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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for maggio 2008

Vago svanendo – John De Leo (Carosello Records, 2007)

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Ma non bastava un disco di semplici canzoni pop? E’ la prima domanda che potrebbe venirvi in mente ascoltando l’esordio di John De Leo, che arriva a tre anni dall’abbandono dei Quintorigo e dopo una serie di rifacimenti che ne hanno rinviato più volte l’uscita. Per “semplici canzoni pop” sia chiaro che non intendiamo quelle che in Vago Svanendo non ci sono, bensì quelle che ci sono ma non abbastanza rispetto agli undici episodi in scaletta, nei quali De Leo cerca di infilare tutti gli interessi e i campi che fino ad oggi ha frequentato, sperimentalismi inclusi. Eccolo il nodo: lo sperimentalismo. Non c’è una traccia in Vago Svanendo che non possa essere definita almeno un filo tale. Il problema però – lungi da noi l’essere a priori contro tutto ciò che in qualche modo è avant – è il senso di queste sperimentazioni. Sarà un caso, ma qui le cose migliori giungono da quei pezzi che recintano i tentativi sperimentali entro i saldi confini del caro vecchio pop. Pop tutt’altro che radiofonico, ci mancherebbe, ma davvero interessante soprattutto per le orecchie più curiose. Quando invece l’oggetto della traccia è la sperimentazione (che a noi pare) fine a sé stessa, allora Vago Svanendo ci sembra un disco che ha nel suo maggior pregio anche il suo maggior difetto.
Se non parlassimo, ovviamente, della voce potremmo dire che a volte De Leo si guarda troppo l’ombelico. Siccome di voce si tratta diciamo allora che l’ex Quintorigo si guarda troppo le corde vocali. Le accarezza, le tira, le porta giù nei bassi più gutturali e poi verso acuti quasi cristallini. E poi le fa dialogare coi fiati di alcuni bravi jazzisti che qui fanno da comprimari di lusso (Achille Succi, Marco Tamburini, Gianluca Petrella) stando ben attento che comunque al centro, solitarie o in compagnia (ma mai di spalla), ci siano sempre loro, le corde vocali.

Certo fanno impressione il vocal-drum nell’hip-hop sbilenco di Freak ship o le onomatopee che dialogano coi fiati in Canzo e Le chien et le flacon, così come non passa inosservata la chiosa virtuosistica di Spiega la vela. Ma volete paragonarle alla title-track, dove le aperture orchestrali evocative e il cantato volante fanno la corte a Modugno? Oppure all’irresistibile singolo Bambino marrone coi suoi strumenti giocattolo elettrizzati e i coretti che sostengono un ritornello assolutamente appiccicoso? Oppure ancora alla ripresa quintorighiana di Tilt (i fiati al posto degli archi, in pratica) che contende a Sinner (con la sua squadratura elettrica di marca Aidoru) la palma di pezzo più energico di tutto il disco? Bastavano delle semplici canzoni pop, ve lo ripetiamo. Che tanto John De Leo può cantare e ricantare di tutto, anche uno standard come Big Stuff senza sfigurare. L’importante è che oltre alla curiosità, il coraggio, la libertà (assoluta o quasi) – vedasi anche i due bei corti allegati in dvd: protagonisti oltre a De Leo, Stefano Benni e Alessandro Bergonzoni – ci sia in origine anche un senso da cui partire e a cui tornare dopo aver vagato come si vuole.

Voto: 6.5
Brani migliori: Bambino marrone.

Written by Luca

31/05/2008 at 10:01

I nasi buffi e la scrittura musicale – Gerardo Balestrieri (Intebeat/Egea, 2007)

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Ora, dopo aver ascoltato e riascoltato più volte l’esordio di Gerardo Balestrieri, io sarei proprio curioso di vedere com’è casa sua. Non tanto quante stanze ha, quanti bagni, se ha il garage o meno. No. Io vorrei sapere com’è il letto, come sono i mobili, cosa ha in frigorifero e soprattutto: se ha o meno un ripostiglio. Gerardo ce l’hai un ripostiglio? Perché se ti manca io penso che tu abbia qualche problema a muoverti per casa. Uno che fa un disco d’esordio e ci mette dentro così tanta roba, e tutta proveniente da posti così diversi e tutta davvero vissuta sulla pelle e non come artificio esotico portato dalle ultime vacanze solidali in Africa Centrale, qualche problema di spazio in casa deve averlo per forza. Uno così non può aver buttato via tutto. Uno che ha applicato alla vita vissuta fino ad oggi lo stesso adagio applicato al maiale, del quale come è noto non si butta via niente, deve avere la casa piena di oggetti. Ma non souvenir, proprio oggetti. Strumenti musicali, piatti, tappeti, maschere, spezie, sabbie, pietre, fiori secchi, dizionari, libri in dodici lingue diverse, orologi, stufe, almancchi. Ovunque. Da non riuscire a muoversi.

Leggetevi la biografia sul suo sito. Balestrieri non la dice tutta. Mancano un sacco di luoghi che ha visto, un sacco di cibi che ha mangiato, un sacco di profumi, suoni, musiche che ha annusato, sentito, ascoltato. Manca la geografia. Per uno così la geografia è biografia. E nemmeno I nasi buffi e la scrittura musicale riesce a raccontare tutto. Racconta un po’, con una manciata di canzoni che sono punti sulla cartina sui quali Balestrieri rimbalza come una biglia da flipper, portandosi via ogni volta qualcosa e infilando quel qualcosa nel qualcosa portato via da un altro posto. Se dovessimo dire da dove è partito diremmo che, come molti, Gerardo Balestrieri è partito ascoltando tanto Paolo Conte e Tom Waits. Ma lui in realtà non è partito, ha sempre viaggiato e basta, dunque Conte e Waits li ha ascoltati sì, ma in viaggio. E ad un certo punto del suo viaggio è arrivato in Salento e si è portato via una tammorra che ha messo in Saria con una manciata di versi da Salgari ubriaco («ditemi perché al sultano del Brunei / ieri gli bruciava un po’ il culo»). Poi è andato su in Francia, a Marsiglia, ma non prima di esser balzato indietro di una quarantina d’anni trovandosi d’improvviso al tavolo di un bar con Buscaglione (Furto ai nobili di Rue Berget). Un traghetto per la Grecia da Marsiglia lo si trova sempre e là – a Salonicco? A Kalamata? – ha pure imparato la lingua con cui canta Palamakia, una canzone tradizionale ellenica che dice tre cose tre ma è un concentrato di disperazione (per cosa? Per una donna, ovviamente). A Salonicco, o a Kalamata, una sera ha incontrato Nick Cave che stava cercando la strada per tornare al suo ufficio, dove ormai da alcuni anni scrive canzoni otto ore al giorno come un normale impiegato. Balestrieri, non sapendo nulla dell’ufficio, gli ha invece proposto di fare insieme a lui un giro per il Mediterraneo, prima meta la Turchia. In barca hanno scritto insieme la bellissima Quando il diavolo t’accarezza, con il cumbus turco a vergare patemi blues e il testo che gioca a ricombinare tra loro alcuni proverbi popolari – Cave, che di proverbi non sa niente, non ha poi firmato il testo ed è sceso al Cairo. Dalla Turchia riparti per il Mediterraneo, impara a suonare quella decina di strumenti tra darbouka, fisarmoniche e clarinetto e torna in Francia, dove ad aspettarti c’è Boris Vian che ti dice: dai, traduci in italiano La java des B. A. come la farebbe il primo De Andrè. Detto, fatto, eccola: un tre-quarti simil valzerino che a dirla giusta sembra anche un po’ Brassens. Poi viene l’inverno e allora serve una stufa. Si passano le Alpi e si scende in Piemonte a scaldarsi con il Blues del Putagè, che appunto è la stufa – perché scendere in Piemonte? Quell’«antico, svizzero, elefante» del testo sa ancora di Conte: bisogna pur tornare ad un certo punto per vedere come sta l’Avvocato.

E così ecco la trottola-Balestrieri, che però dopo tanto girare capisce che è il tempo di fermarsi. Il gusto nel niente e nel sorridere è un bilancio esistenziale e contemplativo che non sa di nulla in particolare se non della pasta di cui sono fatte le canzoni belle. Ma poi via di nuovo. Gli manca Vian, torna da lui, insieme vanno a Barcelone e la cantano con il fumo nella gola e il megafono davanti alla bocca. Lì a quel punto, quando Vian è tornato a casa e la solitudine lascia subentrare la fantasia, cosa ci vuole a partorire una ballata polverosa come Canto Sesto se una sera ti ritrovi a vedere un film di Sergio Leone con un libro di Ungaretti in mano mentre non ti lascia il ricordo di quella donna le cui movenze «fomentano la febbre»? Niente, ma poi finalmente si torna a casa. O meglio: si torna a Napoli, a cantare Fenesta vascia con in bocca un mezzo retrogusto di milonga, e si riparte ancora. Perchè la vera casa alla fine è la Francia, dove Balestrieri ritorna per cantare Baudelaire (L’ame du vin) e una maledizione che non troverai solo qui o là come un tessuto o una spezia, ma ovunque. E questo lo sa soprattutto Chi ha visto planare gli angeli, inno finale di un apolide che oltre ad essere intrinsecamente maudit è un animale «disadattato» e «antisociale». Dunque non è solo biografia la geografia, ma esistenza. Al prossimo disco chissà dove ci porterà Gerardo Balestrieri, chissà quante cose ancora da mostrarci in casa sua, chissà ancora quale maledizione.

Voto: 7.7
Brani migliori: Blues del Putagè, Quando il diavolo t’accarezza.

Written by Luca

21/05/2008 at 10:00

Live in Japan – Officina Zoè (Polosud, 2007)

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Nata all’inizio degli anni novanta, quindi ben prima dell’esplosione modaiola di taranta e simili, l’Officina Zoè festeggia nel 2007 il decennale del proprio esordio discografico (Terra, 1997) con un disco dal vivo registrato durante il tour giapponese del giugno scorso. Due date, a Tokio e Kyoto, qui riassunte in un lavoro prettamente antologico che illustra alla perfezione il carattere tradizionale della musica del gruppo, attento a riproporre il repertorio della pizzica salentina rispettandone i codici e l’immaginario. Nessuna avventurosa contaminazione quindi ma un approccio che, grazie anche alle ottime doti esecutive, punta tutto sull’atavica potenza comunicativa di uno stile che fa della visceralità e del ritmo i propri baluardi. L’Officina rivisita una manciata di tradizionali (tra i quali Santu Paulu, Kaly nifta, una rallentata e dolente Lu rusciu de lu mare) a cui aggiunge quattro brani autografi: l’inedito Ulìa bessu e poi Menevò, la bellissima Don Pizzica e Ijentu, questi ultimi tre ripresi dalle colonne sonore di due film di Edoardo Winspeare, Il Miracolo e il pluripremiato Sangue Vivo (opera fondamentale per chiunque voglia capirci davvero qualcosa sulla cultura salentina e i propri suoni).
Il pubblico giapponese sembra apprezzare, anche se appare del tutto bizzarro che assista al concerto completamente fermo – così ci pare di capire dalla registrazione. Ma d’altra parte la distanza, geografica e soprattutto culturale, è tanta e le tredici tracce di Live in Japan rimangono soprattutto un sostanzioso punto d’avvio per chi voglia conoscere uno dei migliori ensemble folk del nostro Paese.

Voto: 7.7
Brani migliori: Lu rusciu de lu mare, Don Pizzica.

Written by Luca

20/05/2008 at 16:34

Di rabbia e stelle – Roberto Vecchioni (Universal, 2007)

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L’ottima esperienza “a nudo” de Il Contastorie – un manciata di brani riarrangiati per solo pianoforte e contrabbasso da Patrizio Fariselli e Paolino Dalla Porta – non ha lasciato molte tracce nella musica di Roberto Vecchioni, che per Di rabbia e stelle torna alla formula degli ultimi (non troppo esaltanti) lavori, quella di un pop-rock a base di chitarre elettriche, tastiere e archi sovrarrangiato e iperlucido. Con Mauro Pagani dietro le manopole negli ultimi due dischi in studio prima di questo la faccenda era cambiata un po’, ma allora era stata l’ispirazione a mancare, soprattutto per lo sconfortante Rotary Club of Malindi, uno dei più bassi dell’intera carriera del Professore dopo un decennio, gli anni novanta, trascorso almeno a livello d’ispirazione in modo più che discreto.

Questo nuovo lavoro dunque doveva essere la riscossa, ed in effetti si percepisce nettamente come Vecchioni – reduce da un periodo non troppo facile a livello personale – ci abbia messo molto, sia in quanto a tempo che a impegno (tredici i brani), per realizzarlo. Peccato che quel molto impegno, i tredici brani appunto, insieme alla già citata tracotanza degli arrangiamenti siano le due palle al piede dell’opera, tanto che osservata la scaletta brano per brano risulta quasi matematica al termine dell’ascolto la corrispondenza tra brani brutti, o inutili, e i difetti di cui sopra.

L’ispirazione non dura tredici canzoni. Otto, o al massimo nove, avrebbero trasformato il disco non in un capolavoro ma in un ritorno convincente. Forse i drammi personali hanno reso la scrittura più essenziale di un tempo e i brani nel cassetto numericamente maggiori; forse Vecchioni ha deciso di puntare tutto sulla sincerità – la sincerità di raccontarsi totalmente, che qui si tocca davvero con mano anche nei passaggi meno riusciti. Sta di fatto che almeno tre tracce potevano essere tranquillamente scartate: La ragazza dal filo d’argento, col suo surrogato springsteeniano di elettriche-batteria-organo; Neanche se piangi in cinese, vano tentativo di raccontare in modo frizzante il tema dello sconforto esistenziale (altrove ricorrente con più fortuna) e Il violinista sul tetto, folk parecchio annacquato che la presenza di Teresa De Sio non riesce in alcun modo a resuscitare. A completare la lista poi almeno due brani rovinati da arrangiamenti troppo abbondanti o fuori rotta (inevitabilmente la produzione di Lucio Fabbri qualche grossa colpa ce l’ha). Sono Non lasciarmi andare via, che parte bene con spazzole ed acustica lievi e poi s’inzacchera in una melassa di archi (peccato, perché il testo è una richiesta d’aiuto forte e viscerale come poche) e Amore non amore, con i suoi bordoni d’organo ricamati da elettriche senza peso – anche se, a dirla tutta, quest’ultima poteva finire anche negli scarti per poca ispirazione.

Di contro le altre dimostrano un Vecchioni ancora vivo, vibrante, che riesce col mestiere laddove manca l’intuizione ma al contempo di intuizioni ne sparge ancora. La scrittura e il fraseggio melodico sono i suoi, tipici e distinguibili (cosa che, per ragionare ancora una volta su fronti opposti, diventa una zavorra quando la penna latita). Lo spessore emozionale è quello di un uomo disposto a confessarsi e bisognoso di farlo, che non rinuncia alla fissa della citazione cine-letteraria usata come spunto poetico o come semplice feticcio (Benni in Comici spaventati guerrieri, De Filippo in Questi fantasmi, Tolstoj ne Il cielo di Austerlitz, Jewison per Il violinista su tetto) e che scarnifica od esalta le vestiture a seconda della grana sentimentale dei pezzi. Comici spaventati guerrieri e Questi fantasmi scalciano d’affetto e d’indignazione rispettivamente a difesa dei giovani e contro i tanti brutti personaggi che infestano l’Italia; Mond lader riprende lo stesso fervore attraverso un dialetto milanese virato in seppia; Amico mio, Il sole di Austerlitz e Le rose blu – le prime due ben arrangiate da Fariselli – riportano Vecchioni su rotte da chansonnier confidenziale che snocciola uno dietro l’altro i suoi amori e le sue paure tra biografia, letteratura e spiritualità. Sono queste le tre vere zampate del disco, ma se confrontate al resto non risolvono quei nodi che l’autore di Luci a San Siro si porta appresso, come un cargo troppo pesante, da ormai troppi anni.

Voto: 5.4
Brani migliori: Comici spaventati guerrieri. 

Written by Luca

20/05/2008 at 09:56

Al Qantarah – Ammaraciccappa (CNI Music, 2007)

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Dietro la sigla Ammaraciccappa – traduzione: sono guai per chi ci capita sotto – ci sta Upapadia alias Umberto Papadia, poliedrico musicista esperto di percussioni della tradizione popolare del sud-Italia e del nord Africa nonché vitale collaboratore delle ultime produzioni di Teresa De Sio. Insieme a lui un branco di ottimi musicisti folk, sempre del Sud Italia, e il musicista elettronico Antonino Chiaromonte alias Emj_antonin. Come qualcuno avrà già intuito, gli Ammaraciccappa fanno musica popolare mediterranea contaminata dall’elettronica, sulla stessa onda di gruppi come i Nidi d’Arac. Electro-world, quindi? Se proprio ci tenete alle definizioni, sì. In altre parole: riprendere la musica popolare tradizionale e mischiarla con la musica popolare attuale, ovvero quella che si balla (o si dovrebbe ballare) nelle discoteche. Al Qantarah – traduzione: il ponte – unisce diverse provenienze (la taranta, la pizzica, la gnawa algerina e marocchina) a tutto ciò che una consolle e un pc hanno prodotto negli ultimi vent’anni di musica “non suonata”: house (a barlumi), trip-hop, trance. Il risultato è simile alle migliori cose dei già citati Nidi d’Arac, ma gli Ammaracicappa hanno una scrittura meno tonda, più aperta ad escursioni strumentali che danno al tutto un carattere spesso estatico (Montevecchio trance) e fortemente rituale. Proprio rito è la parola migliore per definire le nove composizioni del disco, dove voci salentine, africane, sarde (i vocalizzi gutturali di Iginio De Luca) attecchiscono a strutture ritmiche spartite tra beat, tammorra e marranzano, con sax, ciaramella, flauto e organetto a completare il tutto. Un impasto – passateci il termine – che dalla suggestiva riproposizione di Lu bene mio di Matteo Salvatore (con Peppe Voltarelli alla voce) ai quasi sei minuti di trip psichedelico-vocale di Canaja canaja mira a rinnovare ed unire linguaggi attraversando geografie differenti e tempi lontani.

Voto: 7.4
Brani migliori: Montevecchio Trance, Canaja Canaja.

Written by Luca

14/05/2008 at 14:04

Rock & Poems – Massimo Priviero (Universal, 2007)

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A solo un anno dal suo ultimo lavoro di canzoni autografe, Massimo Priviero pubblica una raccolta di cover di brani per lo più ripresi dallo sconfinato repertorio della musica americana del secolo scorso. Un’operazione che forse risente un po’ del fortunato progetto su Pete Seeger di Bruce Springsteen (e qui in chiusura c’è proprio We shall overcome) ma che mira soprattutto a delineare l’humus musicale, e culturale, da cui il cantautore veneziano proviene omaggiandolo con in più un filo di nostalgia – spiega infatti Priviero nelle note di stampa che sono proprio quelli in scaletta i brani che per tanti anni ha suonato ai bordi delle strade prima di fare il grande salto. Ecco allora sfilare una dietro l’altra classici di Dylan, Simon & Garfunkel, Waits, Springsteen, Eagles, Creedence Clearwater Revival accanto a brani storici come The great pretender (resa famosa dai Platters) e a tradizionali come Lily of the west e la già citata We shall overcome, oltre a due traduzioni in inglese di brani del titolare: Resistance (Dolce resistenza) e Marchin’On (Davai).

Di tutti gli autori citati Priviero, come già in passato, sembra subire particolarmente l’influenza di Springsteen, e Rock & Poems alla fine pare soprattutto un’ipotesi di come il Boss avrebbe riletto queste canzoni (ad eccezione della sua The promised land, ovviamente). Ma Priviero non è Springsteen e non riesce a dare al disco una forza che lo porti al di là dell’essere un semplice divertissement. Un divertissement passionale, ben suonato, ma inutile e anche un po’ pleonastico data la quantità di cover di Blowing in the wind o Desperado che sono state fatte fino ad oggi.
Piacerà dunque solo ai suoi fans? Crediamo proprio di sì. A meno che tutti gli altri, durante l’ascolto, si dimentichino delle versioni originali e si abbandonino al qui ed ora di un manipolo di brani che per la loro importanza artistica e storica rimarranno fondamentali chissà per quanto in futuro.

Voto: 5.3
Brani migliori: Marchin’On.

Written by Luca

14/05/2008 at 09:51

Aeroplani e angeli – Carla Boni (Autoprodotto, 2007)

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La Carla Boni in questione è proprio quella di Mambo Italiano e dei duetti con Gino Latilla. Classe 1925, questa signora delle canzone italiana più tradizionale festeggia nel 2007 i sessant’anni di carriera e lo fa con un nuovo disco realizzato insieme ad un manipolo di giovani autori italiani – Alessandro Orlando Graziano, Marco Bellotti, Stefano Pais, H.E.R. – che firmano per lei tutti i brani. Ma Aeroplani ed angeli non è un disco di pop italiano nel senso più conservatore del termine. La produzione di Graziano (che qualcuno ricorderà nell’estate del 1999 a cavallo dell’intrigante Da due ore non ti amo più) è piuttosto moderna, pop semi-elettronico ed elegante che starebbe benissimo addosso ad Alice o alla Patty Pravo degli ultimi tempi. E la signora Boni (che al di là di tutte le considerazioni storiche sul suo passato ha una gran voce: classica e sontuosa) ci sguazza alla grande, e pare divertirsi un mondo. Non le passa neanche per la testa di fare la ‘ggiovane che lavora coi ‘ggiovani. Semplicemente si propone per quello che è, una signora nel vero senso della parola che mette in gioco oggi la sua classe, con ironia e autenticità.

Aeroplani ed angeli prende il via dalle poche parole emozionate di Vorrei che fosse buio («vorrei che fosse buio perché non si vedesse l’emozione sul mio viso») che anticipano una title-track manifesto di quel che sarà poi, la voce ariosamente adagiata sulla melodia alla quale synth e chitarra disegnano intorno tappeti celesti. E si chiude con l’impasto di bordate sintetiche e frame vocali manipolati di Sui grattacieli del piacere, ultimo baluardo tradizionalista (il canto sporcato e deumanizzato) che la Boni abbatte. In mezzo è un climax ascendente di apertura al nuovo senza smarrimenti d’identità. Troppo giovane swinga ironizzando sull’età avanzata. La cover a cappella de I tre porcellini prende in giro un po’ tutto e tutti (la sperimentazione, l’essere interprete) con i suoi vocalizzi sovrapposti e l’ugola infantile. Stupida canzone è un gioiellino in zona Baustelle che dimostra cosa sarebbero stati quei duetti con Lattilla, qui sostituito dallo stesso Graziano anche autore del pezzo, se già allora fossero esistite canzoni così. Il mio nome, dalla penna di H.E.R., riflette sulla ricerca di una propria identità distendendosi incantata sull’alveo di una jazz ballad violino, pianoforte, tromba. Pistacchio e smog rockeggia scolasticamente e abbassa per un attimo la guardia fino a quel momento piuttosto alta. Prima della già citata chiusura, Portami in India è delle nove tracce la vera sorpresa, un manto etereo carnale di synth e harmonium con Battiato, Sorrenti, Eno a fare da guardia al testo eroticamente poetico.

Non un disco capolavoro Aeroplani e angeli – del resto ben altri sono passati da questi lidi molto prima – ma un disco capolavoro per Carla Boni, che a ottantadue anni si prende la soddisfazione di tornare alla musica senza nostalgie e riciclaggi ma di chi vive il presente con uno spirito da vera Diva.

Voto: 7.3
Brani migliori: Stupida canzone, Il mio nome.

Written by Luca

13/05/2008 at 16:08

Lampo – Gianmaria Testa (Egea Music, 2007, ristampa)

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Plauso ad Egea Music che distribuisce in Italia la ristampa di uno dei dischi più belli e introvabili di Gianmaria Testa. Lampo esce nel 1999, poco tempo prima che il cantautore piemontese oggi ex-ferroviere (ma allora ancora in attività) riesca piano piano anche in Italia a rompere quella cortina di fumo che qui da noi lo lasciava nel mare magnum dei semisconosciuti – mentre il pubblico francese già da tempo ne tributava i meriti – e che solo con l’ultimo lavoro “Da questa parte del mare”, uscito l’anno scorso, sembra essersi definitivamente dissolta.
Dodici le canzoni, di cui undici autografe e una presa in prestito da repertorio di Arthur H (Petite reine), dalle quali tutt’oggi Testa preleva buona parte delle scalette dei suoi concerti. Brani come Polvere di gesso, Gli amanti di Roma (con Riccardo Tesi e Rita Marcotulli rispettivamente all’organetto e pianoforte) e la stessa title-track sono infatti punti fermi delle sue esibizioni, e non è un caso, perché fatto un rapido bilancio anche all’interno della track-list del disco sono tra le migliori. Ad esse aggiungiamo anche la fibrillazione acustica de L’alberto del pane (che anticipa parzialmente le tematiche migratorie di “Da questa parte del mare”) e l’onirica Comete, a cui un arrangiamento davvero azzeccato conferisce quell’atmosfera da favola eterea perfetta per il testo.
Le restanti, poi, si difendono assai bene e dimostrano il marchio di una scrittura che dall’esordio di Montgolfières fino ad oggi è andata affinandosi, non lasciando nulla per strada in quanto ad ispirazione. Se qualcuno non conosce ancora Gianmaria Testa, cominci pure da qui. Se ne innamorerà in un Lampo.

Voto: 8.6
Brani migliori: Polvere di gesso, L’albero del pane, Comete.

Written by Luca

13/05/2008 at 09:53

La chiave del 20 – Uochi Toki & Eterea PostBong Band (Wallace, 2007)

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Nel gioco “Uochi Toki fanno rap, meta-rap o cos’altro” passiamo subito la mano. Napo dice cose, rimando geniale con abusi feticisti di metafore e osservazioni acute. Rico cola basi, minando il campo di piccole cluster rumorose e indocili. Vi basti questo come descrizione essenziale di cosa fanno i due alessandrini, giunti a casa Wallace per il loro quarto disco e questa volta in compagnia degli Eterea PostBong Band.
I primi tre lavori, usciti molto underground dal 2003 ad oggi (Vocapatch, Uochi Toki, Laze Biose) staccano di almeno un punto questo La chiave del 20, concept urticante su un sabato sera di Napo Rico e compagnia in una discoteca alla moda di una qualsivoglia provincia italiana (la chiave del titolo usata come pass, ovviamente). Il distacco però non evita ai due savonarola urbani di esibire il loro biglietto da visita cosparso di calce viva, ed il lavoro da entomologo di Napo trova pane per il suoi denti nel bestiario tendenziale di chi si brucia e fotte, ma con style. Rico, dal canto suo, imbastisce basi più compatte di un tempo, a volte sfiora la normalità ma si libera maggiormente nel finale coi bordoni scuri e industriali di Babek e l’epilessia da videogame di La colazione e i campioni.

«Quando c’è da fare il pirla in giro io mi metto in tiro»: Rotta per causa di Egon cita nel titolo un passato da cui nessuno ha più avuto scampo mentre la situazione cresce, in realismo e disadattamento, fino al culmine di In da club: «la pista è piena di ragazze che si notano come delle svastiche», «vado in bagno perché l’odore di merda mi ricorda che qui la gente è umana». L’humus logorroico da cui Napo pesca immagini, improperi, luoghi comuni e metafore spicca nella sua massima potenza espressiva: «venti euro, bella raga kebap per tutti!».
Gli perdoniamo i siparietti con vocine e situazioni casalinghe post-adolescenziali che pure Elio e compagnia si sono stancati di fare, anche perché ad inframmezzare alla grande ci pensano gli onnivori e bulimici Eterea, che impastano strumentali marmorei di rock, funky, dance e quant’altro (Scle-dance), simil-sirtaki plasticati e sardonici (Salsa bianca) e tessiture cinematiche con dovuti omaggi alle badalamentiane «musicazze» di Twin Peaks (Scle-trance). Tutto molto bello e benfatto, ci piacerebbe ritrovarli così vigorosi e dinamici in una prossima uscita autonoma. Per quanto riguarda gli Uochi: bravi ma più bravi un tempo. Certo che anche noi, però, siamo un po’ dei rompipalle.

Voto: 6.8
Brani migliori: In da club.  

Written by Luca

09/05/2008 at 16:36

Uno – Marlene Kuntz (Virgin, 2007)

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Ci sarà da divertirsi ad osservare l’umore del pubblico dei Marlene Kuntz quando dal prossimo gennaio troveremo le canzoni di Uno in mezzo a tutto il restante repertorio “classico” della band di Cuneo. Ci auguriamo di sbagliare, ma la reazione non sarà delle più entusiaste, almeno nel lì ed allora del rito live, dove certi brani, per una questione esistenziale fatta di frasi trascritte sui diari e versi mandati a memoria da urlare sotto il palco, non possono certamente mancare – e chi se ne importa delle esigenze artistiche di Godano e soci: noi vogliamo Sonica e non se ne parli più.

Uno fa selezione all’entrata, tira quella stoccata definitiva che da “Che cosa vedi” in poi i Marlene hanno cercato in modo sempre meno tentennante, consegnando ai posteri pure qualche mezzo capolavoro (il sottoscritto non finirà mai di adorare Bellezza) e rimanendo sempre su livelli più che accettabili. Le chitarre ci sono ancora tutte, ma a sorprendere è l’armamentario pop – un pop dalla grana nobile, di classe – che è stato costruito intorno alle canzoni, per merito di un gran lavoro in studio sugli arrangiamenti (in aiuto Cosma, Sciavolino agli archi e Maroccolo produttore) che presentandosi il più delle volte stratificati si lasciano scoprire man mano aumentino gli ascolti.
Archi e vibrafoni, elettronica (praticamente in tutti i pezzi) e pianoforte, scrittura che si arrotonda e in almeno cinque episodi sforna fatte e finite canzoni leggere ma nel senso marleniano del termine. E poi un’esigenza di cercare soluzioni sensibilmente diverse dal passato che sui sessanta minuti scarsi di Uno si gioca tutte le proprie carte, rischiando e a volte pagando la voglia di nuovo ma riscuotendo pure qualche episodio notevole: in pratica, cosa saranno i Marlene in futuro è probabilmente già scritto in queste dodici canzoni, senza che però esse riescano ogni volta a realizzare quanto promesso.

Le tre iniziali aprono al vertice, dopo sarà difficile eguagliarle. Canto ancheggia elegante ed un po’ allucinata tra beat e vibrafoni; Musa (ispirata dalla biografia di Nabokov scritta dalla moglie) lascia che il pianoforte di Paolo Conte s’insinui distinto e sornione in quella che del lotto è la prima pop-song leggera; 111 prende il via eterea e siderale, slacciandosi poi in rumori e claustrofobie con Godano a gigioneggiare demoniaco. Da lì in avanti si sta sulla difensiva con qualche buon sussulto: Canzone ecologica (testo da due poesie di Tiutcev e Mandel’stam) leviga e indolenzisce sul contrabbasso sottolineato di Greg Cohen; Fantasmi raddoppia le atmosfere d’oltretomba con una messinscena di ululati, theremin e voce gracchiante (Cave, Waits, fate un po’ voi); La ballata dell’ignavo apre sulla mano elettronica di Maroccolo spazi sinfonico-cinematici tra wurlitzer, grancassa, timpano e glockenspiel. Verso il finale invece i due tonfi più dolorosi: Sapore di miele, specie di cavalcata blues-rock che a quel punto proprio non ti aspetti, dimostra che quando Godano calca troppo la mano sul suo decadentismo fuori tempo massimo il rischio di cadere nel ridicolo c’è davvero; Stato d’animo (citazione da Nick Cave tra le righe) mischia e pasticcia tutti gli ingredienti usati fino a quel momento con istinti da guitar-band tenuti poco a freno.

Nulla di così grave comunque per un lavoro che, noi crediamo, rimarrà nella discografia del gruppo come un episodio importante nel suo essere di transizione. Se dovessimo etichettare oggi i Marlene Kuntz sottoscriveremmo a piene mani la definizione pop d’autore, in attesa che dei due termini d’etichetta sia il primo nei prossimi dischi ad essere ulteriormente calibrato. Per il secondo, che per noi significa anche e soprattutto ispirazione, sembra che questa, seppur altalenante, continui ad esserci. In attesa che dopo gli interventi nel booklet di alcuni scrittori a fianco dei testi (belli quelli di Scarpa e Lodoli) sia proprio Cristiano Godano (qui sotto le mentite spoglie di Ann Relke Mutz ed E. Kurf Zelmann, ovvero due anagrammi di Marlene Kuntz) ad esordire, per Rizzoli, sulla pagina scritta.

Voto: 6.5
Brani migliori: Musa, 111.

Written by Luca

09/05/2008 at 10:03

Come un fiore – Stefano Giaccone (La Locomotiva, 2007)

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Forse quando ci si accorgerà della rinascita di Stefano Giaccone dopo i Franti sarà ormai troppo tardi. Perché non capita sempre, e comunque a pochi, di infilare due dischi del genere uno dietro l’altro: “Tras Os Montes” dell’anno scorso e questo Come un fiore, che riprende l’intima nudità del suo predecessore in un concept sulla morte come accadimento estremamente doloroso ma naturale dell’esistenza di ognuno. Oltre al solito Dylan Fowler, ormai spalla fidata del nostro, partecipano Airportman, Art, Ale Malaffo e due Perturbazione, i quali mettono voci, strumenti, arrangiamenti e interi brani per una sorta di lavoro di gruppo che, non perdendo nulla in omogeneità, emerge comunque e soprattutto come un’opera di Giaccone.

Le storie che stanno dietro un disco sulla morte si possono benissimo immaginare, ancor più se nella maggior parte dei casi rispettano i crismi di certo folk anglo-americano che qui va per la maggiore, tra arrangiamenti sempre essenziali di acustiche e pianoforti con fiati, tastiere e percussioni ad alternarsi di contorno.
Amicizie finite troppo presto e senza una speranza ulteriore («il crocifisso sopra la barella è un semplice crocicchio di legno; / niente di diverso dal tuo corpo, ricomposto sopra la barella» in Cielo), oppure distrutte da accadimenti che lasciano senza fiato (la durissima Leo). E poi murder-ballad rumorose su omicidi d’amore (la title-track), scomparse di fratelli troppo lontani la cui normalità è ancora più sconfortante («da tre mesi mio fratello era morto / l’immondizia riempiva ogni stanza al soffitto / i regali nella carta imballati / regalati non sono mai stati» da Mio fratello minore) ed altre di degrado sociale (l’anti-tatcheriana Albion, emozionante cover del cantautore inglese Chris Wood) e soprattutto umano (L’uomo dentro).

Il tutto raccontato in maniera estremamente composta e senza alcun clamore, quasi come una presa d’atto difficile ma inevitabile a cui è possibile contrapporre solo il riparo della memoria. «Adesso sì / adesso che tu vai lontano / il mio pensiero / ti seguirà / sarò con te / dove sei» canta Giaccone in compagnia di Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione nella bellissima rilettura di Adesso sì di Endrigo. Un brano che,  posto proprio al centro del disco, rappresenta tutta la malinconia e la vitalità di chi, nonostante tutto, vuole continuare a (soprav)vivere.

Voto: 8.4
Brani migliori: Cielo, Mio fratello minore, Adesso sì.

Written by Luca

07/05/2008 at 15:19

Fine della storia – Francesco Camattini (Radar, 2007)

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La title-track non cita Fukuyama ma riscrive finali di fiabe a piacimento (qualcosa di simile fecero i Nomadi periodo Daolio ne “I ragazzi dell’Olivo”) e anche tutte le altre rubano e prendono in prestito da questo o quell’altro autore che quasi ci si fa una biblioteca: Auden, Dante, Leopardi, Calderon de La Barca, Ovidio (in latino). Francesco Camattini ha un certa confidenza con la letteratura ed i suoi pezzi se ne nutrono senza troppe remore di ostentazione, tanto che il rischio di risultare alla lunga un po’ libresco c’è. Qualcuno a questo proposito lo affiancherà al professor Vecchioni ed in effetti Fine della Storia, terzo lavoro dal 1999 ad oggi, è un classico disco di cantautorato italiano come tanti se ne producono in Italia ogni anno. Se non altro però viene difficile accostare Camattini ad un grande nome in particolare: la sua è una canzone d’autore con tutti gli stilemi del caso, le solite parole curatissime e la solita musica di contorno (jazz, swing, svisate tanghere, un calco rock d’occasione), ma è anche una canzone d’autore che cerca e in alcuni casi trova una sua autonomia. Contrabbasso, batteria, pianoforte e acustiche fanno il loro dovere, ad un certo momento spunta pure una banda festosa (Son felice), più in là un’orchestra intera che però spinge troppo sul lato melò del brano (La caduta rinnova la cacciata di Lucifero dal paradiso gonfiandola di non poca retorica). Sono tutte piccole variazioni che rendono l’ascolto piacevole e meno standardizzato del solito – come nel latino virato tango della frizzante Eco e Narciso – ma sono altre le strade da percorrere per lasciare sul campo qualcosa di importante. Riprovarci, dunque. Con la stessa dignità e un po’ più di coraggio.

Voto: 6.2
Brani migliori: Eco e Narciso.

Written by Luca

07/05/2008 at 12:04

Io non sono come te – Moltheni (La Tempesta/Venus, 2007)

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Vira deciso al folk, relegando in secondo piano le rotondità pop di “Toilette Memoria”, questo ep di Moltheni. Sei tracce (una strumentale) registrate tra Bologna e Milano e mixate a Göteborg da Kalle Gustaffson con l’aiuto di Josè Gonzales, che proprio al cantautore metà svedese metà argentino sembrano rifarsi a partire dal suono caldo ed estremamente intimo. Questa caratteristica, un odore di legno analogico che pervade tutti i pezzi, sembra essere la novità principale rispetto al recente passato del nostro, qui concentrato soprattutto sul versante melodico-ambientale dei pezzi. Batteria a casa, sono infatti mantra e puntinismi di rhodes a ricamare sulla chitarra acustica sempre arpeggiata, mentre la voce cerca sfumature medie, quasi pastello (un pastello naturalistico e per nulla naïf, come quello dell’immagine in copertina).
Insomma, disco con dietro un gran lavoro di colori e tonalità al fronte di un livello qualitativo dei pezzi che non raggiunge quello del proprio predecessore, lasciando comunque spazio ad alcuni episodi piacevoli. Dovendone scegliere due, optiamo per la delicata e ipnotica Montagna nera e la psichedelìa di voci stratificate un po’ alla Battiato di Io non io. Troppo poco? No, per un disco evidentemente complementare che, andando fino in fondo all’anima folk del suo autore, cerca di chiudere un percorso per rinnovarlo o addirittura per aprirne uno del tutto inedito. Dunque, dopo tanto peregrinare (da Sanremo al quasi ambient-pop passando per l’elettricità stoner) e un approdo saldo lungo queste coste, aspettiamo di sapere quale Moltheni ci riserverà il futuro.

Voto: 6.3
Brani migliori: Io non io.

Written by Luca

06/05/2008 at 15:50

Le ultime tracce di Mr. Tango – Quinto Stato (Midfinger/Venus Dischi, 2007)

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Rock italiano. Ovvero, come spesso accade, rimbalzare a più non posso tra Sonic Youth, dEUS, Marlene, Afterhours e via dicendo. Ci mettessimo a fare un censimento di quanti si sballottano tra i nomi sopra citati, probabilmente non finiremmo più: tanto sottobosco certo – perché quanti epigoni (epigoni di epigoni, a volte) sono arrivati alla fine anche solo uno scalino al di sotto degli imitati? – ma tanto sottobosco esteso per ettari ed ettari. Un loro appezzamento in mezzo a tutti questi campi l’hanno anche i Quinto Stato. Ma è un appezzamento ben tenuto, con la recinzioni pronte a fare entrare chi è giusto e a tener fuori chi farebbe danni, coltivato con poche varietà di verdura ma rigogliose. Passa ogni tanto dalle loro parti un vecchio (vecchio?) rocker italiano di nome Giorgio Canali, che per il raccolto di Le Ultime Tracce di Mr. Tango ha seguito tutte le fasi della lavorazione, e come al solito si sente.

Non c’è una rivoluzione in zona Quinto Stato – a quella dovevano pensare i braccianti di quel quadro (prima della nascita del Partito Democratico, s’intende) – ma la conferma che anche il rock italiano, pur derivativo quanto volete, con quelle due o tre cose a posto il suo dovere lo fa. Quelle due o tre cose a posto qui corrispondono alla resa cementizia di batteria, due chitarre e basso e soprattutto al songwriting di Giovanni Fanelli, bravo a declinare la concettosità dell’omonimo esordio (anno di raccolto duemilatre) in una serie di testi decisamente più viscerali e d’impatto. Aggiungete a tutto questo una dose al bilancino di volontaria teatralità che rimescola un po’ le carte e scalda quanto basta la barcollante Mr. Tango e la poliritmica Bacon, quindi ricordatevi che uno dei pezzi italiani dell’anno potreste trovarlo proprio tra queste dieci tracce. Si intitola Cani surgelati nello spazio e spara con la stessa rabbia apocalittica e disincantata di quel signore di sopra su tutte le porcherie che ci vediamo intorno. Le altre tracce non arrivano alle stesse altitudini ma delle dieci noi ne casseremmo solo una (Senza filtro fa un po’ troppo stereotipo rock, anche nel testo), riservando alle altre più dei tre canonici ascolti da recensione. Mica male per un disco di rock italiano. Ancor di più per un disco di rock italiano un po’ rimbalzino.

Voto: 7.4
Brani migliori: Bacon, Cani surgelati nello spazio.

Written by Luca

06/05/2008 at 09:57