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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 19th, 2007

Sikitikis – Fuga dal deserto del Tiki (Casasonica, 2005)

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Citazionisti quasi al limite del feticismo, i Sikitikis sono la prima produzione di Casasonica, label fondata da Max Casacci (Subsonica) con distribuzione Emi. Partendo da un amore sconsiderato per tutto quanto fa b-movies italico (poliziesco ed erotico in primis) il gruppo sardo ingloba nel suo curioso calderone urbano Morricone e il garage, Umberto Lenzi e i Beach Boys, le balere di provincia e il funk, riuscendo a comporre soprattutto nelle atmosfere un’ipotetica versione sonora di un film poliziesco anni ’70, la cui altissima tensione è sciolta solo da brevi momenti d’amore autolesivo (Non avrei mai) e riaccesa da vane fughe dalla polizia (Ricognizione) e da sé stessi. Il tutto con la particolarità non marginale di riuscire a proporre un rock corposo e soddisfacente senza l’aiuto delle chitarre.

Se di solito le referenze troppo marcate sono solamente un appiccicoso punto a sfavore, per “Fuga dal deserto del Tiki” vale l’esatto contrario: i Sikitikis fanno delle pose – e forse faremmo meglio a dire delle situazioni – il loro marchio di fabbrica. Amore nucleare è un gagliardo punk’n’roll d’oltreoceano con hammond travolgente che non lascia fermi sulla sedia e neanche senza un paio di occhiali scuri addosso; Donna vampiro è un invito garage in pericolosi spazi da esotismo lounge; mentre arriva direttamente dalle balere-rock di un tempo lo yé-yé accelerato di Non avrei mai (con tanto di gustoso clap-hands al seguito) e dalle mostruosità televisive passate e presenti Metti una tigre nel doppio brodo, brano firmato e cantato da Herbert Pagani per “Vip, mio fratello Superuomo” di Bruno Bozzetto, in cui nani e ballerine del piccolo schermo dichiarano la loro (e la nostra) verità di rimbecilliti da spot su un vaudeville waitsiano. Non male neanche i due rifacimenti: Milano odia: la polizia non può sparare, nervoso tema morriconiano dal film di Lenzi con Milian protagonista, e L’importante è finire di Mina.

Ma un esordio non è tale se non sconta momenti di fiacca, qui in particolare causati da testi non sempre all’altezza delle aspettative del gruppo (Ricognizione è un bolide funk che, al contrario dei suoi protagonisti, sfugge via senza fermarsi) e da un’innegabile filiazione in diversi brani dei padrini Subsonica: lievi impronte nella già citata Donna vampiro, più sostanziose per il dub rabbioso di Umore nero e per La distrazione delle cose, che tra stanze di psichedelìa purpleiana e ammennicoli esotici richiama le fortunate “cantilene” di Samuel Romano.
Il resto comunque delinea, a favore dei Sikitikis, un disco piuttosto centrato e maturo. Non rimane che attendersi da loro nuove e ancora più convincenti fughe.

Voto: 6.8
Brani migliori: Amore nucleare, Non avrei mai.

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Written by Luca

19/12/2007 at 22:56

Flares – Port Royal (Resonant, 2005)

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A larghe mani debitori del post-rock siderale di Sigur Ros e affini, i Port Royal riescono ad inserirsi lungo questa rotta molto frequentata calcando la mano sull’attitudine paesaggistica della loro musica e rinunciando, a partire dalle parole, alla più comune ma pur sempre dilatata forma-canzone sigurosiana.
Per i brani di “Flares” infatti più che di canzoni vere e proprie è corretto parlare di scorci sonori, tanto densi e invasivi da far risaltare su tutto il progetto una notevole inclinazione ambient; laddove sono comunque frequenti impulsi evocativi alla Mogwai e minimalismi di stampo fennesziano in linea con la matrice elettronica di tutti gli episodi, raramente interrotti da embrionali spunti acustici (come in apertura di Karola Bloch).

Zobione, approdo diviso in tre parti ad un immaginario pianeta glaciale, è forse il modo migliore – di certo il più soddisfacente – per comprendere quell’alchimia tra ricercatezze elettroniche e impeti cinematografici che i Port Royal tentano di infondere alle loro peregrinazioni sonore. Ammanti di synth celestiali, luccichii elettronici, sussurri subcoscienziali e chitarre che evocano matriarcali richiami di cetacei infondono alla prima delle tre parti un’atmosfera da alba mattutina ipnotica e boreale, che diventa climax magico e irresistibile nella meravigliosa seconda e turbine di ritmiche sul punto di sgretolarsi ed esplodere nella terza, in anticipo sul ritorno finale alla suggestiva quiete del principio.
Non è assolutamente sbagliato dire allora che la musica dei Port Royal si prende l’unico e difficile compito di fare immaginare l’ascoltatore. Ed è proprio di fronte ad una richiesta di concentrazione simile che avremmo preferito ascoltare in Flares qualche traccia in meno, magari proprio quelle che nel finale sembrano perdere qualche colpo (da Flares pt. 2 in poi). Sarebbe stata la ciliegina sulla torta di un esordio comunque molto apprezzabile.

Voto: 6.7
Brani migliori: Karola Bloch.

Written by Luca

19/12/2007 at 12:14

Falbo – Fausto Balbo (Snowdonia, 2004)

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Figli del dio minore della fantasia sfrenata – contrapposto a quello (minorato) della musica di plastica – di musicisti folli come Fausto Balbo ce n’è pochi, ma la lanterna di Snowdonia fortunatamente è sempre pronta a dare loro luce. Falbo, secondo disco del musicista piemontese e a tre anni dal precedente “Zero”, è patologicamente sottoposto all’ansia di destrutturazione del suo creatore e non ha alcuna intenzione di abbandonarvi ad un ascolto tranquillo – neanche per il tentativo, dopo il fatidico Primo Ascolto, di dare una definizione all’oggetto creato. Ambient? Classica contemporanea? Elettronica? Glitch? Rumorismo? Prog (perché qualche vago eco dei King Crimsom più estremi c’è, e pure qualcosa del Battiato pre-Cinghiale Bianco)? Infoiato futurismo scampato alla fine-delle-avanguardie? Semplice caso? Tutto questo e nulla insieme, perché è talmente varia e impraticabile la musica di “Falbo” da rendere impossibile qualsiasi definizione – ma sfido chiunque anche solo per ciò che riguarda un tentativo di comprensione certa del messaggio, o anche solo estetica -, se non quella ipotetica di un’inquietante colonna sonora del disturbo, un thriller interiore sull’alienazione metropolitana caratterizzato da uno spiccato non-sense formale nonché da un ironico spirito trash (il rosa della copertina, Debby “la superbambola viva che t’insegna l’amore”: idee peraltro non troppo originali).

Un’opera sicuramente compiaciuta, che ha il pesante difetto – nella sua immisurabilità qualitativa: zoccoli di cavalli, macchinette per i tatuaggi, campionamenti da films (Matrix, De Palma, Cronenberg), trapani da dentista, mugolii, urli, strumenti autocostruiti; e ovviamente programmazioni, chitarre, basso, percussioni – di non sapersi misurare quantitativamente, sprecando così spunti importanti (la fortissima carica immaginifica di Frammenti da un incubo si disperde nell’eccessiva lunghezza del brano). Dove però la fruibilità si fa un tantino più consistente – mantenendo il brano quella preziosa tracotanza sonora che gli è propria – si ottiene la cifra migliore dell’album: seducente ma spiazzante, giocosa ma terribile. Stiamo parlando di Pensiero primitivo sotto pelle, e consigliamo ai neofiti che ascoltano per la prima volta un mostro musicale come Fausto Balbo di cominciare proprio da qui.

Voto: 6.0
Brani migliori: Pensiero primitivo sotto pelle.

Written by Luca

19/12/2007 at 09:30