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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for maggio 2008

Vago svanendo – John De Leo (Carosello Records, 2007)

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Ma non bastava un disco di semplici canzoni pop? E’ la prima domanda che potrebbe venirvi in mente ascoltando l’esordio di John De Leo, che arriva a tre anni dall’abbandono dei Quintorigo e dopo una serie di rifacimenti che ne hanno rinviato più volte l’uscita. Per “semplici canzoni pop” sia chiaro che non intendiamo quelle che in Vago Svanendo non ci sono, bensì quelle che ci sono ma non abbastanza rispetto agli undici episodi in scaletta, nei quali De Leo cerca di infilare tutti gli interessi e i campi che fino ad oggi ha frequentato, sperimentalismi inclusi. Eccolo il nodo: lo sperimentalismo. Non c’è una traccia in Vago Svanendo che non possa essere definita almeno un filo tale. Il problema però – lungi da noi l’essere a priori contro tutto ciò che in qualche modo è avant – è il senso di queste sperimentazioni. Sarà un caso, ma qui le cose migliori giungono da quei pezzi che recintano i tentativi sperimentali entro i saldi confini del caro vecchio pop. Pop tutt’altro che radiofonico, ci mancherebbe, ma davvero interessante soprattutto per le orecchie più curiose. Quando invece l’oggetto della traccia è la sperimentazione (che a noi pare) fine a sé stessa, allora Vago Svanendo ci sembra un disco che ha nel suo maggior pregio anche il suo maggior difetto.
Se non parlassimo, ovviamente, della voce potremmo dire che a volte De Leo si guarda troppo l’ombelico. Siccome di voce si tratta diciamo allora che l’ex Quintorigo si guarda troppo le corde vocali. Le accarezza, le tira, le porta giù nei bassi più gutturali e poi verso acuti quasi cristallini. E poi le fa dialogare coi fiati di alcuni bravi jazzisti che qui fanno da comprimari di lusso (Achille Succi, Marco Tamburini, Gianluca Petrella) stando ben attento che comunque al centro, solitarie o in compagnia (ma mai di spalla), ci siano sempre loro, le corde vocali.

Certo fanno impressione il vocal-drum nell’hip-hop sbilenco di Freak ship o le onomatopee che dialogano coi fiati in Canzo e Le chien et le flacon, così come non passa inosservata la chiosa virtuosistica di Spiega la vela. Ma volete paragonarle alla title-track, dove le aperture orchestrali evocative e il cantato volante fanno la corte a Modugno? Oppure all’irresistibile singolo Bambino marrone coi suoi strumenti giocattolo elettrizzati e i coretti che sostengono un ritornello assolutamente appiccicoso? Oppure ancora alla ripresa quintorighiana di Tilt (i fiati al posto degli archi, in pratica) che contende a Sinner (con la sua squadratura elettrica di marca Aidoru) la palma di pezzo più energico di tutto il disco? Bastavano delle semplici canzoni pop, ve lo ripetiamo. Che tanto John De Leo può cantare e ricantare di tutto, anche uno standard come Big Stuff senza sfigurare. L’importante è che oltre alla curiosità, il coraggio, la libertà (assoluta o quasi) – vedasi anche i due bei corti allegati in dvd: protagonisti oltre a De Leo, Stefano Benni e Alessandro Bergonzoni – ci sia in origine anche un senso da cui partire e a cui tornare dopo aver vagato come si vuole.

Voto: 6.5
Brani migliori: Bambino marrone.

Written by Luca

31/05/2008 at 10:01

I nasi buffi e la scrittura musicale – Gerardo Balestrieri (Intebeat/Egea, 2007)

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Ora, dopo aver ascoltato e riascoltato più volte l’esordio di Gerardo Balestrieri, io sarei proprio curioso di vedere com’è casa sua. Non tanto quante stanze ha, quanti bagni, se ha il garage o meno. No. Io vorrei sapere com’è il letto, come sono i mobili, cosa ha in frigorifero e soprattutto: se ha o meno un ripostiglio. Gerardo ce l’hai un ripostiglio? Perché se ti manca io penso che tu abbia qualche problema a muoverti per casa. Uno che fa un disco d’esordio e ci mette dentro così tanta roba, e tutta proveniente da posti così diversi e tutta davvero vissuta sulla pelle e non come artificio esotico portato dalle ultime vacanze solidali in Africa Centrale, qualche problema di spazio in casa deve averlo per forza. Uno così non può aver buttato via tutto. Uno che ha applicato alla vita vissuta fino ad oggi lo stesso adagio applicato al maiale, del quale come è noto non si butta via niente, deve avere la casa piena di oggetti. Ma non souvenir, proprio oggetti. Strumenti musicali, piatti, tappeti, maschere, spezie, sabbie, pietre, fiori secchi, dizionari, libri in dodici lingue diverse, orologi, stufe, almancchi. Ovunque. Da non riuscire a muoversi.

Leggetevi la biografia sul suo sito. Balestrieri non la dice tutta. Mancano un sacco di luoghi che ha visto, un sacco di cibi che ha mangiato, un sacco di profumi, suoni, musiche che ha annusato, sentito, ascoltato. Manca la geografia. Per uno così la geografia è biografia. E nemmeno I nasi buffi e la scrittura musicale riesce a raccontare tutto. Racconta un po’, con una manciata di canzoni che sono punti sulla cartina sui quali Balestrieri rimbalza come una biglia da flipper, portandosi via ogni volta qualcosa e infilando quel qualcosa nel qualcosa portato via da un altro posto. Se dovessimo dire da dove è partito diremmo che, come molti, Gerardo Balestrieri è partito ascoltando tanto Paolo Conte e Tom Waits. Ma lui in realtà non è partito, ha sempre viaggiato e basta, dunque Conte e Waits li ha ascoltati sì, ma in viaggio. E ad un certo punto del suo viaggio è arrivato in Salento e si è portato via una tammorra che ha messo in Saria con una manciata di versi da Salgari ubriaco («ditemi perché al sultano del Brunei / ieri gli bruciava un po’ il culo»). Poi è andato su in Francia, a Marsiglia, ma non prima di esser balzato indietro di una quarantina d’anni trovandosi d’improvviso al tavolo di un bar con Buscaglione (Furto ai nobili di Rue Berget). Un traghetto per la Grecia da Marsiglia lo si trova sempre e là – a Salonicco? A Kalamata? – ha pure imparato la lingua con cui canta Palamakia, una canzone tradizionale ellenica che dice tre cose tre ma è un concentrato di disperazione (per cosa? Per una donna, ovviamente). A Salonicco, o a Kalamata, una sera ha incontrato Nick Cave che stava cercando la strada per tornare al suo ufficio, dove ormai da alcuni anni scrive canzoni otto ore al giorno come un normale impiegato. Balestrieri, non sapendo nulla dell’ufficio, gli ha invece proposto di fare insieme a lui un giro per il Mediterraneo, prima meta la Turchia. In barca hanno scritto insieme la bellissima Quando il diavolo t’accarezza, con il cumbus turco a vergare patemi blues e il testo che gioca a ricombinare tra loro alcuni proverbi popolari – Cave, che di proverbi non sa niente, non ha poi firmato il testo ed è sceso al Cairo. Dalla Turchia riparti per il Mediterraneo, impara a suonare quella decina di strumenti tra darbouka, fisarmoniche e clarinetto e torna in Francia, dove ad aspettarti c’è Boris Vian che ti dice: dai, traduci in italiano La java des B. A. come la farebbe il primo De Andrè. Detto, fatto, eccola: un tre-quarti simil valzerino che a dirla giusta sembra anche un po’ Brassens. Poi viene l’inverno e allora serve una stufa. Si passano le Alpi e si scende in Piemonte a scaldarsi con il Blues del Putagè, che appunto è la stufa – perché scendere in Piemonte? Quell’«antico, svizzero, elefante» del testo sa ancora di Conte: bisogna pur tornare ad un certo punto per vedere come sta l’Avvocato.

E così ecco la trottola-Balestrieri, che però dopo tanto girare capisce che è il tempo di fermarsi. Il gusto nel niente e nel sorridere è un bilancio esistenziale e contemplativo che non sa di nulla in particolare se non della pasta di cui sono fatte le canzoni belle. Ma poi via di nuovo. Gli manca Vian, torna da lui, insieme vanno a Barcelone e la cantano con il fumo nella gola e il megafono davanti alla bocca. Lì a quel punto, quando Vian è tornato a casa e la solitudine lascia subentrare la fantasia, cosa ci vuole a partorire una ballata polverosa come Canto Sesto se una sera ti ritrovi a vedere un film di Sergio Leone con un libro di Ungaretti in mano mentre non ti lascia il ricordo di quella donna le cui movenze «fomentano la febbre»? Niente, ma poi finalmente si torna a casa. O meglio: si torna a Napoli, a cantare Fenesta vascia con in bocca un mezzo retrogusto di milonga, e si riparte ancora. Perchè la vera casa alla fine è la Francia, dove Balestrieri ritorna per cantare Baudelaire (L’ame du vin) e una maledizione che non troverai solo qui o là come un tessuto o una spezia, ma ovunque. E questo lo sa soprattutto Chi ha visto planare gli angeli, inno finale di un apolide che oltre ad essere intrinsecamente maudit è un animale «disadattato» e «antisociale». Dunque non è solo biografia la geografia, ma esistenza. Al prossimo disco chissà dove ci porterà Gerardo Balestrieri, chissà quante cose ancora da mostrarci in casa sua, chissà ancora quale maledizione.

Voto: 7.7
Brani migliori: Blues del Putagè, Quando il diavolo t’accarezza.

Written by Luca

21/05/2008 at 10:00

Live in Japan – Officina Zoè (Polosud, 2007)

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Nata all’inizio degli anni novanta, quindi ben prima dell’esplosione modaiola di taranta e simili, l’Officina Zoè festeggia nel 2007 il decennale del proprio esordio discografico (Terra, 1997) con un disco dal vivo registrato durante il tour giapponese del giugno scorso. Due date, a Tokio e Kyoto, qui riassunte in un lavoro prettamente antologico che illustra alla perfezione il carattere tradizionale della musica del gruppo, attento a riproporre il repertorio della pizzica salentina rispettandone i codici e l’immaginario. Nessuna avventurosa contaminazione quindi ma un approccio che, grazie anche alle ottime doti esecutive, punta tutto sull’atavica potenza comunicativa di uno stile che fa della visceralità e del ritmo i propri baluardi. L’Officina rivisita una manciata di tradizionali (tra i quali Santu Paulu, Kaly nifta, una rallentata e dolente Lu rusciu de lu mare) a cui aggiunge quattro brani autografi: l’inedito Ulìa bessu e poi Menevò, la bellissima Don Pizzica e Ijentu, questi ultimi tre ripresi dalle colonne sonore di due film di Edoardo Winspeare, Il Miracolo e il pluripremiato Sangue Vivo (opera fondamentale per chiunque voglia capirci davvero qualcosa sulla cultura salentina e i propri suoni).
Il pubblico giapponese sembra apprezzare, anche se appare del tutto bizzarro che assista al concerto completamente fermo – così ci pare di capire dalla registrazione. Ma d’altra parte la distanza, geografica e soprattutto culturale, è tanta e le tredici tracce di Live in Japan rimangono soprattutto un sostanzioso punto d’avvio per chi voglia conoscere uno dei migliori ensemble folk del nostro Paese.

Voto: 7.7
Brani migliori: Lu rusciu de lu mare, Don Pizzica.

Written by Luca

20/05/2008 at 16:34

Di rabbia e stelle – Roberto Vecchioni (Universal, 2007)

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L’ottima esperienza “a nudo” de Il Contastorie – un manciata di brani riarrangiati per solo pianoforte e contrabbasso da Patrizio Fariselli e Paolino Dalla Porta – non ha lasciato molte tracce nella musica di Roberto Vecchioni, che per Di rabbia e stelle torna alla formula degli ultimi (non troppo esaltanti) lavori, quella di un pop-rock a base di chitarre elettriche, tastiere e archi sovrarrangiato e iperlucido. Con Mauro Pagani dietro le manopole negli ultimi due dischi in studio prima di questo la faccenda era cambiata un po’, ma allora era stata l’ispirazione a mancare, soprattutto per lo sconfortante Rotary Club of Malindi, uno dei più bassi dell’intera carriera del Professore dopo un decennio, gli anni novanta, trascorso almeno a livello d’ispirazione in modo più che discreto.

Questo nuovo lavoro dunque doveva essere la riscossa, ed in effetti si percepisce nettamente come Vecchioni – reduce da un periodo non troppo facile a livello personale – ci abbia messo molto, sia in quanto a tempo che a impegno (tredici i brani), per realizzarlo. Peccato che quel molto impegno, i tredici brani appunto, insieme alla già citata tracotanza degli arrangiamenti siano le due palle al piede dell’opera, tanto che osservata la scaletta brano per brano risulta quasi matematica al termine dell’ascolto la corrispondenza tra brani brutti, o inutili, e i difetti di cui sopra.

L’ispirazione non dura tredici canzoni. Otto, o al massimo nove, avrebbero trasformato il disco non in un capolavoro ma in un ritorno convincente. Forse i drammi personali hanno reso la scrittura più essenziale di un tempo e i brani nel cassetto numericamente maggiori; forse Vecchioni ha deciso di puntare tutto sulla sincerità – la sincerità di raccontarsi totalmente, che qui si tocca davvero con mano anche nei passaggi meno riusciti. Sta di fatto che almeno tre tracce potevano essere tranquillamente scartate: La ragazza dal filo d’argento, col suo surrogato springsteeniano di elettriche-batteria-organo; Neanche se piangi in cinese, vano tentativo di raccontare in modo frizzante il tema dello sconforto esistenziale (altrove ricorrente con più fortuna) e Il violinista sul tetto, folk parecchio annacquato che la presenza di Teresa De Sio non riesce in alcun modo a resuscitare. A completare la lista poi almeno due brani rovinati da arrangiamenti troppo abbondanti o fuori rotta (inevitabilmente la produzione di Lucio Fabbri qualche grossa colpa ce l’ha). Sono Non lasciarmi andare via, che parte bene con spazzole ed acustica lievi e poi s’inzacchera in una melassa di archi (peccato, perché il testo è una richiesta d’aiuto forte e viscerale come poche) e Amore non amore, con i suoi bordoni d’organo ricamati da elettriche senza peso – anche se, a dirla tutta, quest’ultima poteva finire anche negli scarti per poca ispirazione.

Di contro le altre dimostrano un Vecchioni ancora vivo, vibrante, che riesce col mestiere laddove manca l’intuizione ma al contempo di intuizioni ne sparge ancora. La scrittura e il fraseggio melodico sono i suoi, tipici e distinguibili (cosa che, per ragionare ancora una volta su fronti opposti, diventa una zavorra quando la penna latita). Lo spessore emozionale è quello di un uomo disposto a confessarsi e bisognoso di farlo, che non rinuncia alla fissa della citazione cine-letteraria usata come spunto poetico o come semplice feticcio (Benni in Comici spaventati guerrieri, De Filippo in Questi fantasmi, Tolstoj ne Il cielo di Austerlitz, Jewison per Il violinista su tetto) e che scarnifica od esalta le vestiture a seconda della grana sentimentale dei pezzi. Comici spaventati guerrieri e Questi fantasmi scalciano d’affetto e d’indignazione rispettivamente a difesa dei giovani e contro i tanti brutti personaggi che infestano l’Italia; Mond lader riprende lo stesso fervore attraverso un dialetto milanese virato in seppia; Amico mio, Il sole di Austerlitz e Le rose blu – le prime due ben arrangiate da Fariselli – riportano Vecchioni su rotte da chansonnier confidenziale che snocciola uno dietro l’altro i suoi amori e le sue paure tra biografia, letteratura e spiritualità. Sono queste le tre vere zampate del disco, ma se confrontate al resto non risolvono quei nodi che l’autore di Luci a San Siro si porta appresso, come un cargo troppo pesante, da ormai troppi anni.

Voto: 5.4
Brani migliori: Comici spaventati guerrieri. 

Written by Luca

20/05/2008 at 09:56

Al Qantarah – Ammaraciccappa (CNI Music, 2007)

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Dietro la sigla Ammaraciccappa – traduzione: sono guai per chi ci capita sotto – ci sta Upapadia alias Umberto Papadia, poliedrico musicista esperto di percussioni della tradizione popolare del sud-Italia e del nord Africa nonché vitale collaboratore delle ultime produzioni di Teresa De Sio. Insieme a lui un branco di ottimi musicisti folk, sempre del Sud Italia, e il musicista elettronico Antonino Chiaromonte alias Emj_antonin. Come qualcuno avrà già intuito, gli Ammaraciccappa fanno musica popolare mediterranea contaminata dall’elettronica, sulla stessa onda di gruppi come i Nidi d’Arac. Electro-world, quindi? Se proprio ci tenete alle definizioni, sì. In altre parole: riprendere la musica popolare tradizionale e mischiarla con la musica popolare attuale, ovvero quella che si balla (o si dovrebbe ballare) nelle discoteche. Al Qantarah – traduzione: il ponte – unisce diverse provenienze (la taranta, la pizzica, la gnawa algerina e marocchina) a tutto ciò che una consolle e un pc hanno prodotto negli ultimi vent’anni di musica “non suonata”: house (a barlumi), trip-hop, trance. Il risultato è simile alle migliori cose dei già citati Nidi d’Arac, ma gli Ammaracicappa hanno una scrittura meno tonda, più aperta ad escursioni strumentali che danno al tutto un carattere spesso estatico (Montevecchio trance) e fortemente rituale. Proprio rito è la parola migliore per definire le nove composizioni del disco, dove voci salentine, africane, sarde (i vocalizzi gutturali di Iginio De Luca) attecchiscono a strutture ritmiche spartite tra beat, tammorra e marranzano, con sax, ciaramella, flauto e organetto a completare il tutto. Un impasto – passateci il termine – che dalla suggestiva riproposizione di Lu bene mio di Matteo Salvatore (con Peppe Voltarelli alla voce) ai quasi sei minuti di trip psichedelico-vocale di Canaja canaja mira a rinnovare ed unire linguaggi attraversando geografie differenti e tempi lontani.

Voto: 7.4
Brani migliori: Montevecchio Trance, Canaja Canaja.

Written by Luca

14/05/2008 at 14:04

Rock & Poems – Massimo Priviero (Universal, 2007)

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A solo un anno dal suo ultimo lavoro di canzoni autografe, Massimo Priviero pubblica una raccolta di cover di brani per lo più ripresi dallo sconfinato repertorio della musica americana del secolo scorso. Un’operazione che forse risente un po’ del fortunato progetto su Pete Seeger di Bruce Springsteen (e qui in chiusura c’è proprio We shall overcome) ma che mira soprattutto a delineare l’humus musicale, e culturale, da cui il cantautore veneziano proviene omaggiandolo con in più un filo di nostalgia – spiega infatti Priviero nelle note di stampa che sono proprio quelli in scaletta i brani che per tanti anni ha suonato ai bordi delle strade prima di fare il grande salto. Ecco allora sfilare una dietro l’altra classici di Dylan, Simon & Garfunkel, Waits, Springsteen, Eagles, Creedence Clearwater Revival accanto a brani storici come The great pretender (resa famosa dai Platters) e a tradizionali come Lily of the west e la già citata We shall overcome, oltre a due traduzioni in inglese di brani del titolare: Resistance (Dolce resistenza) e Marchin’On (Davai).

Di tutti gli autori citati Priviero, come già in passato, sembra subire particolarmente l’influenza di Springsteen, e Rock & Poems alla fine pare soprattutto un’ipotesi di come il Boss avrebbe riletto queste canzoni (ad eccezione della sua The promised land, ovviamente). Ma Priviero non è Springsteen e non riesce a dare al disco una forza che lo porti al di là dell’essere un semplice divertissement. Un divertissement passionale, ben suonato, ma inutile e anche un po’ pleonastico data la quantità di cover di Blowing in the wind o Desperado che sono state fatte fino ad oggi.
Piacerà dunque solo ai suoi fans? Crediamo proprio di sì. A meno che tutti gli altri, durante l’ascolto, si dimentichino delle versioni originali e si abbandonino al qui ed ora di un manipolo di brani che per la loro importanza artistica e storica rimarranno fondamentali chissà per quanto in futuro.

Voto: 5.3
Brani migliori: Marchin’On.

Written by Luca

14/05/2008 at 09:51

Aeroplani e angeli – Carla Boni (Autoprodotto, 2007)

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La Carla Boni in questione è proprio quella di Mambo Italiano e dei duetti con Gino Latilla. Classe 1925, questa signora delle canzone italiana più tradizionale festeggia nel 2007 i sessant’anni di carriera e lo fa con un nuovo disco realizzato insieme ad un manipolo di giovani autori italiani – Alessandro Orlando Graziano, Marco Bellotti, Stefano Pais, H.E.R. – che firmano per lei tutti i brani. Ma Aeroplani ed angeli non è un disco di pop italiano nel senso più conservatore del termine. La produzione di Graziano (che qualcuno ricorderà nell’estate del 1999 a cavallo dell’intrigante Da due ore non ti amo più) è piuttosto moderna, pop semi-elettronico ed elegante che starebbe benissimo addosso ad Alice o alla Patty Pravo degli ultimi tempi. E la signora Boni (che al di là di tutte le considerazioni storiche sul suo passato ha una gran voce: classica e sontuosa) ci sguazza alla grande, e pare divertirsi un mondo. Non le passa neanche per la testa di fare la ‘ggiovane che lavora coi ‘ggiovani. Semplicemente si propone per quello che è, una signora nel vero senso della parola che mette in gioco oggi la sua classe, con ironia e autenticità.

Aeroplani ed angeli prende il via dalle poche parole emozionate di Vorrei che fosse buio («vorrei che fosse buio perché non si vedesse l’emozione sul mio viso») che anticipano una title-track manifesto di quel che sarà poi, la voce ariosamente adagiata sulla melodia alla quale synth e chitarra disegnano intorno tappeti celesti. E si chiude con l’impasto di bordate sintetiche e frame vocali manipolati di Sui grattacieli del piacere, ultimo baluardo tradizionalista (il canto sporcato e deumanizzato) che la Boni abbatte. In mezzo è un climax ascendente di apertura al nuovo senza smarrimenti d’identità. Troppo giovane swinga ironizzando sull’età avanzata. La cover a cappella de I tre porcellini prende in giro un po’ tutto e tutti (la sperimentazione, l’essere interprete) con i suoi vocalizzi sovrapposti e l’ugola infantile. Stupida canzone è un gioiellino in zona Baustelle che dimostra cosa sarebbero stati quei duetti con Lattilla, qui sostituito dallo stesso Graziano anche autore del pezzo, se già allora fossero esistite canzoni così. Il mio nome, dalla penna di H.E.R., riflette sulla ricerca di una propria identità distendendosi incantata sull’alveo di una jazz ballad violino, pianoforte, tromba. Pistacchio e smog rockeggia scolasticamente e abbassa per un attimo la guardia fino a quel momento piuttosto alta. Prima della già citata chiusura, Portami in India è delle nove tracce la vera sorpresa, un manto etereo carnale di synth e harmonium con Battiato, Sorrenti, Eno a fare da guardia al testo eroticamente poetico.

Non un disco capolavoro Aeroplani e angeli – del resto ben altri sono passati da questi lidi molto prima – ma un disco capolavoro per Carla Boni, che a ottantadue anni si prende la soddisfazione di tornare alla musica senza nostalgie e riciclaggi ma di chi vive il presente con uno spirito da vera Diva.

Voto: 7.3
Brani migliori: Stupida canzone, Il mio nome.

Written by Luca

13/05/2008 at 16:08