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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for marzo 2008

Dell’impero delle tenebre – Il Teatro degli Orrori (La Tempesta Dischi, 2007)

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Di quando il buffone afferra il microfono e ce li canta a tutti. Gli orrori. I deliri razional-irrazionali del nuovo secolo. I delitti dell’impero. I dolori delle tenebre. Di quando il buffone ce li canta a tutti e non è bagaglino, ma teatro di sangue burlesco e sudore tragicomico, urla rabbiose e fendenti all’intimo di ognuno. “Il Teatro degli Orrori” “Dell’Impero Delle Tenebre“: messi uno dietro l’altro ragione sociale e titolo del disco lasciano una sensazione di tracotanza, di eccesso smanioso e roboante. Tutte percezioni esatte, perché è tale questo progetto avviato da Pierpaolo Capovilla e Francesco Valente degli One Dimensional Man insieme a Gionata Mira dei Super Elastic Bubble Plastic e Giulio Favero. Pretenzioso a tal punto da voler unire certo rock massiccio alla Melvins e Jesus Lizard con i toni grotteschi di Artaud e Carmeno Bene (e di fondo un approccio ai testi piuttosto cantautorale) ma forte di una comunicatività vulcanica e irriverente, tutto sommato nuova nelle periferie rock del suolo italico, e di un’urgenza che rende attendibili anche i passaggi più volutamente esagerati.

Le quadrature di scuola ODM al servizio di testi sempre e comunque politici, in cui politica è prima di tutto sentimento: disincanto e disperazione affrontati a viso aperto e corpo nudo. Un grido contro il cielo e la città, un’affermazione di sconfitta e mancanza d’amore («ma quanto sei bella Teresa lo sai, con te muore ciascuno di noi» da Compagna Teresa) in brani destabilizzati nelle forme e urticanti nei riff chitarristici, a cui non mancano contenuti ragionamenti prog e determinanti iniezioni melodiche. Il buffone-Capovilla che ammonisce e deride, il resto della banda che imbastisce duramente la scena. C’è ancora sicuramente da lavorare, perché la rotta è ambiziosa e le tematiche sempre in bilico tra didascalia e retorica. Ma comunque ci salveremo. Se non altro rifugiandoci nel lirismo commuovente di Lezione di Musica (vuoto-pieno di rumore e crescendo chitarristici: cose non nuove ma efficaci) o nell’impatto d’emozione ficcante de La canzone di Tom. Oppure allargando l’orizzonte ai cori sepolcrali e archi in climax drammatico di Maria Maddalena. Per intanto comunque disco e progetto assai credibili, che aspettano di maturare ancora più di quanto già non siano maturi.

Voto: 7.4
Brani migliori: La canzone di Tom.

Written by Luca

31/03/2008 at 20:12

Tecniche d’illuminazione – Luca Gemma (Ponderosa, 2007)

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Uno di quei dischi da scarpinata automobilistica e giornate di sole. La sublime arte del pop che è accompagna e conforta anche quando non fa stracciare le vesti. Una tecnica di illuminazione che è prima di tutto illuminazione tecnica, ovvero grande lavoro di artigianato e architettura sapiente. Insomma: la “solita” canzone italiana leggera ma pensante. Il motivetto apparentemente stupido che però stende il cuore, se non fosse che poi nelle tredici illuminazioni di Luca Gemma di stupido non c’è veramente nulla.

Secondo lavoro per l’ex Rossomaltese dopo l’esordio confortante di “Saluti da Venus”. Si cambia poco della carte in tavole perché quelle carte erano e rimangono buone da giocare. Certo, non eccezionali, ma cosa chiedere ad un disco pop se non di tenere un’onesta, studiata ed emozionante compagnia? Questo fa Tecniche d’illuminazione, titolo dal sapore cinematografico e testi che tratteggiano con parole piane ma efficaci scampoli d’ogni giorno e d’ogni ora. Il cinema è un po’ ovunque (Visconti in Rocco e i suoi fratelli, Morricone in Cinema d’inverno) e un po’ ovunque è anche il piacere di un ascolto sempre e comunque gustoso e seducente, grazie ad arrangiamenti dosati col bilancino (spruzzate rock, soul, r’n’b a rotazione) e ad una voce che senza strafare porta sempre a casa la medaglia.

Senza timore ma con reverenza Gemma ci mette in bocca i nomi di Graziani, Battisti, Byrne – questi i primi che balzano all’orecchio – ma quel che in fondo più importa è che delle tredici canzoni non ce n’è davvero neanche una che butteremmo. Anzi: se ai primi ascolti la qualità sembra piuttosto omogenea, sul lungo periodo L’universo, Sogno #1, Cinema d’inverno e Muhammad Alì (geometriche e andanti la prima e la quarta, onirico-amare e gonfie di pathos la seconda e la terza) emergono tra le altre. Segno di un lavoro ispirato e non privo di una certa capacità di durare.

Voto: 7.8
Brani migliori: Sogno #1, Muhammad Alì.

Written by Luca

30/03/2008 at 21:25

FSC – FSC (Sony BMG, 2007)

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Così non si va proprio da nessuna parte. Anno domini 2007, brit-rock poppeggiante con ascendenze Radiohead, “Ok Computer” come finisterrae e nient’altro. Una capatina a Sanremo sezione chi li ha visti e un’esperienza da backing band di Battiato che almeno fa curriculum. Per gli FSC la strada sarà impervia, molto. Il disco, omonimo e anonimo (nessuno sforzo di fantasia neanche per la copertina), conferma tutto e butta sul tavolo anche qualche dubbio. Il dubbio è che qui ci abbia messo le mani qualche discografico di troppo sterilizzando ancor di più una proposta dal songwriting già abbastanza sterile di suo. Non uno sforzo di personalità in dieci tracce più ghost track smozzicata. Quaranta minuti abbondanti di strofa-ritornelloaccattivante-strofa, riff muovilculo e voce strascicata ovunque, ad un certo punto pure un Cremonini docet da Lunapop con la spina attaccata. O da surrogato dei Velvet, fate voi.
Non ci crediamo che questi tre ragazzi durante la registrazione del loro disco d’esordio non abbiano voluto mettere un synth in più delle tre chincagliere elettroniche che ci sono qui. Oppure una chitarra al contrario, oppure, ancora, una voce un po’ storta per quel tanto di psichedelìa magari un po’ d’accatto ma comunque efficace. Se così non fosse – e ad essere cinici e davvero realisti ce ne stupiremmo sì ma non così tanto – allora, beh, viva la gioventù musicalmente reazionaria, quella che del resto intasa da anni la sezione giovani di Sanremo con pochissime eccezioni. Ma qui, lo ripetiamo sperando di sbagliarci, non si va proprio da nessuna parte. Non piaceranno ai fan di Velvet e compagnia (troppo elettrici, mioddio; troppo poco boyband-alternativa-tu-che-ci-credi). Non piaceranno neppure al bacchettonismo indie (sono pur sempre andati a Sanremo).
Bisogna stare attenti agli esordi. Il successo sì, ma prima di tutto tenersi stretti se non il didietro, almeno le gambe. Perché altrimenti non si sta in piedi. Ed è tutto inutile e deludente.

Voto: 2.8

Written by Luca

28/03/2008 at 15:47

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A spasso coi tempi – 7grani (Autoprodotto, 2007)

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Pop-rock un po’ elettrico un po’ acustico mischiato a raggae, ska e ritornelli orecchiabili ovunque. Basterebbe questo per descrivere i 7grani, quintetto lombardo che per questo disco si fa produrre da Massimo Faggioni e Ivan Ciccarelli (Antonello Ruggiero, Simona Salis) – si fa produrre? Ma è un demo o no? A noi l’hanno mandato in qualità di demo e come tale lo recensiamo. Dieci i brani, tutti piuttosto accattivanti e ben arrangiati (a parte qualche suono un po’ vecchio qua e là), che però hanno il difetto, vedasi descrizione iniziale, di inserirsi ad un incrocio di generi in cui la concorrenza è a dir poco spietata. Certo, non è che loro facciano chissà cosa per emergere dal gruppo: testi curati ma tutto sommato inerti, parvenza di una Bandabardò elettrificata ad ogni dove (capita ora la concorrenza?), non un momento di stacco da un canovaccio che già al secondo pezzo richiede lo skip. Esiste pur sempre di peggio in giro, ma se dobbiamo badare alla qualità qui ce n’è un po’ ma non abbastanza, e se invece dobbiamo badare alle possibilità di giungere da qualche parte, beh, ci sarà da sgomitare, e non poco. Buona fortuna. Ela prossima volta, se possibile,  più personalità.

Written by Luca

28/03/2008 at 10:14

Cuore a nudo – Mauro Ermanno Giovanardi (Radiofandango, 2007)

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Cuore a nudo. Dichiarazione d’intenti, avviso di disvelamento, spogliazione senza oscenità. Nudo appunto, non pornografico. A sigillare in parole e canzoni solo quello che conta: il cuore. Il primo passo solista di Mauro Ermanno Giovanardi è un viaggio non iniziatico ma riepilogativo. La sua educazione sentimentale e artistica. Un io-sono-questo nelle voci-parole di altri e nelle proprie. Su un palco tra piano, fisarmonica, tromba e chitarra; con Barovero, Milanesi, Corti a fare da compagnia.
E’ lontana la semi-disfatta dell’ultimo La Crus: qui il sangue scorre, il cuore fa il suo mestiere. Va bene l’aiuto di uno ShakespeareTencoTenco iniziale che per Joe è come andare a nozze (Vedrai vedrai, Un giorno dopo l’altro); va bene i Fossati e De Andrè successivi (Naviganti, Giugno ’73) intervallati dai versi di un nuovo Shakespeare e della bravissima Mariangela Gualtieri. Va bene anche il ToffoloJannacci di Hai pensato mai? e il Della Mea de El mé gatt – la prima meravigliosa, turbinante scoperta di una perla nascosta del canzoniere italiano; la seconda cabaret tragico dell’anima milanese più popolana. Direte che con tutta questa materia prima saremmo capaci tutti. Ma qui siamo sulle vette o d’intorno, perché l’interpretazione di Giovanardi è perfetta, sempre. Ficcante nei bassi indolenti e scuri appoggiati su un piano-tromba e nient’altro; leggera e onirica quando si tratta di arrampicarsi su un ritornello orchestrale (quelli dei due ottimi inediti Un cuore a nudo e Testamento d’amore) o dare il là alla danza di un valzer dalle fisarmoniche bohémienne (La giostra, dall’esordio La Crus). Efficace anche nell’ovviare con l’anima alla manualistica dei recitativi oppure nel farsi sobriamente da parte quando, come ne La figa di Tonino Guerra, sono le parole a prendere tutta la scena. Cantare non è tirare la voce al massimo fino a far saltare le corde vocali e neanche lasciare che l’ego trasbordi oltre la canzone. Cantare è spiegare i versi a fondo, andandoci dentro e tirando appresso chi ascolta. Giovanardi fa questo. Si mette a nudo e mette a nudo le parole. Difficile e bellissimo. Sostanziale e penetrante.

Voto: 8.6
Brani migliori: Vedrai, vedrai, Hai pensato mai?, Testamento d’amore.

Written by Luca

27/03/2008 at 17:33

Il vuoto – Franco Battiato (Mercury, 2007)

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Sono almeno due i difetti evidenti di questo venticinquesimo disco in studio di Franco Battiato. Il primo è che tra i suoi ventiquattro predecessori  Il vuoto trova almeno tre o quattro capolavori con cui gli è davvero difficile confrontarsi, pena l’essere additato come lavoro inevitabilmente minore. Il secondo è che lasciati da parte i confronti – a dire il vero un po’ impietosi se applicati ad un artista tenutosi sempre e comunque su buoni livelli nel corso di quasi quarant’anni di carriera – e lasciato da parte anche il suo essere un capitolo minoritario, Il vuoto (come il precedente X stratagemmi) non sposta di un millimetro il discorso musicale dell’artista catanese.

Dunque, passi pure il primo difetto ma con il secondo che facciamo? Il vuoto, pur non rispettando il facile doppio senso indotto dal titolo, è un disco fondamentalmente inutile. Che ripesca amori più o meno vecchi riassumendoli tra loro con stile e dignità (l’elettronica, la musica cameristica, qualche spruzzata etnica); che concentra l’attenzione su tematiche per lo più filosofiche (o simil-tali: a volte, come nella title-track, più di facciata che altro) andando a stilare una sorta di vademecum esistenziale sui tempi che corrono con largo uso di immagine naturalistiche; che smussa decisamente i passaggi più astrusi a favore di dinamiche assai comunicative e pop (partecipano il quartetto femminile MAB, i sanremesi FSC e pure due Uzeda). Ma che si fa attendere un po’ troppo nell’assestare la stoccata decisiva e alla fine lascia un senso di incompiuto perché, letto il nome Battiato in copertina, viene da dire che sì, si poteva fare di più, eccome.

La stoccata arriva solo alla traccia sei, dopo il mezzo sussulto di Aspettando l’estate (incipit quasi battistiano, richiami a Ferro Battuto e tromba a cesellare di malinconia un ritornello già perfetto di suo), ed è una The game is over dal passo technoide e dalle sfumature a metà tra l’etnico e l’orchestrale, che in coda accelera rumorosa e sintetica arrivando a un passo dal dance-floor. Il resto se ne va tra stinte reminescenze da L’imboscata e Come un cammello… (Tiepido aprile, Era l’inizio della primavera) e qualche buono spunto che si incarta senza troppo osare (Niente è come sembra, Stati di gioia); mentre Io chi sono prova una versione italica dell’Eno di “Another day on earth”. Certo, se uscissero tutti i giorni dischi così la vita sarebbe più bella, perché comunque Battiato è Battiato. Ma appunto per questo che mezza delusione un disco così di routine, così di passaggio.

Voto: 6.0
Brani migliori: The game is over.

Written by Luca

24/03/2008 at 18:26

Lemming – Ronin (Ghost Records, 2007)

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Spostare la moneta sull’atlante, via dal west verso l’Altrove: il mondo, o una parte di esso. Sarebbe stato semplice – ma comunque, lo scommettiamo, bello – per i Ronin replicare l’immaginario westernato dell’omonimo esordio, che tre anni orsono ampliava di qualche metro quell’area di epopea e malinconia che da Morricone porta dritta ai Calexico, passando cinematicamente per i Dirty Three. Ma per il loro secondo lavoro Bruno Dorella e compagni voltano lo sguardo e muovono il dito sulla cartina, alla ricerca di sonorità diverse e inedite. Folk etnicizzato, contaminazioni sul filo della curiosità, deserti – condizioni dell’anima più che riferimenti geografici – cercati e trovati in altri luoghi, in altre evocazioni. Sulla spiaggia de I pescatori non sono tornati (spazzole, chitarre al crepuscolo e coro sepolcrale: requiem marinaro per tutti coloro che non furono Ismael) e nel dopo festa solitario della brasiliana La Banda – un Brasile da bossa semibriosa sciolta in un soffione di piatti e neghittoso rallentamento ad hoc. Oppure nella memoria verso il sottosuolo di Mantra infernale, lungo incedere di tamburo tuonante, chitarra monocorde e sega a richiamare in morte fantasmi ed urla lontane, brano che di per sé non ha nulla di nuovo ma lascia comunque interdetti per la sua implacabilità. Tutti ridosaggi delle proprie influenze folk che accantonano la fisarmonica (compare solo nel “tango americano” di Portland) a favore della chitarra e che, quando serve, aggirano l’ostacolo esotismo per ricondurre nelle proprie corde anche gli odori africani della dinoccolata L’etiope.
Alla base di tutto poi una raffinatezza delle forme capace di rivestire di lamenti nostalgico-funerari il canto anarchico Il galeone (chicca l’interpretazione oriunda di Amy Denio) e aprire pure a scampoli sperimentali fino ad oggi inaspettati. Il folk-ambient brulicante oscurità e misticismo di You need it, then it comes (dalla penna di Coleen Kinsella dei Cerberus Shoal alla bravura di un Dorella che fa tutto in proprio: voce, chitarra, timpano, violoncello) e la dissertazione ambientale per due chitarre (Dorella e Nicola Ratti) della title-track tutta rumori turbanti, pennellate profonde e solitudine cosmica sono, lungo questa linea, le cose più interessanti di tutto il lotto. A soli tre mesi dall’inizio dell’anno, uno dei dischi italiani da portarsi ben oltre i prossimi dodici mesi.

Voto: 8.5
Brani migliori: I pescatori non sono tornati, L’etiope, You need it, the it comes.

Written by Luca

24/03/2008 at 09:53

Luna in piena – Nada (Radiofandango, 2007)

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Non c’è stato detto ma noi lo sappiamo che Nada Malanima a Sanremo è arrivata ultima. Lo sappiamo primo perché Nada è brava, e quelli bravi a Sanremo arrivano quasi sempre in fondo, e secondo perché l’abbiamo visto tutti il pubblico raggelato alla fine della sua Luna in piena. Un pubblico che premia quella canzone sui matti – cosa facciamo per il problema dei manicomi in Italia? Regaliamo delle rose, semplice no? – e che mette al secondo posto non un cantante ma un’anfora di marmo (il vero Kappler catodico-scandalistico della musica italiana) una come Nada la mette ultima. Lì in fondo la sua Luna in piena ci sta a puntino, anche solo per il fatto che Nada per la maggior parte è ancora quella di “Ma che freddo fa” e basta. Siamo un popolo senza memoria, e quando ce l’abbiamo pensiamo bene di tenercela stretta fino a farci soffocare. Soffocate pure, intanto Nada negli ultimi dieci anni ha tirato fuori almeno due dischi splendidi (“Tutto l’amore che mi manca” e il live “L’attesa” con Massimo Zamboni) e altri tre come degnissimo contorno.

Luna in piena” segue a ruota i primi due, confermando in parte i musicisti che avevano suonato in “Tutto l’amore…” e “L’attesa” (Basile, Corti, Sorge, Rossi e Filippi ex Ustmamò) ma perdendo per strada i comandi di John Parish. Questa, che in sostanza significa una produzione un po’ più piatta e anonima, è forse l’unica vera debolezza di un lavoro ancora una volta estremamente sincero. Si mette sempre più a nudo Malanima, e non potrebbe fare altrimenti con una voce che dai toni ieratici di certi vocalizzi alla Ferretti fino ai bassi sabbatici di un Mark Lanegan al femminile scava nell’ascoltatore grazie al suo spessore fumoso, a tratti corvino, cantilenante da ipnosi. Una cantilena che mischia rabbia e lamento (Tutto a posto) su traiettorie blues tradizionali e desertiche (La verità), oppure segue il filo di mezze filastrocche dalla quadratura pop comunque non meno dolorose (Il sole grosso) e in entrambi i casi forti ma sempre di un’irruenza comunicativa quasi sciamanica ed estremamente trascinante. Chiamatela pure la nostra Patti Smith o la nostra Marianne Faithfull (che però si scrive tutto da sé): comunque sia, una delle migliori cantautrici italiane in circolazione, se non la migliore.

Voto: 7.3
Brani migliori: Luna in piena.

Written by Luca

23/03/2008 at 18:05

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Vibrando – Roberto Celi (autoprodotto, 2006)

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Allievo di Daniele Di Gregorio (nome non nuovo per chi bazzica dalle parti di Paolo Conte) nonché turnista per Brychan e Moltheni, Roberto Celi è un vibrafonista dalle molteplici esperienze musicali che nelle quattro tracce di Vibrando tenta un uso anticonvenzionale del suo strumento. Batteria, contrabbasso e qualche leggerissimo intervento elettronico accompagnano il vibrafono in una serie di brevi songs (tutte i brani sono sotto ai tre minuti) che una volta calcano la mano su colorazioni eteree più ovvie (ma per questo non meno interessanti: si ascolti Carriage in the city) e un’altra provano ad accelerare il passo gioiosamente, al limite del puro divertissement. Tali ultimi abbozzi, dove la batteria tiene il tempo in modo davvero troppo convenzionale (Searching), lasciano intendere che se c’è una strada da seguire non è probabilmente questa, ma quella più atmosferica e dilatata. Il progetto è comunque ancora in una fase iniziale: il tempo per crescere e provare c’è tutto, e la voglia di osare sembra proprio che non manchi.

Voto: 6.3
Brani migliori: Carriage in the city.

Written by Luca

23/03/2008 at 08:43

Racconti e canzoni (Pippo Pollina, 2006)

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Chissà se ce la farà questa volta Pippo Pollina a ritagliarsi quella meritata fetta di pubblico che il mercato italiano sembra ancora non volergli addebitare del tutto. Sono passati dieci anni dall’esordio “italiano” del nostro, mentre venti circa sono passati da quello ufficiale oltreconfine – per chi ancora non lo sapesse, Pollina è un siciliano emigrato in Germania (dopo l’uccisione da parte della mafia di Pippo Fava) che in terra teutonica ha trovato ben più credito che qui da noi – e questo cd più dvd antologico è un’ottima occasione per tirare le somme nonché l’ennesima per conoscere, seppur in sintesi, l’opera di uno tra gli ultimi nomi interessanti del cantautorato tradizionale di casa nostra.
Nel disco un’esibizione tenuta lo scorso novembre in Svizzera, mentre nel dvd le riprese del recital (che dà anche il titolo a tutta l’opera) portato in giro nel nostro Paese la scorsa primavera in compagnia del fidato chitarrista Enzo Sutera e dell’attrice-cantante Serena Bandoli (qui una recensione dello spettacolo), oltre a filmati di backstage e due video (Il giorno del falco con gli Inti Illimani e Finnegan’s Wake con Battiato e Nada). In totale venticinque canzoni, due delle quali riprese da repertori altrui – Verità nascoste delle Orme e Vorrei incontrarti di Alan Sorrenti – con una netta preferenza da parte nostra verso il supporto filmato, costruito su una scaletta migliore e più adatto a descrivere le doti da performer di Pollina, ottimo interprete animato tanto da una forte vocazione poetica quanto da una decisa passione civile.

Voto: 6.4
Brani migliori: 19 luglio ’92

Written by Luca

21/03/2008 at 12:21

Danson Metropoli – Avion Travel (Sugar, 2007)

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Capita che ci siano dischi più belli da attendere che da ascoltare. Succede ad esempio quando i nomi coinvolti sono quelli che avremmo sempre desiderato veder lavorare insieme. E magari le notizie, prima sottobanco poi sopra, fanno intuire qualcosa ma non tutto. Allora lo spazio è tutto per i chissà come sarà, chissà che pezzi faranno, chissà quanto sarà bello. Per il sogno, in una parola.
Poi è la solita storia dello scontro tra l’attesa e la realizzazione di essa, tra il desiderio e la verità, tra, appunto, il sogno, che ad un certo punto si tuffa nella vita annullandosi del tutto o quasi, e la vita stessa. Una lunga storia, che si ripete spesso. E quel che rimane qualche volta, dopo l’attesa, dopo il desiderio, dopo il sogno, è la delusione, o quasi.

Lasciate perdere i primi incontri, le storie d’amore e tutte quelle cose. Restate qui sul disco che gli Avion Travel hanno fatto insieme a Paolo Conte. L’Avvocato ha supervisionato il lavoro che il trio casertano ha fatto sulle sue canzoni. Loro, ormai “Piccolissima” Orchestra dopo l’uscita di Spinetti, Tronco e D’Argenzio, le hanno appunto reinterpretate: alcune piuttosto famose ma non troppo, altre meno.
Danson Metropoli inizia alla grande. Proprio come un sogno. La title-track è pane per i denti di un Servillo che lavora da attore un testo tradotto quasi in gramelot partenopeo, tra chitarre, bouzouki e un finale di trombe un po’ balcaniche e un po’ mariachi. Cosa sai di me spende languori dall’anima blues-crepuscolare sotto il manto intrecciato di hammond e farfisa mentre la voce dialoga con un’acustica dalla misura profonda, lasciandole poi tutta la scena, malinconicamente. Aguaplano, tutta aria e geografia, ingrana ritmiche ipermoderne e aperture ambientali, quasi come l’avrebbero fatta i La Crus di “Crocevia” ma senza perdere per strada un grammo del peso specifico originale.

Poi qualcosa, come si dice in questi casi, si spezza. In realtà s’incrina solamente, e di poco. Ma prima, l’abbiamo detto, c’è stata l’attesa, il desiderio, il sogno. E allora il resto di Danson Metropoli pur difendendosi benissimo dalle asperità del repertorio contiano e tenendosene a quella tal distanza che non offende né gli omaggianti né l’omaggiato, scoraggia un po’. Nessun pezzo brutto – solo uno veramente inutile: il rifacimento solo strumentale di Max come l’avrebbe fatta Morricone – ma un filamento di leggerissima delusione che li attraversa tutti.
Elisir ripresa in abiti pop-rock tirati fin troppo a lucido con una Nannini che fa la Nannini e lo stesso Conte a raschiare in pochi versi tutto il catrame dall’ugola – mentre Servillo gli gioca accanto di mimesi. Il giudizio di Paride e Spassiunatamente intrise di napoletanità tanto raffinata e verace quanto didascalica – la prima come ennesima scenetta in cui giganteggia il solito interprete, la seconda come ambientazione da rione tutta marcette, fischi, voci di popolo e il canto portuale di Mimì Ciaramella a svettare. Sijmadicandhapajiee che inizia lenta e intimista e poi accelera perdendo parte dello spirito originario su piatte architetture corali e qualche schitarrata di troppo (l’immancabile wha-wha distorto di Mesolella e ancora Morricone). Infine Languida, puntualmente aviontraveliana (chitarra, contrabbasso, spazzole: tutto leggero, con voce che dice e non dice), che in coda si dilunga un po’ troppo su un ouverture orchestrale con risposte di chitarra. Tutto ben fatto, più che gradevole, a tratti entusiasmante, ma anche puntato di amarezza.

Perfezionismo? Certamente. Ma, a parte la caratura dei nomi in ballo, stiamo pur sempre parlando di attese, desideri, sogni. E i sogni vogliono la perfezione, l’assoluto. Spesso, come in questo caso, rimangono tali. Perché la perfezione è difficilissima, perché un detto afferma addirittura che la perfezione non esiste – davvero non avete a casa un disco che ritenete perfetto? Un sogno prima sognato e poi realizzato? Hai voglia però a non averli amati mentre li si sognava, i sogni. Lasciano un po’ d’affetto anche per dopo, anche per la realtà, anche per questo disco. Bello da ascoltare sì, ma imperfetto. E quindi ancor più bello da attendere.

Voto: 7.9
Brani migliori: Danson Metropoli, Aguaplano.

Written by Luca

19/03/2008 at 16:39

A Silvery Silence – Roberto Bonati & ParmaFrontiere Orchestra (MM Records, 2006)

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Torna a lavorare ancora a stretto contatto con la letteratura Roberto Bonati. Dopo le elaborazioni musicali sulla figura di Lady Macbeth di “The Blanket of the Dark”, uscito tre anni fa, è Moby Dick questa a volta lo spunto per A Silvery Silence, lavoro anch’esso realizzato  in compagnia della ParmaFrontiere Orchestra.
Partendo da uno spunto fonetico – l’h che attraversa come un marchio i nomi dei personaggi del capolavoro melvilliano – tradotto poi in una sequenza musicale rintracciabile laddove ad apparire è la figura del capitano Achab, Bonati incrocia frammenti del romanzo con alcuni dei maggiori riferimenti di cui quest’ultimo si nutre. L’epopea del Pequod viene così rievocata più nei suoi aspetti mitologici che in quelli narrativi, ed è richiamata lungo le diciassette composizioni dai versetti dell’Antico Testamento (diversi e tutti molto belli i canti ebraici interpretati da Riccardo Joshua Moretti) e da alcuni spunti etno-geografici ripresi nelle partiture (due frammenti di musica tradizionale della Polinesia, là dove Achab finì la sua caccia, e i canti dei pescatori siciliani in Cialomi).

Il risultato è un efficacissimo gioco di specchi che tra  nervose divagazioni free, splendide orchestrazioni da ipotetica soundtrack cinematica e incanti esotico-mistico-avanguardisti (ci mette del suo un’ottima Lucia Minetti) racconta soprattutto l’anima del viaggio di Achab e compagni, un’avventura che al di là delle mere vicende è quella – inevitabile – di ognuno contro il Mostro che è in noi. «Guardati da te stesso, vecchio».

Voto: 7.6

Written by Luca

18/03/2008 at 17:04

Il pane, il vino, la visione – Sergio Cammariere (EMI, 2006)

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Ripensando al clamore che accolse la vittoria (morale) di Sergio Cammariere al Festival di Sanremo del 2003 con “Tutto quello che un uomo”, si rimane un po’ straniti a pensare che il Cammariere di allora – quasi un insperato salvatore delle sorti del cantautorato di casa nostra – sia lo stesso di oggi. Non perchè ci sia stata chissà quale discesa verticale nella carriera del cantautore crotonese ma perché, diciamolo, il successore di “Dalla pace del mare lontano”, quel “Sul sentiero” risalente due anni orsono, non è stato all’altezza delle aspettative, e neanche Il pane, il vino e la visione lo è. Cammariere non è crollato, ma una frenata evidente – e un tantino soporifera – l’ha avuta.

Le tredici tracce di questo suo terzo disco viaggiano come i suoi due predecessori sulle rotte di una canzone d’autore parecchio sessantiana, impregnata di jazz, samba e orchestrazioni ariose, ma come quelle di “Sul sentiero” mostrano la corda quasi subito. Qual è il difetto? Saremo brutali, ma a noi sembra che semplicemente queste canzoni, pur sempre gradevoli e ben fatte, siano tutte uguali. Tutte jazzate allo stesso modo con quel loro pianismo jarrettiano che immancabilmente si presenta in coda a ricamare ghirigori sulla tastiera e – li immaginiamo – svolazzi di chiome sopra le mani. Tutte con gli stessi spunti sudamericaneggianti fatti di dolcezze di flauto e samba in punta di batteria che dire didascalici è poco. Tutte, infine, poeticamente gravi alla stessa maniera, perché non ce ne voglia Roberto Kunstler ma i testi qui ci mettono davvero troppe parole per dire così poco.

Lasciata da parte l’analisi generale e presi i brani uno per uno di canzoni interessanti non ne mancano, ma non è un caso che di esse o il testo o la musica sfuggano dal canone Cammariere-Kunstler. Title-track a parte – che col suo passo andante ricamato di chitarre, violino e piano non tradisce nulla dell’atmosfera sinceramente spirituale del testo – sono infatti la rilettura in italiano di “Depois do temporais” di Ivan Lins (ribattezzata Canzone di Priamo) e Le cose diverse con il testo di Pasquale Panella i due pezzi migliori del lotto. Segno che un minimo di apertura a nuovi stimoli o collaborazioni non può fare che bene. Altrimenti il rischio è che Sergio Cammariere finisca a farsi il verso parecchi dischi prima di tanti suoi illustri colleghi cantautori.

Voto: 5.8
Brani migliori: Canzone di Priamo.

Written by Luca

18/03/2008 at 13:38

SingleSignOn – SingleSignOn (demo autoprodotto, 2006)

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Difficile dare un giudizio sicuro ed esaustivo su un demo di soli tre pezzi. Certo che questo dischetto d’esordio dei SingleSignOn promette bene, eccome.
I nostri, quattro in tutto (chitarre, voci, drum-machine e synth sparsi), provengono da Torino. Dopo qualche esperienza nell’underground della città qui arrivano all’esordio insieme all’insegna di un dream-pop a chitarre circolari e atmosfere liquide, shoegaze sottomarino e rarefatto che si unisce a pulsazioni elettroniche e (pochi) scampoli di luce. L’autunno sotto il mare, e il mare sotto la Mole potremmo dire. Loro palombari della malinconia che disegnano i fondali e le ombre, i Mercury Rev a dare fiato, i Death Cub For Cutie ad insegnare come muoversi sotto la superficie. Solo undici minuti, ma di un’immersione da cui non è tanto facile asciugarsi. Osservarli sulla lunga distanza sarà interessante, anche solo per vedere se il tutto regge o dopo un po’ annoia – vuoi perché anche nel liquido amniotico si dorme. Intanto bravi davvero.

Voto: 6.8

Written by Luca

17/03/2008 at 21:08

Il seme e la speranza – Gang (Lifegate, 2006)

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A saggiarne la coerenza e la fiera convinzione con cui da più di vent’anni portano avanti le loro idee non si direbbe che i Gang siano italiani. Italiani non tanto in senso musicale, quanto proprio antropologicamente, per quella loro anomalia – che in una sola parola potremmo chiamare integrità – del tutto fuori moda in un Paese come il nostro, sul cui tricolore a suo tempo Leo Longanesi avrebbe tanto voluto scrivere un sintomatico “Tengo famiglia”. Ma una risposta stupida di Marino Severini ad una ancor più stupida recensione di questo Il seme e la speranza apparsa su una nota rivista musicale alcune settimane fa ci fanno dire che sì, i Gang non saranno poi così tanto antropologicamente italiani, ma da italiani – da italiani “da bar”, perché è questo il livello medio di tante delle discussioni culturali, politiche e via dicendo di questo nostro Paese-condominio, sempre più rissoso e inconcludente – per una volta si sono comportati (per approfondire la questione consultate il loro sito).

Peccato, perché se non ci fosse la (loro) storia a soccorrerci si farebbe un po’ fatica a credere che proprio il Marino Severini di quella risposta piccatissima, arrogante e insultoria sia lo stesso che sta dietro insieme all’inseparabile fratello Sandro a questo lavoro. Un lavoro che, prima ancora di essere un disco di canzoni, è un’intelligente operazione culturale dalle traiettorie precise, volta a recuperare in senso sociale e politico la cultura e l’immaginario del mondo contadino, come risposta ad un sistema politico-economico i cui eccessi e le cui storture ci stanno mandando in rovina.

Tra inediti scritti per l’occasione (E’ terra nostra), cover (Saluteremo il signor padrone, This land is your land) e piacevoli ripescaggi (La pianura dei sette fratelli rifatta dalle Mondine di Novi, La canzone dell’emigrante), Il seme e la speranza riporta i Gang sulle strade di un combat-folk come sempre traboccante passione e impegno, tutto chitarre, violini, fisarmoniche e organo, che traccia un sottile ma evidente collegamento all’insegna delle radici con le “Seeger Sessions” di Springsteen. Ovvio che non siamo ai quei livelli – e a dirla tutta, pur rimanendo sempre discreto il livello delle canzoni, non siamo neanche al livello dei migliori Gang – ma la sostanza è quella, e pure la genuinità. Del resto, soprattutto a fronte di un certo immobilismo stilistico che è ormai anche un marchio di fabbrica (in soldoni: se prima non vi piacevano i Gang, questo disco non vi farà di certo cambiare idea), proprio quest’ultima rimane oggi l’arma in più dei fratelli Severini. Una musica sincera, intrinsecamente popolare, e tutt’altro che geneticamente modificata. Insomma: le radici della terra, le ali della speranza. E uno spirito che, risposte sopra le righe a parte, speriamo rimanga in futuro ancora così intatto e intelligente.

Voto: 6.2
Brani migliori: La canzone dell’emigrante.

Written by Luca

14/03/2008 at 15:38

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Al mercato – Luca Bassanese (X-Land/Venus, 2006)

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E’ passato poco più di un anno da quando su queste pagine abbiamo parlato per la prima volta di Luca Bassanese. Ai tempi  l’ep d’esordio “Oggi Che Il Qualunquismo E’ Un’Arte Mi Metto Da Parte E Vivo Le Cose A Modo Mio” non ci aveva per niente convinto, lasciandoci in bocca quello spiacevole sapore d’impersonalità di tanti esordi italiani degli ultimi tempi, che appoggiandosi del tutto o quasi su uno o più nomi noti faticano a trovare una loro via. Ebbene: potrà sembrare un paradosso, o forse è solo una semplice quanto non scontata questione di crescita, ma oggi sulla lunga distanza (quattordici tracce, due delle quali già presenti nell’ep) Bassanese convince un po’ di più, dimostrando se non un affrancamento totale da certi modelli (De Andrè e Silvestri su tutti) almeno un tentativo abbozzato – e in parte riuscito – di tracciare un sua rotta.
Al mercato” è un concept-album sulla globalizzazione e i suoi effetti virato verso il più tipico cantautorato new-global, multietnico e cosmopolita. Bassanese mischia tra di loro fisarmoniche, percussioni africane, whistles e quantaltro in un gioco contaminatorio che brilla per il gusto degli arrangiamenti e la perizia di certe soluzioni. Ma la buona riuscita dei brani si gioca soprattutto sulla vena del loro autore e sulla sua capacità di distaccarsi dai clamori latineggianti di un Silvestri in combutta con gli Inti Illimani (La luz de un novo dia) o da certi tazebao sloganistici fin troppo di piazza (Salta x l’indignazione). Quando ciò succede tutto si fa più piacevole ed interessante, e non importa se sia necessario tracciare un solco ancora più profondo lungo gli ancheggiamenti in odore di tango e “Anime Salve” della title-track o le mezze curvature buscaglioniane (via Bandabardò e Brassens) de L’indifferenza e Gino. Folk-ballad come A Silva o cover dall’originalità raffinata come quella de Il bombarolo (con la Kocani Orkestar: tra il circense e il funerario) lasciano intuire che comunque un’identità comincia, seppur con una certa fatica, a trasparire. Emergerà del tutto?

Voto: 5.7
Brani migliori: A Silva.

Written by Luca

14/03/2008 at 13:12

Sono il figlio dei Pink Floyd – Dario Antonetti (Autoprodotto, 2006)

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Tutti coloro che sostengono l’inutilità dei Pink Floyd senza Syd Barrett non possono non conoscere uno come Dario Antonetti. E’ lui, con Massimiliano Dolcini, ad aver dato il via nel 2002 all’etichetta Oggetti Volanti Non Identificati (http://www.oggettivolanti.it/) il cui unico progetto è quello di pubblicare entro il 2030 mille versioni di Vegetable Man, celebre brano del genio di Cambridge mai accettato dai discografici di allora come singolo. I due sono arrivati alla raccolta numero cinque (per un totale di centoquaranta versioni), e intanto Antonetti pubblica il suo primo demo solista, sorta di dischetto rappresentativo che anticipa e cerca un appoggio per la prossima uscita del disco “L’estetica del cane”.
A dar retta alle quattro tracce qui presenti, e anche confrontandole a quel troppo di pubblicazioni che ogni anno l’indipendenza italiana ci propina, Antonetti un appoggio lo merita eccome. Le sue canzoni d’autore stralunate – il marchio di fabbrica avete capito qual’è – e con quel tanto di psichedelìa vagamente freak che non guasta mai divertono e commuovono allo stesso tempo, sia quando giocano a costruire dichiarazioni d’amore sui generis dal retrogusto beat (Se tu fossi una di quelle), sia quando fanno il verso ad un Alberto Camerini aggiornato ai tempi che corrono e informatizzato a puntino (Chiocciolin@). L’artista indipendente poi dimostra che al di là dei giudizi il nostro è uno consapevole del mondo (musicale) che gli gira intorno, e una parodia-ecatombe sul mondo indie e i suoi rifiuti è il miglior modo per augurarsi che qualcuno lo appoggi veramente. Tanto se non lo farete voi, lo farà lui da solo. Uno che ha ancora di fronte a sé più di ottocento versioni di un brano da pubblicare non si spaventerà per appena un disco, no?

Voto: 7.4
Brani migliori: Chiocciolin@.

Written by Luca

12/03/2008 at 14:31

Civiltà Spettacolo – Rino Ceronti (Gibilterra, 2006)

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Con un nome simile li si scambia facilmente per un gruppo demenziale. Ma non è così: i Rino Ceronti – al secolo Alessandro De Angelis e Riccardo Del Monaco – di demenziale non hanno proprio nulla. Piuttosto la scelta di una simile ragione sociale è un modo per non prendersi troppo sul serio, in nome di quella leggerezza che attraversa tutte le dodici tracce di Civiltà spettacolo. Ipotizziamo poi, a fronte di una rilettura convincente e rispettosa di Sfiorivano le viole, che quel Rino iniziale sia un omaggio a Rino Gaetano, che in questo disco d’esordio del duo romano aleggia con la sua poetica surreale e la critica tagliente e sarcastica.

Insomma: pop italico della miglior specie a rinfrescare con la giusta verve comunicativa tutta una serie di piccole ma ficcanti staffilate ad una (in)civiltà – quella catodica, ma non solo – che parte dai ricordi della gioventù e arriva al presente. Il Battisti più indolente e melanconico che attraverso gli Audio 2 (sì, proprio loro, ma con più classe) porta di sghimbescio a Dalla, il tutto condito una volta da electro-ammiccamenti alla Pet Shop Boys (Giornata solare), un’altra da techno-pop edulcorati che provano a riscrivere la gaberiana Strana famiglia (Teleparenti), un’altra ancora da accelerazioni funky-vintage con analogici in bella mostra e l’ombra del miglior Alberto Radius a profilarsi lussureggiante (Inviterò tutti gli amici). Di tanto in tanto qualche piacevole parentesi intimista che mischia chitarre, archi e sitar o chitarre, piano e synth in filamenti fantasiosi (Era il ’72, Chi ti incontro).

Qualcosa resta un po’ troppo didascalico e prevedibile (Afragola dreamin’ col suo finale da birignao western) e, nonostante il florilegio di influenze, una certa patina di romanità (non fastidiosa ma un po’ troppo ripetitiva: leggi alla voce Max Gazzè) non manca. Ma la fattura pop, grazie anche alla produzione di Livio Magnini (Bluvertigo, Jet Lag), è di quelle interessanti e si ha l’impressione che ha forza di provarci da queste parti qualcosa di ottimo arriverà, mentre qui già di suo è quasi tutto molto buono.

Voto: 7.3
Brani migliori: Teleparenti.

Written by Luca

11/03/2008 at 14:03

The Restless Fall – Paolo Saporiti (Canebagnato Records, 2006)

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In copertina una civetta su un albero con una foglia sola, nel booklet ancora rami e foglie sull’acqua. E poi rane, corvi. Sta per finire l’autunno di Paolo Saporiti. Sta per finire ma ancora non è finito. Dopo ci sarà l’inverno. Dopo, finalmente, la primavera. Ma per ora l’autunno. Solo chi ha respirato certe larghissime nebbie o camminato per infinite strade di pianure ancora più infinite può capire l’anima delle canzoni di The Restless Fall.
Canzoni autunnali per voce e chitarra: l’una che vibra d’emozione e pesa più che le parole (in inglese, ma tradotte nel libretto) i giorni d’abbandono che le hanno scaturite, l’altra che ricama nenie folk lasciandosi penetrare dal silenzio. Da un lato angoli chiaroscurali e accordi che si inseguono accorati e attenti oppure inquieti e incerti. Dall’altro vaghe e lontane fumosità blues e brevilinee ma preziosissime apparizioni buckleyane. Sempre accanto, manco a dirlo, l’apporto sentimentale soprattutto di Nick Drake ed Elliot Smith.

Non serve molto altro per scrivere canzoni così intense, non serve molto altro finchè si hanno ombre dentro e ombre d’intorno pronte a cagnare le cose, i giorni, i respiri. Le sue di ombre Paolo Saporiti le sparpaglia qui, come semina di un grano che invece di crescere forse, speriamo, svaporerà. The Restless Fall non è un capolavoro, di dischi così – voce, chitarra, tristezza – ne avrete già sentiti a montagne. Ma difficilmente riuscirete, tra le vostre nebbie, tra le vostre ombre e lunghe pianure, ad avvicinarvi ad esso senza che queste canzoni vi risultino incredibilmente vere, incredibilmente vicine. Dimenticavo: questo è l’esordio di una nuova etichetta milanese, la Canebagnato Records. A fronte di tante critiche che piovono dal sottoscritto sulla logorrea discografica dell’indie italiano, un primo passo curato sotto ogni aspetto, e con una sua personalità evidente (basti guardare quanto è bello il booklet). Era ora.

Voto: 7.5
Brani migliori: Did you hit me.

Written by Luca

11/03/2008 at 09:32

The Avalanche – Sufjan Stevens (Asthmatic Kitty, 2006)

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Cosa aspettarsi da una raccolta di outtakkes e versioni alternative tratte da un disco già di suo smisurato e bellissimo? Semplice: un raccolta di canzoni belle, magari non così tanto belle, ma anche piuttosto superflue. E’ quello che succede con questo “The Avalanche“, raccolta di scarti tratti da “Come On Feel The Illinoise”, secondo dei lavori “geografici” di Sufjan Stevens (un disco per ognuno dei cinquantuno stati americani) e ulteriore conferma della prolificità di uno dei migliori songwriter americani degli ultimi dieci anni.
Ventuno brani qui, ventidue quelli del fratello maggiore, e un’ispirazione che sembra non avere mai fine. Che cosa faccia nella vita il buon Sufjan oltre a scrivere in quantità industriale canzoni squisitamente pop fatte di banjo trotterellanti, fiati che volteggiano e gli immancabili, eterei coretti, noi fatichiamo a immaginarcelo. Ma “The Avalanche”, pur nella sua palese inutilità, espone ancora una volta – e piuttosto gustosamente – tutto lo Stevens-pensiero su cosa debba essere una perfetta canzone leggera.
I trionfalismi da musical di “Illinoise” vengono un po’ limati e lasciano spazio a malinconie acustiche che colorano gran parte dei brani. Qua e là strumentali vintage-pop (Inaugural music) o addirittura spacey (Pluto) giocano a cambiare per un attimo le carte in tavola, ma l’impronta è quella: melodie azzeccatissime e con quel tanto di retrogusto tradizionale che non guasta mai (la title-track) accompagnate da altrettanto vincenti aperture orchestrali (Adlai), e con qualche magone in punta di chitarra che quando meno te lo aspetti si (e ci) crogiola a puntino (Saul Bellow).
Chissà poi se il nostro, tra le tre versioni del capolavoro Chicago che qui propone (la prima acustica-dolente e le altre due giocosamente easy listening e elettro-distorta) sa di avere anche citato chirurgicamente il Battisti di “Amarsi un po’” in Supercomputer. Se qualcuno lo incontra, glielo dica, e gli dica pure che un buon cristiano come si dice sia lui tutto questo bendiddio di canzoni lo regalerebbe ai colleghi affamati che faticano a chiudere un disco alla decima traccia, non lo pubblicherebbe shamelessly come ha fatto lui. Tracotante che non è altro. E pure schifosamente bravo.

Voto: 7.8
Brani migliori: Saul Bellow, Chicago:

Written by Luca

07/03/2008 at 16:33