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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Long Play – Giuliano Palma & The Bluebeaters (V2, 2005)

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Se lo ska è stato protagonista negli ultimi sette-otto anni di uno sdoganamento che nel nostro paese ha avuto prima d’oggi pochi precedenti – diventando soprattutto tra i giovani una musica buona per tutte le stagioni e tutti i luoghi: dai club a Mtv, passando per le Feste de l’Unità – il merito (o se preferite la colpa) è anche di Giuliano Palma & The Bluebaters. Nel 1999 con le rivisitazioni di brani famosi del best-seller “The Album” trovarono la formula (valida poi anche per altri gruppi)  capace di aprire tante porte ad un genere che fino a quel momento aveva avuto un seguito medio-basso, riuscendo a guadagnarsi un pubblico quantomai fedele che li segue ancora oggi nei loro tour (quasi) senza fine.

Long playing” non fa altro che continuare il discorso intrapreso, e se da un lato rispetto al suo predecessore perde qualcosina in freschezza, dall’altro rinverdisce decisamente il repertorio, che questa volta punta gran parte della propria attenzione “rivisitatoria” sul rock (inteso in senso molto lato). La voce morbida di Palma e il solito gusto demodè degli arrangiamenti (a cui corrisponde l’altrettanto stilosa eleganza della confezione del disco) coinvolgono sia i Kiss più cantabili di Hard Luck Woman che i Queen di You’re my best friend, ma anche Sweet revenge di Joe Strummer (a cui è dedicato l’intero lavoro) e Jealous guy di Lennon.

Non mancano comunque interpretazioni di brani più vicini alla originaria sensibilità ska: oltre ad una nuova escursione nei territori di Marley o dintorni (Shame and scandal è di Peter Tosh & The Wailers e qui viene cantata da Bunna), troviamo alla traccia sette una bella versione di Danger in your eyes di John Holt e alla ventuno Renegade di Duke Arthur Ried; mentre è affidata alla contiana Messico e nuvole il ruolo di traino che fu della fortunatissima cover di “Che cosa c’è”.
Ancora una volta nulla da dire sull’incessante lavoro dei fiati, sempre capaci di trovare soluzioni fantasiose e coinvolgenti (anche insieme all’organo di Mr Peter Truffa, alla sua prima presenza su disco ma dal vivo già a lungo in formazione), e in generale sulla prestazione di un combo ormai del tutto rodato che riesce ad unire qualità e varietà di spunti. Qualche dubbio invece sorge sulla lunghezza eccessiva dell’operazione (ben ventidue tracce per settantasette minuti di musica) che arrivata al suo terzo capitolo ha sempre di più la parvenza di un juke-box in levare, ben suonato e ben cantato ma privo di quella compiutezza rintracciabile nelle atmosfere festaiole dei concerti.

Voto: 6.2
Brani migliori: Danger in your eyes.

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