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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 24th, 2007

Il viaggio di Zebra – Libra (Macaco/Audioglobe, 2005)

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E’ rimasto poco del rock-grunge di “Penso a cose strane”, esordio risalente a tre anni fa dei Libra: Il viaggio di Zebra vira decisamente verso l’indie-pop di matrice italica e lo fa in modo assai compatto e credibile, riscuotendo maggior credito del suo poco coraggioso predecessore.
Lo spazio qui lasciato alle chitarre è per soluzioni elettroacustiche di buona fattura intrecciate a squarci elettronici dal forte accento seventies, come se i Perturbazione fossero alle prese con ondeggiamenti analogici quasi krautiani (Io resto qui) o dividessero il palco con i Tiromancino meno canzonettari e più inclini alle atmosfere dilatate e allucinatorie (non a caso Gennaio ci ricorda nelle intenzioni “La distanza”). Ed è ancora la band romana, nella parentela con Battisti, a tornare in Due di notte, sgroppata leggera ma pur sempre elettrica ed emozionante; mentre sono gli Afterhours in odore di Velvet Underground a dare ad Appeso il difficile ruolo di discendente di “Simbiosi” (impossibile non notare la somiglianza tra i due brani); nel finale Tu non credi, con la sua profondità sideral-rumoristica alla Mum e l’inevitabile detonazione sonica del finale, è quel piccolo capolavoro che non ti aspetteresti da una band che fino a quel momento ha brillato più per il proprio eccellente songwriting che per le scelte fatte in quanto ad elettronica non analogica.

Se “Il viaggio di Zebra” appare ai primi ascolti privo di effettivi passi falsi, col tempo non mancano comunque di affiorare alcuni brani minori (La seconda classe, La strategia del terrore) e la voce di Alberto Stevanato continua, come nel disco precedente, ad essere un tantino sommersa dalla corposità di certi passaggi (ed è un peccato perché di testi ben fatti qui ce ne sono: Marta, Appeso). Ma i Libra sembrano aver trovato alla loro seconda prova una più che feconda via d’espressione, capace di dare vita ad un disco di certo perfezionabile ma pienamente riuscito sotto quasi tutti gli aspetti.

Voto: 6.7
Brani migliori: Marta, Tu non credi.

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Written by Luca

24/12/2007 at 19:32

Insieme a te sto bene cds – Lombroso (Mescal/Sony BMG, 2005)

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Nove minuti scarsi di musica per questo primo cd-singolo dei Lombroso che, invece di anticipare, posticipa l’omonimo album uscito l’anno scorso. Nove minuti e nessuna traccia inedita: l’intento probabilmente è quello di riepilogare brevemente quanto fatto fino ad oggi da Dario Ciffo (Afterhours) e Agostino Nascimbeni. Seppur nello spazio esiguo di tre canzoni, si intuiscono infatti tutte le influenze del duo: dall’amore per Battisti – omaggiato con la bella cover di Insieme a te sto bene qui riproposta con Morgan al basso – passando per il più ovvio ma non poi così calzante riferimento ai White Stripes (Io credo), fino ad uno sguardo deciso e piacevole verso il beat italiano anni settanta (il ritornello vintage di Non è quello che vorrei). Un assaggio consigliato a chi non conosce i Lombroso, come primo passo verso l’acquisto dell’album intero.

Voto: 6.2
Brani migliori: Insieme a te sto bene.

Written by Luca

24/12/2007 at 14:30

La Malavita – Baustelle (Warner, 2005)

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Dopo due video ad alta rotazione su MTV, un contratto discografico con una major (la Warner) e un brano inserito addirittura nella compilation di uno dei programmi tv più impresentabili degli ultimi anni (il ‘ggiovalinistico “Lucignolo”), i tanti prevosti dell’indie-snobismo italico attendevano il nuovo disco dei Baustelle con i loro bei fucili puntati, pronti a ribadire ancora una volta l’inevitabile declino artistico-morale di chi abbandona l’Indipendenza.
Gli è andata male, anzi malissimo. Il terzo disco della band di Montepulciano, cari i spillettati miei prevostoni deponete le armi, è un signor disco. Se c’è qualcuno che oggi è in grado di scrivere canzoni pop italiane belle e durevoli, questi sono proprio i Baustelle.

La malavita ricalca perfettamente l’estetica e l’immaginario baustelliano. Mette in primo piano le chitarre; sostituisce l’elettronica, comunque presente, con dosi massicce di archi spectoriani. Acquista omogeneità pop lasciando da parte tutte le soluzioni cantautoriali (niente bosse, niente bozzetti maudit-ciampiani). Accentua la carica narrativa già evidente nei dischi precedenti, limando però tutte le punte più sensuali e viziose (i duetti tra le voci di Francesco Bianconi e Rachele Bastrenghi sono rari e non riguardano più i turbamenti erotici di un tempo).
La depravazione c’è ancora, ma non è sessuale: è la mala-vita, il male di vivere. Quella perversione dell’esistenza già vibrante in passato, ma magari un po’ nascosta dal fascino di personaggi e situazioni border-line, che qui viene messa in primo piano con ironia e distacco consapevole; non tralasciando staffilate nichiliste dal forte impatto poetico che riprovano ancora una volta la caratura dei testi di Francesco Bianconi (vedasi Il nulla: «accorgersi / nel caos dell’ipermercato / o in un beato megastore / della bugia che sta alla base del mondo / in un secondo coglierlo / spogliato e crudo / il Nulla»).

E’ una società degenerata quella dei Baustelle, che finge di essere felice e non accetta le persone differenti (Il corvo Joe, figlio buono della Spoon River deandreiana) condannandole senza pietà una volta che hanno dichiarato al mondo la loro tragica guerra (il singolone La guerra è finita furbetto col suo riff interpoliano). E perverso è anche il meccanismo che costringe tanti signor nessuno a sperare di esistere davvero solo vestendosi A vita bassa (un’esistenza che comunque sarà sempre leopardianamente poca cosa: «e tutto il resto è inutile / e le modelle per la strada sfilano / ed ogni anno foglie morte nascono / comete nuove cadono / per un errore cosmico / è l’universo inutile»).
Ma dal male di vivere nasce molto spesso il crimine (Revolver, storia di una donna deviata e fatale), inevitabilmente il suicidio (Perché una ragazza d’oggi può uccidersi?, struggente ballata a due voci con e-bow penetranti) e anche l’ironico disincanto di Un romantico a Milano (altro riff appiccicoso e incipit da manuale: la canzone definitiva per tutti i dandy postmoderni): tutti mali contrastabili solamente con «un verso d’amore (che) cerca fiato per non soffocare più» (la maestosa e psichedelica I provinciali). Un verso d’amore come quelli che compongono Cuore di tenebra, proverbiale love-song di chiusura nata per essere cucita addosso al Celentano che fu.

La fuoriuscita ad album concluso di Fabrizio Massara pone parecchi interrogativi sul futuro dei Baustelle. Intanto è difficile non affibiare a “La malavita” l’etichetta di disco più compiuto dei tre fino ad ora prodotti dal gruppo. Date le circostanze, è auspicabile con la quarta pubblicazione un sensibile cambio di rotta. Ma del resto lungo questi lidi abbiamo davvero raggiunto il massimo.

Voto: 8.7
Brani migliori: La guerra è finita, Il corvo Joe, I provinciali.

Written by Luca

24/12/2007 at 10:28