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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Viper Songs – Stefano Giaccone (La Locomotiva/Venus, 2009)

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Primo disco interamente in inglese ed opera a tratti sorprendente per Stefano Giaccone. Autore negli ultimi anni di due album (in italiano) assolutamente da avere (“Tras Os Montes”, 2005, e “Come un fiore”, 2007), l’ex Franti raccoglie qui sedici tracce variamente composte: tre sono riscritture in lingua d’Albione di canzoni tratte da “Le stesse cose ritornano” (disco uscito nel 1998 a nome Tony Buddenbroock), quattro sono brani del tutto nuovi scritti da solo o insieme al commediografo e attore inglese Peter Brett, due sono cover rispettivamente di un tradizionale irlandese dell’ottocento (The praties they grow small) e di una canzone scritta dalla giovane arpista Aite Ursa Tinga; completa il tutto, intramezzando i brani, una serie di brevi racconti o spunti teatrali dello stesso Brett, che ci mette anche la voce.

Come avrete capito Viper Songs – il titolo è una citazione dal mito di Medea, direttamente chiamato in causa nella rivisitazione di Corrado Alvaro ad un certo punto della scaletta – è un disco tutt’altro che semplice, sia nella struttura che nei contenuti. Il risultato generale è una specie di concept-album di teatro-canzone dove il concept – tra storie di amori finiti, carestie, guerre ed altro ancora – è quello della memoria e della sua capacità di sigillare nell’anima delle persone il loro passato. Un processo nel quale la lingua inglese, per stessa ammissione dell’autore nelle note allegate al booklet, diviene «una sorta di “terra/lingua franca”, dove poter situare la memoria di un uomo giovane, maturo e anziano. O se volete di vari personaggi accomunati da una sentiero in quota o sulla costa, ma sempre un sentiero sul mondo: la sua gente, la sua miseria e la meraviglia del vivere».

Struttura e contenuti a parte – sui quali però torneremo in una prossima intervista – prese singolarmente le canzoni di “Viper Songs” confermano l’ottima vena del titolare, da alcuni anni a questa parte affezionato al folk di matrice inglese (oggi Giaccone vive stabilmente in Galles), di volta in volta sporcato di venature rock, psych o blues (ottima la produzione e gli arrangiamenti di Dylan Fowler). Dunque delle nove canzoni di cui dicevamo sopra non ce n’è una che vada al di sotto di esiti più che buoni, e sono proprio quelle autografe a mostrare le cose migliori. Su tutte segnaliamo l’acustica chiaroscurale con viola da gamba di The man on the moon, i guizzi sentiti con puntelli luccicanti di pianoforte di The gold shone through e la chiusura dylaniana con breve crescendo d’intensità nel finale di Moon after moon. Peccato che gli intermezzi recitati spezzino un po’ il ritmo, ma d’altra parte l’intento di Stefano Giaccone era proprio quello raggiunto. Insomma: disco difficile come dicevamo, ma anche estremamente affascinante nel suo intento di comunicare a più piani e a più registri.

Voto: 7.7
Brani migliori: The man on the moon, The gold shone through, Moon after moon.

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Written by Luca

26/10/2009 a 10:12

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