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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for marzo 2008

Dell’impero delle tenebre – Il Teatro degli Orrori (La Tempesta Dischi, 2007)

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Di quando il buffone afferra il microfono e ce li canta a tutti. Gli orrori. I deliri razional-irrazionali del nuovo secolo. I delitti dell’impero. I dolori delle tenebre. Di quando il buffone ce li canta a tutti e non è bagaglino, ma teatro di sangue burlesco e sudore tragicomico, urla rabbiose e fendenti all’intimo di ognuno. “Il Teatro degli Orrori” “Dell’Impero Delle Tenebre“: messi uno dietro l’altro ragione sociale e titolo del disco lasciano una sensazione di tracotanza, di eccesso smanioso e roboante. Tutte percezioni esatte, perché è tale questo progetto avviato da Pierpaolo Capovilla e Francesco Valente degli One Dimensional Man insieme a Gionata Mira dei Super Elastic Bubble Plastic e Giulio Favero. Pretenzioso a tal punto da voler unire certo rock massiccio alla Melvins e Jesus Lizard con i toni grotteschi di Artaud e Carmeno Bene (e di fondo un approccio ai testi piuttosto cantautorale) ma forte di una comunicatività vulcanica e irriverente, tutto sommato nuova nelle periferie rock del suolo italico, e di un’urgenza che rende attendibili anche i passaggi più volutamente esagerati.

Le quadrature di scuola ODM al servizio di testi sempre e comunque politici, in cui politica è prima di tutto sentimento: disincanto e disperazione affrontati a viso aperto e corpo nudo. Un grido contro il cielo e la città, un’affermazione di sconfitta e mancanza d’amore («ma quanto sei bella Teresa lo sai, con te muore ciascuno di noi» da Compagna Teresa) in brani destabilizzati nelle forme e urticanti nei riff chitarristici, a cui non mancano contenuti ragionamenti prog e determinanti iniezioni melodiche. Il buffone-Capovilla che ammonisce e deride, il resto della banda che imbastisce duramente la scena. C’è ancora sicuramente da lavorare, perché la rotta è ambiziosa e le tematiche sempre in bilico tra didascalia e retorica. Ma comunque ci salveremo. Se non altro rifugiandoci nel lirismo commuovente di Lezione di Musica (vuoto-pieno di rumore e crescendo chitarristici: cose non nuove ma efficaci) o nell’impatto d’emozione ficcante de La canzone di Tom. Oppure allargando l’orizzonte ai cori sepolcrali e archi in climax drammatico di Maria Maddalena. Per intanto comunque disco e progetto assai credibili, che aspettano di maturare ancora più di quanto già non siano maturi.

Voto: 7.4
Brani migliori: La canzone di Tom.

Written by Luca

31/03/2008 at 20:12

Tecniche d’illuminazione – Luca Gemma (Ponderosa, 2007)

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Uno di quei dischi da scarpinata automobilistica e giornate di sole. La sublime arte del pop che è accompagna e conforta anche quando non fa stracciare le vesti. Una tecnica di illuminazione che è prima di tutto illuminazione tecnica, ovvero grande lavoro di artigianato e architettura sapiente. Insomma: la “solita” canzone italiana leggera ma pensante. Il motivetto apparentemente stupido che però stende il cuore, se non fosse che poi nelle tredici illuminazioni di Luca Gemma di stupido non c’è veramente nulla.

Secondo lavoro per l’ex Rossomaltese dopo l’esordio confortante di “Saluti da Venus”. Si cambia poco della carte in tavole perché quelle carte erano e rimangono buone da giocare. Certo, non eccezionali, ma cosa chiedere ad un disco pop se non di tenere un’onesta, studiata ed emozionante compagnia? Questo fa Tecniche d’illuminazione, titolo dal sapore cinematografico e testi che tratteggiano con parole piane ma efficaci scampoli d’ogni giorno e d’ogni ora. Il cinema è un po’ ovunque (Visconti in Rocco e i suoi fratelli, Morricone in Cinema d’inverno) e un po’ ovunque è anche il piacere di un ascolto sempre e comunque gustoso e seducente, grazie ad arrangiamenti dosati col bilancino (spruzzate rock, soul, r’n’b a rotazione) e ad una voce che senza strafare porta sempre a casa la medaglia.

Senza timore ma con reverenza Gemma ci mette in bocca i nomi di Graziani, Battisti, Byrne – questi i primi che balzano all’orecchio – ma quel che in fondo più importa è che delle tredici canzoni non ce n’è davvero neanche una che butteremmo. Anzi: se ai primi ascolti la qualità sembra piuttosto omogenea, sul lungo periodo L’universo, Sogno #1, Cinema d’inverno e Muhammad Alì (geometriche e andanti la prima e la quarta, onirico-amare e gonfie di pathos la seconda e la terza) emergono tra le altre. Segno di un lavoro ispirato e non privo di una certa capacità di durare.

Voto: 7.8
Brani migliori: Sogno #1, Muhammad Alì.

Written by Luca

30/03/2008 at 21:25

FSC – FSC (Sony BMG, 2007)

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Così non si va proprio da nessuna parte. Anno domini 2007, brit-rock poppeggiante con ascendenze Radiohead, “Ok Computer” come finisterrae e nient’altro. Una capatina a Sanremo sezione chi li ha visti e un’esperienza da backing band di Battiato che almeno fa curriculum. Per gli FSC la strada sarà impervia, molto. Il disco, omonimo e anonimo (nessuno sforzo di fantasia neanche per la copertina), conferma tutto e butta sul tavolo anche qualche dubbio. Il dubbio è che qui ci abbia messo le mani qualche discografico di troppo sterilizzando ancor di più una proposta dal songwriting già abbastanza sterile di suo. Non uno sforzo di personalità in dieci tracce più ghost track smozzicata. Quaranta minuti abbondanti di strofa-ritornelloaccattivante-strofa, riff muovilculo e voce strascicata ovunque, ad un certo punto pure un Cremonini docet da Lunapop con la spina attaccata. O da surrogato dei Velvet, fate voi.
Non ci crediamo che questi tre ragazzi durante la registrazione del loro disco d’esordio non abbiano voluto mettere un synth in più delle tre chincagliere elettroniche che ci sono qui. Oppure una chitarra al contrario, oppure, ancora, una voce un po’ storta per quel tanto di psichedelìa magari un po’ d’accatto ma comunque efficace. Se così non fosse – e ad essere cinici e davvero realisti ce ne stupiremmo sì ma non così tanto – allora, beh, viva la gioventù musicalmente reazionaria, quella che del resto intasa da anni la sezione giovani di Sanremo con pochissime eccezioni. Ma qui, lo ripetiamo sperando di sbagliarci, non si va proprio da nessuna parte. Non piaceranno ai fan di Velvet e compagnia (troppo elettrici, mioddio; troppo poco boyband-alternativa-tu-che-ci-credi). Non piaceranno neppure al bacchettonismo indie (sono pur sempre andati a Sanremo).
Bisogna stare attenti agli esordi. Il successo sì, ma prima di tutto tenersi stretti se non il didietro, almeno le gambe. Perché altrimenti non si sta in piedi. Ed è tutto inutile e deludente.

Voto: 2.8

Written by Luca

28/03/2008 at 15:47

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A spasso coi tempi – 7grani (Autoprodotto, 2007)

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Pop-rock un po’ elettrico un po’ acustico mischiato a raggae, ska e ritornelli orecchiabili ovunque. Basterebbe questo per descrivere i 7grani, quintetto lombardo che per questo disco si fa produrre da Massimo Faggioni e Ivan Ciccarelli (Antonello Ruggiero, Simona Salis) – si fa produrre? Ma è un demo o no? A noi l’hanno mandato in qualità di demo e come tale lo recensiamo. Dieci i brani, tutti piuttosto accattivanti e ben arrangiati (a parte qualche suono un po’ vecchio qua e là), che però hanno il difetto, vedasi descrizione iniziale, di inserirsi ad un incrocio di generi in cui la concorrenza è a dir poco spietata. Certo, non è che loro facciano chissà cosa per emergere dal gruppo: testi curati ma tutto sommato inerti, parvenza di una Bandabardò elettrificata ad ogni dove (capita ora la concorrenza?), non un momento di stacco da un canovaccio che già al secondo pezzo richiede lo skip. Esiste pur sempre di peggio in giro, ma se dobbiamo badare alla qualità qui ce n’è un po’ ma non abbastanza, e se invece dobbiamo badare alle possibilità di giungere da qualche parte, beh, ci sarà da sgomitare, e non poco. Buona fortuna. Ela prossima volta, se possibile,  più personalità.

Written by Luca

28/03/2008 at 10:14

Cuore a nudo – Mauro Ermanno Giovanardi (Radiofandango, 2007)

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Cuore a nudo. Dichiarazione d’intenti, avviso di disvelamento, spogliazione senza oscenità. Nudo appunto, non pornografico. A sigillare in parole e canzoni solo quello che conta: il cuore. Il primo passo solista di Mauro Ermanno Giovanardi è un viaggio non iniziatico ma riepilogativo. La sua educazione sentimentale e artistica. Un io-sono-questo nelle voci-parole di altri e nelle proprie. Su un palco tra piano, fisarmonica, tromba e chitarra; con Barovero, Milanesi, Corti a fare da compagnia.
E’ lontana la semi-disfatta dell’ultimo La Crus: qui il sangue scorre, il cuore fa il suo mestiere. Va bene l’aiuto di uno ShakespeareTencoTenco iniziale che per Joe è come andare a nozze (Vedrai vedrai, Un giorno dopo l’altro); va bene i Fossati e De Andrè successivi (Naviganti, Giugno ’73) intervallati dai versi di un nuovo Shakespeare e della bravissima Mariangela Gualtieri. Va bene anche il ToffoloJannacci di Hai pensato mai? e il Della Mea de El mé gatt – la prima meravigliosa, turbinante scoperta di una perla nascosta del canzoniere italiano; la seconda cabaret tragico dell’anima milanese più popolana. Direte che con tutta questa materia prima saremmo capaci tutti. Ma qui siamo sulle vette o d’intorno, perché l’interpretazione di Giovanardi è perfetta, sempre. Ficcante nei bassi indolenti e scuri appoggiati su un piano-tromba e nient’altro; leggera e onirica quando si tratta di arrampicarsi su un ritornello orchestrale (quelli dei due ottimi inediti Un cuore a nudo e Testamento d’amore) o dare il là alla danza di un valzer dalle fisarmoniche bohémienne (La giostra, dall’esordio La Crus). Efficace anche nell’ovviare con l’anima alla manualistica dei recitativi oppure nel farsi sobriamente da parte quando, come ne La figa di Tonino Guerra, sono le parole a prendere tutta la scena. Cantare non è tirare la voce al massimo fino a far saltare le corde vocali e neanche lasciare che l’ego trasbordi oltre la canzone. Cantare è spiegare i versi a fondo, andandoci dentro e tirando appresso chi ascolta. Giovanardi fa questo. Si mette a nudo e mette a nudo le parole. Difficile e bellissimo. Sostanziale e penetrante.

Voto: 8.6
Brani migliori: Vedrai, vedrai, Hai pensato mai?, Testamento d’amore.

Written by Luca

27/03/2008 at 17:33

Il vuoto – Franco Battiato (Mercury, 2007)

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Sono almeno due i difetti evidenti di questo venticinquesimo disco in studio di Franco Battiato. Il primo è che tra i suoi ventiquattro predecessori  Il vuoto trova almeno tre o quattro capolavori con cui gli è davvero difficile confrontarsi, pena l’essere additato come lavoro inevitabilmente minore. Il secondo è che lasciati da parte i confronti – a dire il vero un po’ impietosi se applicati ad un artista tenutosi sempre e comunque su buoni livelli nel corso di quasi quarant’anni di carriera – e lasciato da parte anche il suo essere un capitolo minoritario, Il vuoto (come il precedente X stratagemmi) non sposta di un millimetro il discorso musicale dell’artista catanese.

Dunque, passi pure il primo difetto ma con il secondo che facciamo? Il vuoto, pur non rispettando il facile doppio senso indotto dal titolo, è un disco fondamentalmente inutile. Che ripesca amori più o meno vecchi riassumendoli tra loro con stile e dignità (l’elettronica, la musica cameristica, qualche spruzzata etnica); che concentra l’attenzione su tematiche per lo più filosofiche (o simil-tali: a volte, come nella title-track, più di facciata che altro) andando a stilare una sorta di vademecum esistenziale sui tempi che corrono con largo uso di immagine naturalistiche; che smussa decisamente i passaggi più astrusi a favore di dinamiche assai comunicative e pop (partecipano il quartetto femminile MAB, i sanremesi FSC e pure due Uzeda). Ma che si fa attendere un po’ troppo nell’assestare la stoccata decisiva e alla fine lascia un senso di incompiuto perché, letto il nome Battiato in copertina, viene da dire che sì, si poteva fare di più, eccome.

La stoccata arriva solo alla traccia sei, dopo il mezzo sussulto di Aspettando l’estate (incipit quasi battistiano, richiami a Ferro Battuto e tromba a cesellare di malinconia un ritornello già perfetto di suo), ed è una The game is over dal passo technoide e dalle sfumature a metà tra l’etnico e l’orchestrale, che in coda accelera rumorosa e sintetica arrivando a un passo dal dance-floor. Il resto se ne va tra stinte reminescenze da L’imboscata e Come un cammello… (Tiepido aprile, Era l’inizio della primavera) e qualche buono spunto che si incarta senza troppo osare (Niente è come sembra, Stati di gioia); mentre Io chi sono prova una versione italica dell’Eno di “Another day on earth”. Certo, se uscissero tutti i giorni dischi così la vita sarebbe più bella, perché comunque Battiato è Battiato. Ma appunto per questo che mezza delusione un disco così di routine, così di passaggio.

Voto: 6.0
Brani migliori: The game is over.

Written by Luca

24/03/2008 at 18:26

Lemming – Ronin (Ghost Records, 2007)

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Spostare la moneta sull’atlante, via dal west verso l’Altrove: il mondo, o una parte di esso. Sarebbe stato semplice – ma comunque, lo scommettiamo, bello – per i Ronin replicare l’immaginario westernato dell’omonimo esordio, che tre anni orsono ampliava di qualche metro quell’area di epopea e malinconia che da Morricone porta dritta ai Calexico, passando cinematicamente per i Dirty Three. Ma per il loro secondo lavoro Bruno Dorella e compagni voltano lo sguardo e muovono il dito sulla cartina, alla ricerca di sonorità diverse e inedite. Folk etnicizzato, contaminazioni sul filo della curiosità, deserti – condizioni dell’anima più che riferimenti geografici – cercati e trovati in altri luoghi, in altre evocazioni. Sulla spiaggia de I pescatori non sono tornati (spazzole, chitarre al crepuscolo e coro sepolcrale: requiem marinaro per tutti coloro che non furono Ismael) e nel dopo festa solitario della brasiliana La Banda – un Brasile da bossa semibriosa sciolta in un soffione di piatti e neghittoso rallentamento ad hoc. Oppure nella memoria verso il sottosuolo di Mantra infernale, lungo incedere di tamburo tuonante, chitarra monocorde e sega a richiamare in morte fantasmi ed urla lontane, brano che di per sé non ha nulla di nuovo ma lascia comunque interdetti per la sua implacabilità. Tutti ridosaggi delle proprie influenze folk che accantonano la fisarmonica (compare solo nel “tango americano” di Portland) a favore della chitarra e che, quando serve, aggirano l’ostacolo esotismo per ricondurre nelle proprie corde anche gli odori africani della dinoccolata L’etiope.
Alla base di tutto poi una raffinatezza delle forme capace di rivestire di lamenti nostalgico-funerari il canto anarchico Il galeone (chicca l’interpretazione oriunda di Amy Denio) e aprire pure a scampoli sperimentali fino ad oggi inaspettati. Il folk-ambient brulicante oscurità e misticismo di You need it, then it comes (dalla penna di Coleen Kinsella dei Cerberus Shoal alla bravura di un Dorella che fa tutto in proprio: voce, chitarra, timpano, violoncello) e la dissertazione ambientale per due chitarre (Dorella e Nicola Ratti) della title-track tutta rumori turbanti, pennellate profonde e solitudine cosmica sono, lungo questa linea, le cose più interessanti di tutto il lotto. A soli tre mesi dall’inizio dell’anno, uno dei dischi italiani da portarsi ben oltre i prossimi dodici mesi.

Voto: 8.5
Brani migliori: I pescatori non sono tornati, L’etiope, You need it, the it comes.

Written by Luca

24/03/2008 at 09:53