunque il suo disco più analogico e “legnoso”, che sposta il perfetto bilanciamento tra folk e pop di “Toilette memoria” verso il primo dei due piatti (la crepuscolare Corallo, la brumosa Ragazzo solo, ragazza sola), conforme a quell’andatura che fin dagli inizi lo ha visto sempre in perenne mutazione ma anche in collegamento con ciò che è stato.

E proprio rispetto a “Toilette memoria”, ad oggi il suo capolavoro, “I segreti del corallo” subisce uno scarto, leggero ma percepito, non reputabile tanto ai giochi di bilancia di cui sopra ma più semplicemente alla qualità della tracklist, che parte all’apice con la cavalcata dagli echi post di Vita rubina (fraseggio di chitarra reiterato e trascinante, testo da brividi, uno dei suoi brani migliori) e rimane sempre piuttosto in alto, in primis su L’amore acquatico e sulla lamentazione di piano circolare con strepiti di slide e tastiere di Verano. Ma, come dire, “Toilette” ha una marcia in più.

Non rimane dunque che segnalare tutte le ulteriori variazioni oltre a quelle già dette, a partire da una maggiore presenza di chitarra elettrica, organo e piano accanto ad acustica e rhodes – aggiunte che determinano l’incedere evocativo dello strumentale Che il destino possa riunire ciò che il mare ha separato e il tentativo psych della placida Oh, morte – fino alla rilettura di due brani da “Splendore terrore”: In porpora, rifatta (meno bene) su una pulsazione di basso monocroma, e Suprema ripresa (meglio) in coda, a mo’ di ballad settantiana. Momenti transitori di un lavoro che pare anch’esso di passaggio, ma che non avrà sicuramente un ruolo minore nella discografia del titolare.

Voto: 7.6
Brani migliori: Vita rubina, L’amore acquatico, Verano.

Written by Luca

30/09/2009 at 08:11

Sushi & Coca – Marta sui Tubi (Tamburi Usati/Venus/Warner, 2008)

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E dopo la batteria – inserita in pianta stabile a partire dal predecessore “C’è gente che deve dormire” – i Marta sui Tubi si presentano ai nastri di partenza di Sushi & Coca con un nuovo innesto. Trattasi del pianoforte (ma anche hammond e violino) di Paolo Pischedda, che porta a quattro il numero dei componenti del gruppo siculo-bolognese-milanese, arrivato al suo terzo lavoro in studio dal 2003 ad oggi. Sono ancora quelli di “Muscoli e Dei” i Marta, ma alla loro indole pop sempre alla ricerca di strutture poco rassicuranti e fortemente espressive (anche nei testi, dove la parte fonetica conta almeno alla pari dei contenuti) aggiungono in pianta stabile nuove influenze, tanto ambiziose quanto ben gestite, che fanno di “Sushi & Coca” il loro disco migliore.

Il piano di Pischedda intrufola ovunque può sequenze jazzate dall’andatura circolare, talvolta spasmodiche e altrove evocative; le ritmiche solide di Ivan Paolini dettano e spezzano i tempi dando a tutti i brani una sostanzialità vitale nella resa live; il chitarrismo di Carmelo Pipitone, sempre all’acustica, dispone nervosissime ripetizioni folk e stralci più rallentati (mentre alla voce sono affidati soprattutto bisbigli quasi subcoscienziali); Giovanni Gulino usa tutta la sua ugola robusta lasciando che l’interpretazione vada teatralmente sopra le righe quando è il caso. Se dovessimo trovare un riferimento per questi Marta sui Tubi l’unico reale è all’art-rock nostrano di Arti e Mestieri, Biglietto per l’Inferno e – con le dovute proporzioni non solo vocali – Area, ma con lo spirito che è proprio del gruppo dalle origini, a partire dalla volontà di fare canzoni chiuse, spesso anche brevi. Da ciò derivano i due-tre colpi di reni del disco, sintomi di una creatività che viene a patti con le regole della musica pop negandole senza rinnegarle. In ordine di apparizione: le corde schizofreniche e il drumming serrato di Cinestetica; la trovata geniale di un coro di bambini che cantano e urlano entusiasti su Non lo sanno; il disincanto e la rabbia di Dio come sta? dove forza immaginifica e vigore prog-jazz trovano una sintesi rara nel mantra in coda («la paura degli esseri umani è paura di essere umani»).

Un passo indietro (ma solo uno), l’accattivante e fumettistica L’unica cosa, il miscuglio zappiano di Dominique e la giaculatoria d’amore-odio verso Milano di Milano Sushi & Coca dimostrano che l’ispirazione dei Marta sui Tubi non è episodica, ma sostiene un mondo musicale sfaccettato, gustosamente fantasioso, anche divertente. Destinato a moltiplicare ancora di più i propri versanti nelle prossime uscite.

Voto: 8.2
Brani migliori: Cinestetica, Non lo sanno, Dio come sta?.

Written by Luca

30/09/2009 at 08:05

Da solo – Vinicio Capossela (Warner, 2008)

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Se “Ovunque proteggi” è stato il disco della rappresentazione, delle maschere indossate in concerti-performance dove il palco diveniva prima di tutto scena, con Da solo – settima fatica di una carriera quantomai in crescendo – Vinicio Capossela prova una via diversa, non del tutto opposta ma certamente più sobria, dove l’evocazione non affianca (a volte surclassandola) la sostanza delle canzoni ma ne diventa strumento e appoggio. La mitologia e l’invenzione pura lasciano il posto all’ambientazione misurata, che si nutre sì di immaginario senza però strafare; dunque Capossela non più come un novello Salgari della canzone o un Jules Verne a spasso per lo spazio e il tempo, e neanche come un personaggio che gioca le sue magagne alla roulette della fantasmagoria più accesa, ma un uomo che paga i debiti maturati con sé stesso e con chi gli sta attorno attraverso una manciata di canzoni nate asciutte sui tasti di un pianoforte e cresciute con le briglie di un’essenzialità comunque fantasiosa e multiforme.

Il Gigante e il Mago fa da ponte con il passato nel suo saliscendi tra solennità da chiesa quacchera e l’incantamento di un teatrino circense, mentre un organo mighty Wurlitzer unisce il tutto sfiatando legnoso. In clandestinità è Capossela doc, ballata a fil di lacrima lucidata da glockenspiel, toy piano e fiati gioiosi ma purtroppo un po’ trasparente. Più fortuna per Parla piano, che concede il bis su tonalità più chiaroscurali, e con una batteria riverberata a iniettare solitudine verso l’apertura del ritornello – una delle cose più melodicamente “italiane” che il nostro ha scritto fino ad oggi. In controcanto, Una giornata perfetta saltella e fischietta come un Chaplin spensierato prima che tornino le solite disgrazie e Il paradiso dei calzini racconta insieme ai giocattoli di Pascal Comelade la solitudine degli spaiati senza compagnia nell’atmosfera fiabesca di un Rodari in surplus «di napisan o di cloritina».

Giusto a metà, mentre il livello si mantiene buono ma senza picchi, il capolavoro del disco: Orfani ora, con la sua melodia cinematica che odora di strade desolate dopo la pioggia e i versi a fare da nucleo centrale di un disco fino a qui impregnato di abbandono e non meno da qui in poi, quando lo sguardo di Capossela si sposterà maggiormente sulla realtà intorno. Succede – dopo la parentesi natalizia da camino e castagne di Sante Nicola – per Vetri appannati d’America, ritratto contemporaneo e decisamente centrato degli States della cintura biblica, dei centri commerciali immersi nel nulla e delle taglie oversize elette a primo paradigma sociale. E poi per Lettere di soldati, seconda perla dell’album in cui una cantilena di piano descrive al meglio la paranoia e la nostalgia di casa di chi spende tre-quattro anni della sua giovinezza a presidio di un check-point.

Le tracce rimanenti ricalcano con una leggera flessione verso il basso le cose buone della prima parte del disco, tra tinteggiature noir-fantasmatiche (Dall’altra parte della sera), Spoon River polverose come un romanzo di Cormac McCarthy (La faccia della terra, coi Calexico) e inni religiosi di inizio novecento che chiudono “in verticale” confermando una tensione verso l’alto in filigrana anche nel predecessore (Non c’è disaccordo nel cielo).

“Da solo” forse non ripeterà i fasti di “Ovunque proteggi” – e d’altra parte non ne ha la stessa potenza, preferendo insinuarsi piano piano e intimamente sotto pelle – ma pare segnare finalmente l’affrancamento totale di Capossela dall’ombra lunga di Tom Waits. Se a ciò aggiungiamo che il nostro in diciassette anni di musica non ha ancora fatto un disco non diciamo brutto, ma neanche mediocre, viene difficile anche questa volta non tributargli, pur senza spellarsi le mani, un meritato applauso.

Voto: 7.8
Brani migliori: Parla piano, Orfani ora, Lettere di soldati.

Written by Luca

29/09/2009 at 14:33

Procurarsi Guanxi – Fou (Novunque/Self, 2008)

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Una voce maschile ed una femminile, l’impronta indie-rock anni novanta con qualche synth a scontornare i watt delle chitarre, il gusto per le liriche citazioniste e (finto?)-intellettuali, a volte anche autoironiche. Paragonare i Fou di Procurarsi guanxi ai primi Baustelle è cosa da un attimo, ma del tutto diverso è il contesto in cui nascono le canzoni di Tony T. e compagnia rispetto a quelle della band di Montepulciano. Non nelle stanze buie di un qualche riformatorio di provincia e neanche in una discoteca accasata sulle stelle in cui rifugiarsi e riprendere a ballare canzoni fuori moda. Ma nella Milano universitaria del duemilaotto, tra quartieri cinesi, happy hour non troppo felici a causa di rapporti umani ridotti a grado zero – vedasi il titolo: il “guanxi” altro non è che il clientelismo alla cinese – e «kebab nel quartiere Isola pagato con i Ticket Restaurant» (Ultimo kebab). Contesti dove i Fou ambientano i loro bozzetti elettrici, trascinati – è proprio il caso di dirlo – dalle voci indolenti e indolenzite dei due cantanti. Verificarli dal vivo sarà la prima cosa che faremo dopo aver chiuso la recensione di questo disco, basato su una manciata di (buone) canzoni già sentite in un demo-ep non in commercio circolato l’anno scorso – da cui però non è stata presa la migliore di quel lotto: “Tracce” – e su sei brani del tutto inediti che confermano lo spessore del gruppo. Spessore che nel prossimo disco andrà ricalibrato su distanze maggiori dai mentori toscani, ma che per ora ci lascia abbastanza soddisfatti all’ascolto dell’accattivante e robusta Estinzione di un magnete, dell’inno d’amore catodico Mivar e soprattutto di una Editing che coglie stralci di vero lirismo in un testo taglia-incolla tipo “Tungsteno” degli Scisma. Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax al pianoforte in Edmundo.

Voto: 7.0
Brani migliori: Ultimo Kebab, Editing.

Written by Luca

29/09/2009 at 14:31

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Mondo | Madre – N.A.N.O. (Fosbury Records/Audioglobe, 2007)

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Sciolti i C.O.D. dopo l’esauriente “Preparatevi alla fine” del 2005, Emanuele Lapiana torna alla musica sotto l’acronimo puntato di N.A.N.O., non tralasciando il solito approccio “particolare” alla musica che fu del gruppo originario. Mondo ׀ Madre emulsiona amore sintetico ma riscaldante tra le pieghe sempre più alienanti della fredda post-modernità globalizzata, un lavoro (cito dal booklet) «scritto e suonato su un PC portatile in giro per il mondo tra il 2004 e il 2006, in stanze d’albergo, aeroporti, uffici, sale d’attesa», che mischia pop ed elettronica in canzoni rotonde ed evocative nate a Tokyo come a San Francisco o a Dubai. Puro artigianato da laptop insomma quello di Lapiana, il quale però si risparmia un po’ troppo sulla cura dei suoni spesso prevedibili, un difetto che annulleremmo volentieri se anche le canzoni non girassero ogni tanto a vuoto. Nonostante ciò qualcuna coglie nel segno e fa emergere dall’aurea volutamente cosmopolita e asettica del disco (Mondo) qualche rinfrancante bagliore di carne e sangue (Madre). Accade nell’ammaliante A.N.N.A. – un Riccardo Sinigallia tra pop e rap in piena mania digitale – e in L’assenza, che chiude il lavoro vibrando su poche note di tastiera con la voce del titolare alienizzata come il Brian Eno di “Another day on earth”. Ma la canzone migliore, lo scommettiamo, sarebbe stata quella Madrid frammentata in tre brevi tracce fra le quattordici del disco. Sminuzzatura voluta o bozzetti mai finiti ma comunque da conservare? Difficile dirlo, certo è che in entrambi i casi viene voglia di incollare insieme le tre parti per supplire a ciò che N.A.N.O. non ha potuto o voluto fare. Completa il tutto un booklet (bello ma fin troppo denso) di fotografie, grafiche, stralci di diario, versi e testi dei brani.

Voto: 6.3
Brani migliori: L’assenza.

Written by Luca

29/09/2009 at 08:31

Les 7 vies du chat – Grimoon (Macaco Records/Shinseiki/Audioglobe, 2008)

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I Grimoon per la loro seconda prova, dopo il più che convincente “La lanterne magique” di due anni fa, lasciano a casa la parte visuale del progetto e si concentrano su quella musicale, dando un contorno più netto alle loro canzoni scritte in lingua d’oltralpe, grazie anche al supporto uno stuolo di ospiti che varia i ranghi del combo italo-francese fino al limite del progetto aperto. Les 7 vies du chat racconta di gatti rivoluzionari e di circhi – con relative storie d’amore a bordo pista finite nel sangue – riempiendo l’aria di atmosfere tra il sognante e il nero, mescolando folk alla Yann Tiersen (Mme Bateau) con ballate elettriche dal passo scanzonato e infilando qua e là brevi o lunghe dilatazioni strumentali che riaffermano il carattere soprattutto evocativo della musica del gruppo. Produce ancora una volta Giovanni Ferrario e fa un lavoro come si deve, dando la giusta grana a tutte le continue variazioni, minime ma fondamentali, di influenze e generi portate all’ovile dai tanti invitati.

I Tre Allegri Ragazzi Morti suonano e cantano La compagnie des chats noir traducendola poi in italiano a fondo disco; Marta Collica scrive in inglese e canta il testo della fuga stellare Space puppy’s head; Pall Jenkins e Scott Mercado dei Black Heart Procession iniettano tinte scure nella circense e macabra Cirque Funambules (tradotta in italiano dai Mariposa con finale beffardo: «il governo ha stanziato finalmente i fondi per le piccole etichette indipendenti»); stessa cosa fanno i nostrani Lo.Mo per Voyage en solitaire su testo firmato e interpretato dal cantante francese Thibaut Derien: traccia quest’ultima che contende a L’amour vague e al suo psych-folk sui generis con coda di synth, cori e fiati (il Maestro Enrico Gabrielli) la palma di brano migliore dell’intero disco. I Grimoon si confermano ottimo prestito del cinema alla musica pop contemporanea.

Voto: 7.4
Brani migliori: Voyage en solitaire, L’amour vague.

Written by Luca

29/09/2009 at 08:19

Dandelions on Fire – Simone Massaron & Carla Bozulich (Long Song Records/Audioglobe, 2008)

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Gli amanti del blues più viscerale, fumoso e storto dedichino qualche minuto alle righe che seguono. Carla Bozulich non è italiana (città di nascita New York, Stati Uniti) ma italiani lo sono tutti gli altri nomi che partecipano a questo progetto. In primis il chitarrista Simone Massaron, qui alla sua seconda prova dopo l’esordio con “Breaking News” di tre anni fa, e con lui uno stuolo di validi musicisti circuitanti nella scena indie, avant e jazz del nostro Paese: da Zeno De Rossi (batteria, Vinicio Capossela), agli ex Afterhours Xabier Iriondo (chitarre e tahai metak, da alcuni anni alle prese con diversi progetti sperimentali come Uncode Duello, Polvere) e Andrea Viti (basso) – più organo, piano e cello che appaiono qua e là. La Bozulich dal canto suo è una delle regine della scena blues-sperimentale d’oltreoceano – gli amanti di sopra non si lascino scappare i suoi lavori più recenti: “Evangelista” e “Hello, Voyager”, quest’ultimo uscito a nome Evangelista – e la partecipazione a questo disco non può che essere per Massaron un vanto, soprattutto perché Dandelions on fire è un signor lavoro.

Rispetto alle uscite in proprio o a nome Evangelista, qui la Bozulich tiene quasi sempre a freno la sua vena più sperimentale a favore di un pugno di ballate piuttosto “rotonde” e tradizionali, sempre in bilico tra blues e folk, in cui però non mancano mai particolari raffinatezze o stravaganze che connotano i singoli brani. E d’altra parte tradizionale ma al contempo raffinato e personale è il chitarrismo di Massaron, che mette al servizio dei brani le sue corde una volta sferraglianti un’altra malinconicamente acustiche dando ad ogni traccia, grazie anche al contributo degli altri partecipanti, un profilo netto. Marziale e palpitante Never say your face, tenue e dal retrogusto mariachi (ma senza alcuna “messicaneria” di sorta) la title-track, odorante di praterie e crepuscoli Love me mine, languida ma via via sempre più nervosa The getaway man, dolceamara Here in the blue, fumosa e a suo modo circense My hometown.

Discorso a parte invece per Five dollar lottery, Baby, you so creepy e I saw him, che lungi dal voler apparire come canzoni fatte e finite sono in realtà vere e proprie improvvisazioni in cui vengono mischiati scampoli psichedelici, bassi geometrici, rumoristi di varia natura strumentale, vocalizzi e sospiri tra il mistico e il disperato, umori elettrici e ritmiche stentoree. Il risultato? Mai sopra le righe e anzi spesso di grande intensità. Stupefacente se non sapessimo chi è Carla Bozulich e se non cominciassimo ad intuire quanto di buono potrà venire ancora dalla chitarra di Simone Massaron.

Voto: 8.0
Brani migliori: I saw him, Never say your face, My Hometown.

Written by Luca

25/09/2009 at 11:45

Di vizi di forma virtù – Dargen D’Amico (Talking Cat/Universal, 2008)

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Mentre i fasti dell’hip-hop italico sembrano irrimediabilmente in mano a giovanotti dai catenoni d’oro più resistenti degli stessi brani che propongono – e le zuffe a suon di rime un aggiornamento on the road di quelle che succedono pressoché ovunque lungo lo stivale (leggasi parlamento, stadio condominio e chi più ne ha più ne metta) – ecco colui che potrebbe salvare la barca o meglio tirarla fuori dalla secca e rimetterla saldamente in mare. «Il rap, per me, è far finta che domani muori» (Il rap per me): Jacopo D’Amico in arte Dargen D’Amico si presenta in battigia, maniche arrotolate fino agli avambracci come uno che vuole veramente darsi da fare, con un doppio disco di trentacinque – trentacinque – tracce in cui non perdersi dentro è praticamente impossibile.

Di vizi di forma virtù segue l’esordio di “Musica senza musicisti” ampliandone a dismisura le potenzialità. Il flow destabilizzante e fantasioso, le basi che mischiano mille mila influenze elettroniche (Daft Punk, Aphex Twin, krautismi assortiti), lo spirito guascone ma al contempo dolciastro che nella sua impronta freak-pop non rinuncia a richiamare la canzone d’autore nostrana a diverse gradazioni di surrealismo e follia (da Bersani a Jannacci passando per Battiato e Camerini), rendono le oltre due ore di questo lavoro un monumento alla presunzione di poter legittimamente parlare di tutto ciò che si vuole perché semplicemente la sostanza c’è.

Arduo, in mezzo a tanto ben di dio, assegnare la corona dei migliori a solo due o tre brani. Per puro gusto personale l’affidiamo a SMS alla Madonna (inno d’amore definitivo di chi ci fa, ci è e ci prova: «Te lo dico solo una volta, torna. Ok, se lo vuoi te lo dico due, torna. Te lo dico tre, ti prego torna. Per te mando sms alla Madonna») e a due smeraldi electro-metropolitani come Tike Restoran («Tu mi credi un accampato, ma non sai che io potrei affittare il sole con i miei ticket restaurant») e La divisione del lavoro («siamo gli ultimi operai in Italia la divisione del lavoro ha senso se mi copri anche quando m’assento: mi cassa es tu cassa») che da questo disco dovrebbe finire dritti sulle scrivanie di tutti coloro che oggi si occupano in ordine sparso di giovani, società, lavoro.
Ma anche il resto è un mare-magnum in cui conviene immergersi, anche solo se amate davvero la musica, anche solo se credete che ci siano sempre grandi virtù dietro ai più piccoli vizi di forma. Per il sottoscritto, uno dei dieci dischi italiani dell’anno.

Voto: 8.4
Brani migliori: SMS alla Madonna, Tike Restoran, La divisione del lavoro.

Written by Luca

25/09/2009 at 11:38

Dammene ancora – Sud Sound System (V2/Universal, 2008)

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Arrivati al loro settimo disco in studio – ma su un totale di diciassette titoli tra dodici pollici d’inizio carriera, dischi dal vivo ed uscite varie – i Sud Sound System realizzano quello che ad oggi è il loro disco più internazionale, sia per il calibro degli ospiti coinvolti che per la cura rivolta ai singoli brani in fase di produzione. In Dammene ancora accanto a Don Rico, Papa Gianni, Terron Fabio e Nando Popu si alternano nomi importanti del raggae-roots oltreconfine come Jah Mason, Kiprich, Morgan Heritage e Bling Dawg ma anche il nostrano Neffa, che mette la sua voce sul refrain della malinconica Chiedersi come mai.

Il gruppo salentino esplora tutte le possibili sfaccettature della musica jamaicana, sottoponendola ad una serie di contaminazioni che tengono lontana la noia nonostante la consueta lunghezza e densità del tutto (diciotto tracce per quasi settanta minuti di musica). Nascono così brani come la travolgente Te Paru A Mie con un piacevole sapore di pizzica in sottofondo, ma anche l’hip-hop virato r’n’b di Lu Profumu Tuo e il minuetto-raggae con aperture soul di Piano, episodio tra i migliori di tutto il lotto. Ad un certo punto i Sud Sound System ne La Ballata del Precario si avventurano anche in un inedito ibrido raggae-hip-hop-folk-blues, con tanto di chitarra acustica e armonica a versare languori desertici sulla base ritmica, ma è un esperimento riuscito a metà anche se denota la voglia di mischiare le carte.

Canzoni come Violenza, crimini e povertà, La brava gente e Lu business cumanna suggeriscono poi, anche solo dal titolo, una costante attenzione verso la situazione sociale e politica del nostro Paese e del mondo. Non si perdono in troppe distinzioni poetiche i Sud Sound System e invece mitragliano con versi chiari e diretti tutti gli aspetti di questa società che a loro non vanno a genio, dall’ecologismo tenuto sempre meno in considerazione al dominio costante del mercato. Un modo per esserci che va al di là dello sloganismo e si presenta a tutti coloro che ascoltano come la terra da cui provengono: schietta, lucente e tutt’altro che disposta ad arrendersi.

Voto: 7.4
Brani migliori: Piano, Chiedersi come mai.

Written by Luca

24/09/2009 at 09:55

Quando arriva la gente si sente meglio ep – Numero 6 (Green Frog Records, 2008)

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In attesa del nuovo disco di prossima uscita i Numero6 servono un antipasto in formato ep, con cinque tracce che un po’ riassumono e un po’ riprendono il discorso là dove era stato lasciato con l’ottimo “Dovessi mai svegliarmi” di due anni fa. La notizia è che mentre gli altri indieroi nostrani si ospitano sui dischi uno con l’altro, loro lasciano spazio a sua maestà Bonnie “Prince” Billy, il quale arriva e, da estimatore della band, ricanta con la sua voce sempre sul punto d’inciampare – in un italiano, neanche a dirlo, stralunato – quella Da piccolissimi pezzi che dei genovesi è uno dei piccoli-grandi inni («Io non faccio poesia verticalizzo e bado al sodo») nonché uno dei brani migliori.
Il resto, poi, dice e non dice: Navi stanche di burrasca con le chitarre acustiche e la fisarmonica lascia un passo indietro l’elettronica e apre a spiragli folk semi inediti. I Numero6 hanno recentemente portato in giro una reading-concerto con Enrico Brizzi ed è proprio l’autore di “Jack Frusciante” a firmare le belle liriche («Si ama solo nel ricordo ma stanotte penso che memorie facili e morali sono un mix da kappaò»). Aspetto viene ripresa dal repertorio dei Laghisecchi (primo nome del gruppo) e vestita anch’essa di panni folkeggianti e un po’ di elettronica. Prima della chiusura di Un segnale debole, Quel giorno cosa avevo? è dei tre inediti più convincente: il ritornello rimbalza in mente e affascina come certe palline magiche per i bambini (multicolori e fosforescenti, visti i ghirigori di synth a tre quarti del brano), mentre il testo si toglie qualche sassolino dalla scarpa (lanciandolo addosso a persone precise: «C’è chi non ha più nessun ritegno o remora Lindo ne sa qualcosa […] Claudia lei poi fa la suora ma un pugno di anni fa dava giocando il culo alle pellicole di Brass») e si abbandona in compagnia dei R.E.M. a nostalgie difficili da scacciare («Strimpello Driver 8 fisso una pancia che già lievita realizzo quando la mia vità cambierà»).
I Numero6 sono quanto di meglio abbia prodotto l’indie-pop italiano negli ultimi anni. L’antipasto di Quando arriva la gente si sente meglio, in download gratuito sul loro sito, preannuncia nuove portate succulente.

Voto: 7.7
Brani migliori: Da piccolissimi pezzi, Quel giorno cosa avevo?.

Written by Luca

24/09/2009 at 09:49

B (Il mondo è una giungla…per chi non vede al di là degli alberi) – SiktikiS (Casasonica, 2008)

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«Citazionisti fino al feticismo» diceva il sottoscritto in altra sede dei SikitikiS e del loro esordio “Fuga dal deserto del Tiki” che mischiava Morricone e il garage, i Beach Boys e Umberto Lenzi, Mina e il funky, il tutto condito da una buona capacità di sciorinare melodie contagianti ed energetiche. Ma per il loro secondo lavoro, prodotto ancora una volta da Casasonica, i cinque sardi sembrano aver tirato un po’ i remi in barca e se non siamo davanti ad un disco propriamente omogeneo certo è che qualche cosa in B è cambiato.

L’ombra lunga dei mentori Subsonica qui si fa più evidente ed oscura un po’ l’estro della banda, tanto che a volte purtroppo si arriva fino al limite del calco (la ballata Piove deserto, soprattutto L’ultima mano). I SikitikiS, a differenza della band torinese, amano l’elettronica più d’annata e sonorità più telluriche (non usano chitarre: solo basso, batteria, synth e voce) ma la sostanza, una volta nella voce del cantante Diablo, un’altra nel drumming dinamico e danzereccio, è quella.
Peccato, perché qualche scampolo di volontà crossover rimane ancora (cicalecci di percussioni qua e là, sortite dark-eteree come nel duetto con Robertina di Onde concentriche) e non a caso frutta le cose migliori. Su tutte la rilettura della Storia d’amore di Celentano, resa guascona al punto giusto ed ibridizzata come se fosse una cosa a metà tra la canzone conclusiva di un ipotetico remake di “Milano odia: la polizia non può sparare” e il preambolo ad una sortita latin-funk su una spiaggia che fra poco conoscerà il sangue – a questo proposito si guardi anche la grafica del disco: puro noir a tinte ematiche.
Del tutto da dimenticare invece la didascalia industrial-tribale di Le grand diable (ispirata ad un personaggio di “Manituana” dei Wu Ming): titolo e sottotitolo del disco si riferiscono a tutti coloro che stanno dietro, in seconda fila, e sono pronti a scattare; aspettiamo dai SikitikiS un prossimo, nuovo scatto di reni.

Voto: 5.3
Brani migliori: Storia d’amore

Written by Luca

23/09/2009 at 15:41

BiogrAfrica Unite – Africa Unite (Universal, 2008)

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Gli Africa Unite festeggiano oltre venticinque anni di musica con questa antologia che riassume e completa quanto fatto da uno dei gruppi raggae più importanti – se non il più importante – del nostro Paese. Due cd e un dvd per un totale di trentatre tracce audio e quindici video: nel primo disco una sorta di best of che preleva brani da quasi tutta la discografia della formazione; nel secondo remix, inediti e registrazioni live (tra cui quattro canzoni tratte dalla serie di concerti con l’Architorti Orchestra); nel dvd invece tutti i video girati dagli Africa dal 1991 al 2006 più un divertente backstage dal tour di “Controlli” e un filmato riguardante ancora l’esperienza con l’Architorti a Torino Settembre Musica.
Un ottimo modo per conoscere l’ensemble di Pinerolo dunque questo BiogrAfrica Unite, ma anche un bel regalo ai fan che si potranno trovare tra le mani un cofanetto che colma alcune lacune (i brani orchestrali, i video) bello anche come oggetto da collezione. Madaski e Bunna hanno contribuito a diffondere il verbo raggae in Italia contaminandolo di volta in volta con il dub, l’elettronica, il rock e sposandolo con la lingua italiana. La loro biografia è, in buona parte, la biografia della musica in levare al di qua delle Alpi. Difficile, dunque, prescinderne.

Voto: 7.0
Brani migliori: Salmodia, La storia, The Cage.

Written by Luca

23/09/2009 at 15:30

Canzoni da spiaggia deturpata – Le Luci della Centrale Elettrica (La Tempesta Dischi/Venus, 2008)

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Nella vignetta ci sono un ragazzo e una ragazza. Stanno seduti uno accanto all’altro e probabilmente sono innamorati. Davanti hanno un enorme cielo stellato, tutto da guardare. Ma lui dice a lei, o forse lei dice a lui: «Andiamo a vedere le luci della centrale elettrica». L’immagine si trovava qualche tempo fa sul MySpace di Vasco Brondi alias Le Luci della Centrale Elettrica e spiega al meglio lo spleen che domina queste dieci Canzoni da spiaggia deturpata. Ovvero le luci a San Siro di Vecchioni portate alle estreme conseguenze, rese definitive. L’amore nelle aree industriali e il disincanto delle nuove generazioni precarie in tutto che diventano spirito del tempo e qui più che mai vengono svelati: «cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero» (La lotta armata al bar).
Brondi scrive per accumulo, nei versi associa obliquamente immagini su immagini come un Flavio Giurato grafomane, per poi urlarli in faccia al mondo con la stessa voce d’asfalto di Rino Gaetano, che viene direttamente citato nel finale di Nei garage a Milano Nord. E i pezzi di citazioni traboccano, che siano parole, atmosfere o entrambe le cose: Tondelli, Genna, Bianciardi, Pasolini e i CCCP che «non ci sono più da un bel po’» (La gigantesca scritta COOP), ma anche Bebsi Jones (suoi gli ultimi versi di Fare i camerieri) e il Fiumani più nudo e precipitante.

Se la definizione di cantautorato-punk ha un senso, eccone l’esempio tipo, perché le canzoni de Le Luci della Centrale Elettrica musicalmente sono limitate, due accordi e via, ma si giocano tutto sulla scrittura, che è cuore d’amianto, anima sputata come sangue a terra, lacrime di acquaragia per cancellare le scritte sui muri che qualcuno prima o poi rimetterà. E dove all’estro vulcanico serve anche un po’ di esperienza non meno infuocata, la produzione di Giorgio Canali è il completamento che rasenta la perfezione: l’ex CSI inserisce dove è necessario percussioni, bassi acustici e soprattutto elettriche che urlano la stessa urgenza delle parole (sentite quelle sul finale di Fare i camerieri) e se questo disco durerà oltre i canonici sei mesi di clamore dei tempi in corso il merito è anche suo. E ovviamente di Vasco Brondi che, per chi non lo avesse ancora capito, è uno non solo da tenere d’occhio ma da comprare subito. Perché se c’è ancora qualcosa di davvero nuovo, oseremmo dire addirittura originale, nel cantautorato italiano targato duemilaotto, quel qualcosa passa inevitabilmente da qui: nelle città vuote e sepolcrali della bella copertina di Gipi e nella vitalità senza futuro di un ragazzo che cerca «un po’ di carta stagnola per addobbare a festa questa stanza di merda» (Stagnola).

Voto: 8.7
Brani migliori: Stagnola, La gigantesca scritta COOP, Fare i camerieri.

Il Genio – Il Genio (Cramps Music/Disastro Records/Self, 2008)

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Piccolo excursus geografico-musicale: lo Shibuya-kei è un sottogenere del japan-pop nato nel quartiere di Shibuya a Tokio negli anni ’90, una mistura di pop elettronico, lounge, bossa e talora jazz dalle atmosfere retrò e spesso non meno sensuali e surreali che ha generato gruppi come i Pizzicato Five, i Cibo Matto o cantanti come Kahimi Karie, la cui Una giapponese a Roma – brano che tanti appassionati di cultura trash conosceranno sicuramente – chiude questo primo disco de Il Genio, al secolo Alessandra Contini e Gianluca De Rubertis degli Studiodavoli.

I due intersecano diversi immaginari in undici canzoni vintage-pop (oltre la cover succitata) piuttosto gustose: non solo l’entertainment erotico del Sol Levante, ma anche la sensualità ultramaliziosa della coppia Birkin-Gainsbourg e certo cinema di genere che ciclicamente torna di moda. Contini canta con voce flebile da Lolita, De Rubertis lavora di tastiere e melodie a presa rapida; insieme infilano almeno quattro canzoni che comincerete a canticchiare al primo ascolto, partendo dallo scherzo anti-allunaggio di Non è possibile e passando per una Pop Porno che anche solo per il testo («tu sei cattivo con me / perché mi guardi come se io fossi un’attrice un po’ porno») sarebbe un tormentone estivo di cui andare fieri.
Le altre due (A questo punto, con il suo ritornello appiccicoso, e Gli eroi del kung-fu, omaggio alla mitologia delle arti marziali su pellicola) chiudono il cerchio di un disco elegante e ironico, che sulla lunga distanza potrebbe risultare un po’ ripetitivo ma che piacerà sicuramente a chi si innamorò dei Baustelle sensuali e passatisti de “La moda del lento” e a chi pensa che Kazu Makino dei Blonde Redhead, in quanto a “sospiri”, potrebbe fare decisamente di più.

Voto: 7.2
Brani migliori: Non è possibile, Pop porno.

Written by Luca

22/09/2009 at 08:05

Rosa dalla faccia scura – Guignol (Lilium Produzioni, 2008)

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Non cambiano le carte in tavola i Guignol per il loro secondo lavoro a tre anni dall’omonimo esordio. Rosa dalla faccia scura è prodotto ancora una volta da gianCarlo Onorato, ed identica è la strada sonora percorsa, quella di un rock-blues notturno e umorale dalla grana prettamente elettrica, che guarda al miglior rock d’autore in circolazione ma anche alla tradizione cantautorale italiana. Si rintracciano le storie indiavolate e periferiche di Nick Cave nelle canzoni del quintetto milanese, ma anche il dolore rigoroso di Cesare Basile e l’irriverenza del De Andrè più brasseniano. Famiglie porta il cantautore francese a spasso con gli Stones smitizzando il topos tutto italiano del focolare da mulino bianco; Strada per dio sa dove sfuria con bordate punk-blues raccontando in poco più di due minuti una storia d’amore e crash automobilistico che probabilmente piacerebbe molto a Tarantino.

Altrove invece l’atmosfera si fa più sensuale se non addirittura erotica, pur non venendo meno quel realismo del tutto disilluso che è l’arma in più dei Guignol. Il grande complotto attacca frontalmente la mercificazione sessuale con torbidi ricami di slide-guitar mentre L’ultima canzone potrebbe tranquillamente essere una storia raccontata da Piero Ciampi se ancora fosse vivo – e il livornese difatti viene tirato in ballo nel testo con una citazione da “Il vino”. Da quest’ultimo brano è tratta la zingaresca Rosa dalla faccia scura del titolo, sintomo di un’aria “da strada” che attraversa tanti altri brani. Proprio alle prese con atmosfere ancora più zingare ci piacerebbe vedere i Guignol in futuro, per ovviare a quella costanza di suoni (chitarre, basso, batteria, saltuariamente organo e fisarmonica) che alla lunga rende il disco un po’ troppo omogeneo. Magari in una sorta di rock-blues balcanico o tzigano, ma con la stessa qualità di scrittura che già oggi c’è.

Voto: 7.3
Brani migliori: Strada per dio sa dove, L’ultima canzone.

Written by Luca

21/09/2009 at 12:17

Le dimensioni del mio caos – Caparezza (Emi, 2008)

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La musica di Caparezza è salutare. Apre gli occhi quando sono chiusi. Stimola al pensiero quando all’osservazione non segue la critica. Impone la critica, e soprattutto l’autocritica, raccontando i fatti e soprattutto facendo annusare a larghi polmoni l’aria che tira. Non ha la verità in tasca il rapper (?) di Molfetta, ma descrive la realtà, che non è un’altra e non è bella, ma è questa, e tocca farci i conti. «Io voglio passare ad un livello successivo, / voglio dare vita a ciò che scrivo. / Sono paranoico ed ossessivo / fino all’abiura di me» canta in Abiura di me, ed è il manifesto programmatico di uno scrittore di canzoni che ha il solo imperante obiettivo di svelare il mondo che ha intorno e, come il migliore dei giullari, ribaltarlo nelle storture fino a ribaltare sé stesso. Le dimensioni del mio caos è un concept-album (o fonoromanzo, come ama definirlo il nostro) sul ’68, ma la storia, raccontata con diversi protagonisti oltre allo stesso Caparezza e alcune voci fuori campo che fanno da cerniera ai vari pezzi, è soprattutto un pretesto per dare una struttura unitaria ad una serie di fendenti contro i mala tempora moderni.

Caparezza non tralascia nulla, e la sua critica è molto più problematica e particolare di una semplice e nostalgica contrapposizione tra il ’68 e l’oggi. Se La rivoluzione del sessintutto denuncia il dominio del sesso in ogni aspetto della vita Non mettere le mani in tasca punge le alte prelature che si occupano un po’ troppo dei costumi sessuali di fedeli e infedeli; mentre Pimpami la storia attacca frontalmente il revisionismo e Vieni a ballare in Puglia mette in primo piano il problema delle morti sul lavoro rilasciando un’immagine del tacco d’Italia ben lontana dall’ultraretorico “sule, mare, ventu” – problema che viene ripreso e sviluppato nell’epica western-provinciacronica di Eroe (Luigi delle Bicocche).

Ma più di tutto è la potenza espressiva delle rime la forza di queste canzoni, grazie ad una scrittura che usa il vocabolario per intero e non rinuncia ad alcun accostamento tra alto e basso, antico e moderno, o ai più calibrati e ricercati riferimenti (dalla tv alla letteratura, dal cinema alla storia, con una particolare attenzione questa volta al mondo giovanile fatto di videogames, myspace e divi da mezza giornata e via). E così alla fine dei cinquantasette minuti de “Le dimensioni del mio caos” ci si ritrova con di fronte il re denudato, ma denudati lo siamo anche noi, un po’ vittime e un po’ complici di questo raggelante caos. Al quale solo Caparezza pare trovare le parole giuste.

Voto: 7.8
Brani migliori: Non mettere le mani in tasca, Pimpami la storia, Vieni a ballare in Puglia.

Written by Luca

21/09/2009 at 12:09

I milanesi ammazzano il sabato (Casasonica Management/Universal Music, 2008)

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Che gioia per il vostro recensore scrivere di un disco così. Bello certo, ma soprattutto vario, vivo, libero. Mentre tutti eravamo pronti ad apporre per la prima volta la parola “ennesimo” sul sesto disco in italiano degli Afterhours, ecco che Agnelli e compagni se ne escono con un lavoro non rivoluzionario, ma quasi. Un album importante e di successo come “Ballate per piccole iene” pareva aver chiuso un ciclo, nel senso che gli Afterhours in quella direzione più di così non potevano fare – a parte scrivere altre grandi canzoni, è ovvio. E difatti si cambia. A partire dalla formazione: dentro Giorgio Ciccarelli in pianta stabile, dentro un nuovo bassista (Roberto Dell’Era al posto del dimissionario Andrea Viti) e dentro soprattutto il Mariposa Enrico Gabrielli coi suoi fiati che qui fanno spesso il paio con le chitarre elettriche.

Un lavoro da perdercisi dentro per la quantità di generi, influenze o semplici stimoli sonori I milanesi ammazzano il sabato. Gli Afterhours riassumono quanto fatto in passato ed espandono il loro campo d’azione, il tutto con uno spirito della serie “facciamo assolutamente quello che ci pare”. Cercate quante e quali canzoni potrebbero stare anche in questo o quel disco della loro discografia e poi scorgete quel qualcosa in più che le fa rimanere inevitabilmente nei solchi di questo lavoro, a comporre un nucleo eterogeneo di quattordici tracce che potrebbe essere il brodo primordiale di chissà quale giovane ed entusiasta band se non stessimo in realtà parlando di uno dei gruppi storici del rock italiano.

Le bordate elettriche con chitarre furiose, violino strepitante e ritornelli a presa rapida di Neppure carne da cannone per Dio (perfetta dal vivo, insieme ad altre quattro tracce che sul palco sapranno cosa fare) fanno da contraltare al crudo realismo acustico della title-track scritta con Cesare Malfatti dei La Crus e di una Musa di nessuno farcita da svolazzi di fiati beatlesiani. Tarantella all’inazione, punta di diamante dell’intero lavoro, ipotizza cosa possa essere un sensato episodio etno-rock sostituendo qualsiasi chincaglieria d’accatto con tonalità di luce livida (ma non così livida come un tempo), mentre E’ solo febbre smonta e rimonta orchestrazioni contemporanee e canoni da rock-ballad. Verso la conclusione Dove si va da qui con batteria elettronica, rhodes ipnotico e baldoria di elettriche in coda prova a rivitalizzare un ovvio prestito dai Radiohead riuscendoci in pieno. E su tutto quanto i testi di Manuel Agnelli, che come mai era accaduto lascia emergere nitida la propria biografia posizionando ovunque versi urticanti come una secchiata di calce viva in faccia, mentre ancora siamo stupiti per la freschezza e il gusto della svolta.

Voto: 8.6
Brani migliori: Neppure carne da cannone per Dio, Tarantella all’inazione, Musa di nessuno.

Written by Luca

18/09/2009 at 08:07

Piccola faccia – Cristina Donà (Emi, 2008)

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Non nuova a proporsi sul palco in veste solitaria, Cristina Donà raccoglie in questo Piccola faccia (dal titolo di un brano dedicato a Patti Smith tratto da “Tregua” e qui ripreso) dieci canzoni del suo repertorio più due cover (Sign you name di Terence Trent D’Arby ed I’m in you di Peter Frampton) il tutto riletto accompagnandosi con la sola chitarra acustica e gli interventi della chitarra classica di Francesco Garolfi e quelli più sporadici del pianoforte di Stefano Carrara.

L’intento è proprio quello di sigillare su disco un lato più intimo – ma per questo non meno coinvolgente – di una delle migliori cantautrici del nostro Paese, che fin dagli esordi ha fatto della scrittura uno dei suoi punti di forza. Basta infatti ascoltare le versioni ridotte all’essenza di Mangialuomo o di Goccia (dove la slide di Garolfi fa ottimamente le veci del flicorno che nella versione originale fu di Robert Wyatt) per capire che la forza della Donà è prima di tutto nella capacità di ritrarre situazioni e stati d’animo con pochi accordi e pochi versi sempre efficaci, in una sorta di impressionismo minimale che alla tradizione cantautorale italiana preferisce quella inglese (Drake in primis). Sobria la si potrebbe definire, ma anche incredibilmente penetrante. E tanto brava da riuscire a togliere alla voce di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro quella patina di fastidiosa magniloquenza nel sorprendente duetto al pianoforte di Settembre. Una piccola perla in mezzo a tante altre. Chi non conosce Cristina Donà parta pure da qui.

Voto: 7.7
Brani migliori: Goccia, Settembre, Mangialuomo.

Written by Luca

18/09/2009 at 08:06

Contatti – Bugo (Warner, 2008)

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Bugo è uno abituato a cambiarsi di panno ad ogni nuova uscita e così dopo il pop-rock di “Sguardo contemporaneo” con la supervisione di Giorgio Canali ha chiesto a Stefano Fontana di produrre e arrangiare le nove canzoni (più due strumentali ad aprire e chiudere) di Contatti all’insegna di un’elettronica non troppo ostica ma decisamente accattivante. E il buon Stylophonic un mestiere così lo sa fare, tanto che ai primi ascolti Contatti balza subito all’orecchio per l’ottimo lavoro d’artigianato sonoro che ha dietro e solo poi per le canzoni.

Sono dunque deboli i brani di questo sesto lavoro di Mr. Bugatti? No, viene da dire, ma non sono neanche tra le cose migliori che il nostro ha scritto. Sarà forse per il tema scelto e ben sintetizzato dal singolo C’è crisi (il titolo dice già tutto), tema che però viene affrontato in tutte le accezioni del caso e con risultati decisamente più potenti in altri dischi usciti più o meno di recente (uno su tutti Le Luci della Centrale Elettrica). Sarà forse per un ritmo di scrittura piuttosto alto (dal 2000 ad oggi un disco ogni due anni e anche qualcosa di più) che non permette una selezione poi così strenua in sede di tracklist. Sta di fatto che Contatti viaggia su altezze medie, cincischiando un po’ su episodi dance a briglie tirate (Nel giro giusto), electro-pop contagiosi e aciduli (Love boat), hip-hop scontornati dal refrain contagioso (Le buone maniere) e calchi tipicamente bughiani che ospitano la penna di Aldo Nove e rinnovano suoni già sentiti (Balliamo un altro mese è un prestito da “Arriva Golia!” alle prese con i Matmos e il Timbaland touch). Dal canto loro poi le due ballad (l’umanoide Felicità, l’edulcorato r’n’b spacey Sesto senso) fanno il loro dovere e La mano mia ha un tiro funky assai gradevole. Ma da Bugo abbiamo sentito di meglio. E’ comunque un gran piacere, vedasi la copertina, trovarlo sempre in movimento.

Voto: 6.8
Brani migliori: Felicità, La mano mia.

Written by Luca

17/09/2009 at 12:23

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Io non credevo che questa sera – La Crus (Warner, 2008)

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I La Crus salutano il pubblico con uno dei dischi più belli della loro storia. Io non credevo che questa sera contiene dodici tracce dal vivo registrare nell’estate del 2005 al Teatro Novelli di Rimini insieme all’Orchestra da Camera delle Marche diretta da Daniele Di Gregorio e tre inediti, che chiudono egregiamente il percorso di un gruppo capace di far coincidente canzone d’autore e musica elettronica in un’unica, convincente proposta.

Gli arrangiamenti orchestrali della parte dal vivo calcano i contorni di una manciata di canzoni per lo più scure (Nera Signora), a volte dall’andamento sensuale (Soltanto amore) a volte dolcemente malinconico (Natale a Milano), in cui i beat elettronici colorano di atmosfere urbane (Natura morta) la splendida voce di Mauro Ermanno Giovanardi, che si arrangia benissimo anche quando è alle prese con brani altrui (qui Via con me di Conte e Ricordare di Morricone). I tre brani nuovi (Mentimi, Entra piano, L’Autobiografia di uno spettatore) riportano invece i La Crus ai fasti dei primi periodi, e a sentire una canzone come Mentimi – uno dei pezzi migliori di tutto il loro repertorio – il rimpianto per la chiusura del gruppo è forte, se non altro perché di tracce così intense c’è sempre bisogno.

Peccato dunque, e anche se ritroveremo Giovanardi con il suo progetto solista e Cesare Malfatti alle prese sia con l’elettropop di Amor Fou e nOOrda sia con l’elettronica downtempo dei The Dining Rooms ci mancherà il gruppo che a metà anni novanta contribuì a levare la polvere dalle canzoni di Piero Ciampi e a dare una vita in parte diversa a quelle di Luigi Tenco, incastonandole tra altre piccole perle autografe quali Dentro me, Come ogni volta e Come una nube. Nel loro essere stati sempre in bilico tra passato e presente i La Crus hanno gettato per primi un ponte in grado di collegare tradizione e modernità che ha permesso a generazioni profondamente diverse di incrociare gli sguardi sulla stessa identica musica. Anche solo per questo li dobbiamo ringraziare. E per il resto, buona fortuna.

Voto: 8.0
Brani migliori: Mentimi, Dentro me, Come una nube.

Written by Luca

17/09/2009 at 12:15