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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 26th, 2007

La pelle muta – Santa Sagre (Desvelos/Audioglobe, 2004)

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In copertina rasoio e pennello sono pronti all’uso: La pelle muta. Lo dicono fin dal titolo i Santa Sagre. A sette anni dall’esordio di Ogni città avrà il tuo nome – rock d’autore a tinte western tra le migliori uscite di un anno importante quale fu il 1997 per la “nuova” musica italiana – La pelle muta si sposta dall’America più profonda ad un più normale pop-rock di matrice seventies, rafforzato da un’evidente vena melodica e da sonorità più che godibili. Quello che Luca Talamazzi e compagni cercano è una leggerezza pensante e diretta, capace di servire sul piatto radiofonico i ritornelli giusti senza però massacrarsi di banalità. L’intento riesce in parte, poiché ad un impianto musicale ben suonato e ben congeniato in fase di arrangiamento corrispondono testi che spesso cadono in un personalismo scontato e poco coinvolgente (Il giorno dopo, Cosa? Cosa?). Adottando invece l’arma dell’ironia i Santa Sagre raggiungono i loro obiettivi: La via del Nirvana, attacco diretto alla moda delle religioni orientali, e Voglio un reddito (non un lavoro) sono i momenti migliori dell’album.
A tratti – nessuno si offenda – sembra di sentire Le Vibrazioni, contaminate però da qualche reminescenza beatlesiana (Il giorno dopo) o da un coro alla Afterhours dei tempi di “Hai paura del buio?” (uccidi la paura del buio cantano, e forse omaggiano, in Sulla pelle). Verso la fine Marta ripristina le atmosfere scure dell’esordi e lo sguardo si volge ancora al Texas e ai Carnival of Fools (Gravità zero farebbe piacere a Quentin Tarantino): la pelle muta, ma non rinnega il passato.

Voto
: 6.2
Brani migliori: Marta.

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Written by Luca

26/12/2007 at 19:51

Kill The Ghost – The Jains (Tube Records/Venus, 2005)

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Dopo l’esperienza più che positiva con Pietro De Cristofaro per il progetto Song For Ulan, Cesare Basile torna ad occuparsi in veste di produttore di Anna Di Pierno (batteria) e Kris Reichert (voce e chitarra, già veejay di Mtv), ovvero The Jains. Anche al buon Cesare però, come a tutti i comuni mortali, i miracoli non riescono e difatti Kill The Ghost è un disco di una povertà disarmante.
Dici chitarra & batteria e il pensiero corre subito agli White Stripes. Per quanto riguarda le Jains però, prima di parlare di riferimenti – e quello ai fratelloni c’è, ma fino ad un certo punto – è necessario parlare di consistenza: quella che manca a Kill The Ghost. Le canzoni sono undici ma non ce n’è una che riesca a convincere – e allungare un disco fino a quaranta minuti non è stata di certo una furbata: sei o sette brani bastavano tutti. Non ce la fanno a lasciare un segno anche lieve Fixation o Elf Woe’s, che sì sono pezzi scarni ma anche magri, macilenti; non ce la fa la sensualità smaccata di Resonate; non ce la fa neanche una ballata come He comes, he knows, la cui dedica a Jeff Buckley potrebbe anche prenderti sul filo della nostalgia se le parole banali, loffie del testo non riducessero tutto ad una sequela di banalità finto-sentimentali.

Kris Reichert ha una buona voce, pur con qualche vistosa debolezza qua e là; Anna Di Pierno dietro le pelli qualcosa sa fare. Ma servono anche idee, originalità: tutte cose che mancano vistosamente.  Per fare un disco che meriti il tempo di chi lo ascolta non basta il make-up giusto, non basta il sito internet perfetto, non basta la cartella stampa patinata che titola “Distorsione e sensualità. Istinto e dissonanza” – la dissonanza, tra l’altro, è uno dei concetti nobili della musica e non va sputtanata in fondo ad una biografia (quella della Di Pierno), come un’esca: “Adora scrivere brani dissonanti”. Non basta nemmeno una produzione resa grezza al punto giusto per quella parte di pubblico ingenuamente brava a lavarsi la bocca con la parola “alternativo”; non basta neanche Cesare Basile, purtroppo, per dare esito ad un lavoro che abbia – banalmente – qualcosa-da-dire, uno spunto anche minimo di personalità che abbia la decenza di fare spendere soldi con un motivo valido a chi acquista dischi. Non stiamo parlando della Pausini, ne’ di D’Alessio. Stiamo parlando delle Jains: musica che si fa chiamare indipendente, che si dipinge alternativa. Ma la realtà – mettere su il disco e premere play per credere – è che, in questo caso ma non solo, si tratta di una irritante, sfacciata, vuota e controproducente pantomima.

Voto: 3.7

Written by Luca

26/12/2007 at 15:11

La musica nelle strade! – Les Anarchistes (Storie di Note, 2005)

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Fortunatamente la cosiddetta “canzone politica” non è solo slogan e frasi ad effetto. C’è anche qualcuno che, lasciate da parte le bandiere, le Verità e il consenso, decide di fare musica problematizzando, usando cioè le canzoni per compiere un percorso – serio, approfondito e necessario – sulla nostra realtà e i suoi sistemi. E’ quello che hanno tentato di fare, riuscendoci pienamente, i Les Anarchistes con La musica nelle strade!, lavoro ricco e pe(n)sante che partendo da un manipolo di brani dalle più disparate provenienze costruisce, insieme ad un libretto della collana Millelire allegato al disco, un’indagine breve ma molto interessante sulla biopolitica – ovvero il modo di condurre la società d’oggi, la “politica della vita”, fatta sul corpo (produttivo) degli individui – e sul concetto di campo – cioè quello stato di “eccezione giuridica” che realizzandosi stabilmente permette ad un potere sovrano di imporsi: i campi di concentramento, i centri di permanenza temporanea e così via.

Quindici le canzoni sul disco, due i capitoli del libretto (“La società disciplinare” e “La biopolitica del campo”, per un totale di sessantuno pagine). Ma nella battaglia qui quantomai fondamentale tra forma e contenuto, vince il contenuto; perché se da un lato è davvero molto interessante l’apparato di connessioni tra presente, passato e futuro organizzato dalla voce del gruppo Marco Rovelli (con l’aiuto degli interventi di Foucault, Nietzsche e Harendt, solo per citarne alcuni); dall’altro è anche vero che all’ascolto La musica nelle strade! presenta parecchi difetti.

Primo fra tutti – e comune a tanti dischi a loro modo militanti – è la lunghezza, che non affievolisce il legittimo “peso” di tutto il progetto. Avremmo preferito qualche canzone in meno e una maggiore cura dei singoli episodi, spesso impantanati nello stesso schema formale (introduzione maggiormente acustica, quindi proseguimento elettronico) e debitori di un po’ di “banalità” per quanto riguarda grooves ed effetti.
Convince molto di più invece l’interpretazione, sia quando è affidata alle voci titolari del gruppo (Marco Rovelli e Alessandro Danelli) sia quando è affidata ai numerosi ospiti (su tutti Giovanna Marini e Moni Ovadia, che strazia misticamente il canto ebraico Pishku Li); così come la scelta di alcuni brani di forte emotività e coinvolgimento (Inno a Oberdan, A las barricadas).

Voto: 6.3
Brani migliori: Pishku Li.

Written by Luca

26/12/2007 at 09:55