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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 7th, 2007

Al loro ingresso nella hall, con tutte le buche – Alberto Motta & Claudio Sala (Great Machine Pistola/Shinseiki/Audioglobe, 2005)

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Si sa, la premiata ditta Hansen-Bugatti in Italia sta riscuotendo parecchi proseliti. Alberto Motta & Claudio Sala – abbreviato AM&CS: dalle mie parti sarebbe un buonissimo nome per una ditta di verniciatura… – una parentela piuttosto sostanziosa con i Beck e Bugo acustici ce l’hanno: tanto country-blues, approccio grezzo (ma non troppo), voce indolente… Le solite cose, si potrebbe dire. Eppure Al loro ingresso nella hall, con tutte le buche, pur pagando l’ingombrante parentela di sopra, mette a segno due o tre bei colpi che gli fanno meritare più di un ascolto.
Cominciamo a dire che, sì, il non-sense c’è – Giò riff potrebbe essere tranquillamente una canzone degli JaGa Brothersi Rolling Stones forse un giorno li conoscerò, e allora certamente il mio riff gli suonerò…») – ma che ci stanno pure pezzi più tradizionalmente cantautorali (Tra Francesco e Dio) e una fantasmagoria come Oggi il pavimento sembra un muro (festino di hammond e slide-guitar) più che priva di senso è semplicemente delirante. Aggiungiamo poi che lo spirito a volte è lo-fi al limite della posa (Battuta di pesca) ma Se tu sei me è un bel pezzo di rock italiano sporco al minimo e con una forza melodica da fare invidia a tanti. Finiamo col dire che raramente negli ultimi tempi ci è capitato di sentire raccontare una storia con così tanta delicatezza come nei flash malinconici appoggiati su Ellamay. Questi tre motivi bastano a fare di Alberto Motta & Claudio Sala non dei meri imitatori, ma degli artisti che partiti da un background fin troppo notorio stanno tentando di compiere un’evoluzione. Ci hanno consegnato fino ad ora venticinque minuti di musica viva (e anche questo è un piccolo vanto, in tempi di dischi d’esordio tanto lunghi quanto irrisolti). Ne aspettiamo per il prossimo disco qualcuno di più. E ancora più personale.

Voto: 7.0
Brani migliori: Oggi il pavimento sembra un muro, Ellamay.

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Written by Luca

07/12/2007 at 17:26

Quello che il pubblico non saprà mai – Patrizio Trampetti (Alma Music, 2005)

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Non finiremo mai di lodare un capolavoro come Creuza de ma di Fabrizio De Andrè. Ma è certo che una colpa ce l’hanno le nove canzoni a cui il cantautore genovese lavorò con Mauro Pagani all’inizio degli anni ottanta: l’aver “inventato” la world music. O meglio, l’aver dato il là – in Italia ma non solo – ad un genere, ad un fenomeno, che tutt’oggi ci portiamo dietro, non sempre con leggerezza.
World music – mai definizione fu coniata tanto all’ingrosso – vuol dire tutto e niente: capolavoro verace di musica proveniente da un determinato luogo oppure asfissiante paccottaglia buona solo per i salotti (coloniali e rigorosamente affumicati d’incenso) di qualche radical-chic tutto yoga e patchouli; Trilok Gurtu o i flautisti andini che rifanno i Queen ai bordi delle strade; in Italia Riccardo Tesi (ma è davvero world? Già ve lo state chiedendo) oppure, giusto per fare il nome che oggi ci tocca trattare, Patrizio Trampetti. Che paccottaglia proprio non è ma poco – davvero molto poco – ci manca.

Attore, cantautore, già nella Nuova Compagnia di Canto Popolare con Barra ed Eugenio Bennato, Trampetti arriva con Quello che il pubblico non saprà mai al suo quarto disco. Nessuno mette in dubbio le qualità del suo passato e – per quanto riguarda il teatro – anche del suo presente, ma questo nuovo lavoro è semplicemente orrendo. Se dalla world musica cercate le radici, la terra e – visto che di mediterraneo stiamo parlando – il mare, sappiate che qui troverete solo la plastica. A dosi massicce, sostitutiva di tutto e tutti come nei peggior souvenir turistici, iniettata come botulino nelle canzoni anche quando i nomi i gioco sono molto importanti (Gilberto Gil spunta a sorpresa in Portugal e non si capisce bene come sia finito qui). Non è reggae quello di Italietta (e l’ospite Sir Oliver Skardy dovrebbe saperlo bene), non è elettronica quella di Tammuriata Jungle, non è tango quello della arrabbiatissima – ma alla fine inoffensiva – title-track. Sono surrogati, feticci buoni solo a sostituire il vuoto d’ispirazione e (vera) contaminazione di cui i brani – piuttosto carenti e retorici anche nei testi – sono vittime e allo stesso tempo artefici.Ci capita spesso di indicare nelle recensioni qual è il brano migliore della track-list. Qui non lo possiamo fare perché semplicemente non c’è (salviamo per il rotto della cuffia solo una Take this waltz di Leonard Cohen defibrillata dalla voce di Moni Ovadia). Ma se proprio volete sapere qual è il punto più basso, il momento più disperato, quello che – lo ammettiamo – ad un certo punto abbiamo dovuto per forza skippare, è la versione trip-hop (??) con inserti rap di Un giorno credi di Bennato. Avete presente se il karaoke l’avesse fatto a suo tempo un Fiorello di Bristol? Ecco, sarebbe venuta fuori una cosa del genere. Può bastare per convincervi a starne alla larga?

Voto: 3.5

Written by Luca

07/12/2007 at 12:29

Ballo Fuori Tempo – Luca Leoni (Show Reel/Warner, 2005)

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Ve la ricordate la Canzone Intelligente di Cochi e Renato? Chissà che cosa dirà oggi Enzo Jannacci – che del brano era l’autore insieme alla coppia di comici – di uno come Simone Cristicchi e della sua Vorrei cantare come Biagio Antonacci. Seppur scontando il tempo passato (trentatre anni) quella canzone-invettiva contro la discografia di allora ci fa dire che un qualcosa di “intelligente” il tormentone cristicchiano, autentico singolo buono per tutti ma con il suo “filo logico importante”, ce l’ha. Lui e le studentesse universitarie venute dopo.

Luca Leoni, come nuovo autore di “canzoni intelligenti”, è un candidato mancato. Nel senso che le nove canzoni di Io ballo fuori tempo sono quasi tutte tentativi di scrivere brani di quel tipo, un po’ singoli ruffiani un po’ «grande-prova-d’autore», senza che i risultati siano veramente soddisfacenti. A voi la risposta se ciò sia un bene o no, certo è che questo disco del cantautore tarantino – il primo in veste di autore, dopo un passato di esperienze nell’indie rock e prog nostrano – qualche spunto migliore delle tiritere del suo capelluto precursore ce lo ha. Nulla di speciale, sia chiaro, e nulla che, come capita troppo spesso, possa farci tirare fuori chissà quale paragone – Cristicchi erede di Gaber? Eh? – ma semmai una raccolta di pop-song dalla discreta presa melodica che tirando le somme ci sembrano un compendio quasi perfetto delle nuove uscite cantautorali degli ultimi dieci anni.

In Ballo fuori tempo e Chris Leoni è un po’ Mario Venuti e un po’ Niccolò Fabi alle prese con la bossa nova; in Lievemente logorroica cerca invece  lo stesso piglio pop ironico di un Max Gazzè fuori forma (risultando quindi piuttosto innocuo); mentre in Tanto vado in Svizzera prova a dare un proseguito alla stirpe funky-pop dell’ultimo Daniele Silvestri. Non mancano, per le stagioni calde, l’ennesimo inno al Salento-terra-di-sole-di-mare-e-di-vento di Salento vivo addosso (con il rap dialettale di Fido Guido: un po’ Sud Sound System, un po’… Alex Britti) e neanche la rabbia pensosa – ma a volte un po’ didascalica – di Chi non ha peccato e Odio la tv. Nulla però riesce a raggiungere lo scopo, e alla fine qui di “canzoni intelligenti” non ce n’è proprio. Per qualcuno potrà essere un peccato, in tal caso non rimane che riprovarci…

Voto: 4.7
Brani migliori: Chris.

Written by Luca

07/12/2007 at 08:31