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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 14th, 2007

Ciò che si vede è – Banco del Mutuo Soccorso (BMG, 1992 ristampa 2004)

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Registrato al Palladium di Roma il 12 maggio 1992 e pubblicato in formato vhs lo stesso anno, Ciò che si vede è è l’unica testimonianza ufficiale dell’attività live del Banco del Mutuo Soccorso, oggi rieditata dalla BMG in formato dvd con audio (davvero) remixato. Sette i pezzi in scaletta per sessantuno i minuti di musica totali – praticamente una sorta di best of per immagini – materiale che nulla toglie e nulla aggiunge a quanto si sapeva su una delle prog band più importanti della musica italiana, arricchendo però la quantità di ristampe e compilation più o meno utili che sono state pubblicate negli anni a nome del gruppo.
La qualità delle immagini risente dell’anno di realizzazione del filmato, e così la discutibile scelta estetica di miscelare alle riprese sul palco filmati da backstage, brevi spezzoni cinematografici appositamente realizzati – tra cui una spassoso travestimento del gruppo a mo’ di intrepidi marinai all’inizio di Moby Dick – immagini di repertorio e frammenti di vita vissuta, ma nel complesso il dvd fotografa la formazione di Di Giacomo e soci in un buono stato di forma, testimoniato anche da una struggente versione per sola voce e tastiere di 750.000 anni fa… l’amore. La regia di Paolo Logli è dinamica e curata, le insistite variazioni sopra descritte forse sono state rese necessarie dalla poca spettacolarità del gruppo sul palco e dalla lunghezza notevole di alcuni pezzi (Il giardino del mago). Peccato che a volte a forza di cambi di immagini ci si capisca poco (Non mi rompete) e che l’impatto iniziale con questo tipo di scelte – noi ormai abituati a filmati ipertecnologici e patinatissimi – sia un poco spiazzante. Al di là di questo e visto il prezzo tutto sommato ridotto del prodotto (mi è capitato di vederlo esposto in più luoghi ad un prezzo inferiore ai tredici euro), l’acquisto di Ciò che si vede è, almeno per gli appassionati al genere, è d’obbligo.

Voto: 6.2

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Written by Luca

14/12/2007 at 17:13

X Stratagemmi – Franco Battiato (Columbia/Sony, 2004)

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Lo stratagemma, nell’immaginario comune, è questione propria dei maghi, o degli illusionisti. Franco Battiato più che guru o santone (appellativi tanto cari a coloro che nel tentativo di definire il personaggio finiscono per banalizzarlo) può essere definito tranquillamente un mago, soprattutto se confrontato al piattume diffuso nello scenario mainstream italiano. Riuscire a coniugare canzoni di qualità sempre piuttosto alta a vendite sostanziose, sapendosi pure rinnovare, è una specie di magia, ed è stata una delle caratteristiche predominanti della produzione pop dell’artista siciliano. Dieci stratagemmi seguirà il destino dei suoi ultimi fortunati predecessori in fatto di vendite ma, pur non mancando di qualità (come Ferro battuto, ultimo disco di pezzi propri), non segna alcun passo in avanti. Battiato, insomma, si ripete. Bene, ma si ripete.

Sesso e castità, primo singolo, è un pezzo che si fa ascoltare con piacere, ma agli esperti apparirà solamente come un miscuglio ben calibrato tra le sonorità tipiche di dischi come Gommalacca e Caffè de la Paix. Così per Fortezza Bastiani (dove l’immaginario di Buzzati viene trasfigurato a piacimento), Odore di polvere da sparo (leziosa, possibile secondo singolo), Conforto alla vita e Apparenza e realtà: tutte canzoni dove pop orchestrale d’alta classe, rock ed elettronica a volte acida si mescolano senza ostruirsi.

Qualche stratagemma originale e ben riuscito c’è, e lì Battiato fa capire a chiare lettere di avere ancora qualcosa da dire: I’m that, con Cristina Scabbia, guarda proprio verso quelle atmosfere da cui proviene la cantante dei Lacuna Coil; 23 coppie di cromosomi, in collaborazione coi Krisma, prova qualche accenno di sperimentazione e viene ben ripagata. Ma è Le aquile non volano a stormi che stupisce più del resto: testo sapienziale, azzeccata ibridazione tra melodia orchestrale e richiami nipponici, ritornello elegante la candidano a capolavoro dell’intero album. Stesso discorso, pur non arrivando alle vette del pezzo precedente, vale per Ermeneutica, che grazie ad un testo a tratti geniale (“tutte le macchine al potere gli uomini a pane ed acqua”) attacca e prende le distanze dalle nevrosi politiche del nostro tempo.

Più distante dagli altri stratagemmi è l’ultimo, La porta dello spavento supremo, unico momento realmente spirituale del disco, ballata a due voci (quella di Battiato e quella, commuovente, del filosofo Manlio Sgalambro) che ha i suoi punti di forza proprio nell’alternanza dei due al canto e nell’arrangiamento maestrale. Anche qui la mente dovrebbe riallacciarsi a certe cose già fatte in passato (tipo “L’ombra della luce”), ma la canzone tocca profondamente e non lascia adito a speculazioni.

L’impressione generale è di un Battiato ancora in grado di fare cose buone ma attualmente poco interessato al progresso della propria carriera di artista musicale. Il fatto che questo momento di stasi si accompagni ad una sempre maggiore interesse verso altre forme di espressione (pittura, cinema e per ultima la tv) non è casuale, ma la certezza data dal disco che l’ispirazione non sia finita fa ben sperare per il futuro.

Voto: 6.5
Brani migliori: Sesso e castità, Ermeneutica, Le aquile non volano  stormi.

Written by Luca

14/12/2007 at 12:21

Creuza de ma 2004 – Mauro Pagani (Officine Meccaniche, 2004)

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Si potrebbe insinuare che la riproposizione di un disco storico in una versione diversa e in parte inedita – operazione non nuova negli ultimi anni – è un buon modo per ovviare alla mancanza di ispirazione e, quindi, di canzoni nel cassetto. Affermarlo però per Mauro Pagani e per la sua rilettura di “Creuza de ma” sarebbe quantomeno ingeneroso, vista la sequela di progetti con  i quali l’infaticabile artista bresciano è costantemente alle prese (non ultimo un bel disco di poco precedente a questo: Domani, datato 2003, e la produzione dei lavori di Ranieri sulla tradizione napoletana). E Creuza de ma 2004 – un titolo migliore, diciamocelo, poteva essere trovato – pur non riuscendo nell’impossibile impresa di eguagliare il suo predecessore, si difende bene, dimostrando alla prova dell’ascolto che una rilettura come questa ha ragione di esistere.

Il taglio con cui Mauro Pagani ha voluto reincidere il disco che vent’anni fa scrisse con Fabrizio De Andrè è chiaro fin dal brano di apertura (Al Fajr), affidato alle lamentazioni della voce di Emil Zhrian: riconsegnare le canzoni proprio alle voci e alle atmosfere dei luoghi in cui l’album venne ambientato; fare, insomma, non più un disco da esplorazione in barca – mezzo con cui lo stesso Pagani andò pionieristicamente già prima dell’84 a cercare strumenti e studiare sonorità mediterranee – ma un disco in cui quelle voci di quei luoghi approdino direttamente alle canzoni. Un’operazione sicuramente interessante, ispirata anche da quella sana curiosità che già ai tempi accomunava il nostro a Fabrizio De Andrè – tanto che il successore di “Creuza de ma” avrebbe dovuto essere addirittura un album di canzoni ricalcate sulla tradizione mongolica – e che torna qui forte, pur incontrando la rilettura qualche inevitabile passo falso.

Nulla da dire sulla title-track, che viene riproposta in una versione rispettosa e tutto sommato simile all’originale; abbastanza deludente invece Jamin-a, che perde gran parte della sua carica sensuale a causa dell’arrangiamento troppo festoso e della voce inadatta di Pagani – voce al contrario perfetta per la travolgente Megu Megun. Rimangono buone anche Sinan’n Capuda’n Pascià (registrata dal vivo a Siena la scorsa estate), A pittima (Pagani al flauto) e A dumenega; risalta nel finale l’interpretazione che l’ex-Tazenda Andrea Parodi fornisce in Da me riva. Ma il vero capolavoro dell’album è Sidun, che eguaglia l’assolutezza dell’originale grazie all’intuizione di affidare il brano alle voci del già lodato Emil Zhrian e di Mouna Amari – con testo tradotto nello loro lingue (rispettivamente l’ebraico e l’arabo) e una parte in lingua originale riservata a Pagani. Ne risulta un canto ferito, dolorosissimo, che racconta intensamente i traumi di due popoli che solo in canzoni come questa sembrano riuscire a dialogare.

Discutibile, infine, la scelta di interrompere la scaletta originale con l’inedito (di spessore) Quantas Sabedes, canto galiziano del xiii secolo musicato da Pagani ai tempi della prima realizzazione di “Creuza de ma” che venne poi immotivatamente destinato alla colonna sonora di “Sogno di una notte di mezza estate” di Salvatores. L’altro inedito, Neutte (da un frammento di Alcmane tradotto in dialetto genovese), invece viene posizionato fortunatamente all’ultima traccia. Era rimasto incompiuto nei taccuini di Fabrizio De Andrè: è buona l’interpretazione di Pagani, ma avremmo tanto voluto sentirlo cantare dalla voce di Faber.

Voto: 6.7
Brani migliori: Sidun, Da me riva.

Written by Luca

14/12/2007 at 08:52