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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

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Reveries – Paolo Conte (EastWest, 2003)

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Non possiamo dire che le raccolte antologiche non siano una buona manovra commerciale da parte delle case discografiche per racimolare un bel po’ di soldi spendendo poco a livello produttivo. Ma quando un’antologia ha la finezza musicale e l’estro di questa Reveries di Paolo Conte, l’affermazione di sopra decade, soggiogata dalla forza di uno dei più grandi talenti musicali che l’Italia abbia avuto negli ultimi cinquant’anni. Eppure Conte non è un autore molto frequentato dagli Italiani. Anche se canzoni come Azzurro (portata al trionfo da Celentano ma resa trepidante e godibilissima dallo stesso Conte nel live Tournèe del 1993) e Insieme a te non ci sto più (di recente morettiana ripresa) sono note a tutti, la popolarità conquistata in Italia da questo avvocato astigiano, e anche dal suo conterraneo ferroviere Gian Maria Testa, non è che una piccola cosa confrontata al successo trionfale attribuitogli fino ad oggi dal pubblico francese (le sue molteplici date all’Olympia di Parigi registrano un tutto esaurito anche sei mesi prima). E negli ultimi anni, con la pubblicazione nel 1998 di un Best of, è arrivata la consacrazione anche dall’esigentissimo pubblico americano. E proprio quest’ultima raccolta, disponibile anche nei nostri negozi, è rivolta agli ascoltatori d’oltreoceano: sedici pezzi (tra hit e canzoni particolarmente entusiasmanti per quel pubblico) quasi tutti risuonati e riarrangiati con la “big band” del recente e lungo tour (tre anni) portato in giro per il mondo dopo la pubblicazione, nel 2000, del bellissimo Razmataz.

La raccolta si apre con una sorta di inedito, la canzone che dà il titolo all’album, mai incisa in studio e  resa disponibile solo nel già citato Tournèe, qui proposta in una versione sorniona con al centro le delicata trame sonore del piano di Conte e del sax baritono di Massimo Pitzianti. Di seguito possiamo citare, tra le tante, Dancing, privata di quella leggera patina di suono anni ottanta che ne contrassegnava l’esecuzione originale (da Appunti di viaggio, 1982), a favore di un suono più dinamico, tutto percussioni-chitarra-fiati e Fuga all’inglese, che, forse meglio di tutti gli altri pezzi della raccolta, rappresenta le caratteristiche formali della scrittura di Conte, discreta e a tratti surreale (“il tempo passa anche sotto ai sofà, nemico numero uno degli aspirapolvere di tutta la città, è là che lui tiene la sua accademia, sotto lo sguardo vitreo dei bicchieri di Boemia.”) e, sotto l’aspetto tematico, per l’appunto direzionata da un impulso di fuga dalla modernità verso un mondo antico, quello gentile e appassionato dell’Italia del dopo guerra o quello artisticamente fervido della Parigi d’avanguardia degli anni venti. E proprio da queste realtà ormai perdute nasce l’uomo-macaco, goffamente innamorato di una donna sempre troppo inarrivabile e costretto a L’avance, traballante e sinuosa sul trombone di Rudy Migliardi: “voglio noccioline americane dalle tue mani vegetariane, forse fino a domani, ma tu mi vuoi?”; oppure gli amanti, quelli nascosti nei motel e in fuga dai rispettivi matrimoni, “scaraventati dall’amore in una stanza, mentre tutti intorno è pioggia, pioggia, pioggia e Francia…” (Parigi).
Chiudono la raccolta due delle più belle canzoni scritte da Conte: Diavolo rosso e Come mi vuoi?. La prima qui è ancora più travolgente, estasiante, spinta dalla forza aerea dei fiati (l’assolo centrale di Claudio Chiara vale l’intero disco), e dalla ritmica inarrestabile della chitarra di Daniele Dell’Olmo e dagli sprazzi percussivi di Daniele Di Gregorio, mentre il cantato di Conte si fa ancora più sospeso e imprevedibile. La seconda, con l’aggiunta di un quartetto d’archi, diviene più dolce e sensuale. E proprio in questo ultimo pezzo l’avvocato canta alcuni versi che, estrapolati, sembrano quasi un invito e una sintesi efficace della bellezza di questo lavoro: “metti forte che riempia la stanza d’incantesimi, spari e petardi”.

Voto: 8.6
Brani migliori: Reveries, L’avance, Diavolo Rosso.

Written by Luca

10/01/2008 at 11:50

Elegia – Paolo Conte (Warner, 2004)

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Alla fine l’aridità d’ispirazione non ha avuto il sopravvento e Paolo Conte dopo nove anni (e il bel progetto RazMataz in mezzo) torna a licenziare un disco di canzoni nuove dal titolo quantomai incisivo: Elegia. Cioè, a rigore di dizionario: “genere letterario di contenuto malinconico, triste, funebre”. Che alla soglia dei settantanni Conte decida di intitolare così un disco non è di certo un caso; se oltre a questo c’è nel disco stesso una canzone, prima ed omonima, che sembra voler tracciare un bilancio artistico ed esistenziale della vita di chi l’ha scritta, allora quello che potrebbe essere poco più di un titolo azzeccato può diventare la chiave di lettura dell’intera opera. Con questo non si vuole dire che Paolo Conte sia diventato improvvisamente un cantautore (italiano) classico, sull’onda dei Guccini o dei De Gregori, di certo però in Elegia all’usuale e nostalgico ricordo di un tempo che ormai non c’è più si accompagna, mai come ora, una certa tensione verso il futuro indefinito e, Chissà (“enigma…fantasia…”), verso ciò che sta dopo la vita futura. Insomma ci sono ancora, e ancora sono emozionanti, tutti i riferimenti culturali, le situazioni, i personaggi che hanno segnato la carriera artistica del cantautore astigiano (dalle avanguardie parigine di inizio secolo all’Italia degli anni cinquanta), ma qua e là si insinua un moto esistenziale, d’inquietudine profonda, più forte che in passato, presente nelle già citate Chissà ed Elegia (“cosa sarà di me?”), ma anche in Molto lontano, nella  vecchia tristezza di “una coppia in silenzio che beve l’assenzio del tempo ladron” de La nostalgia del Mocambo, o nelle parole scaccia-insonnia di Sonno elefante. Canzoni che, tra le altre cose, sono le migliori del disco insieme a pezzi più tipicamente contiani come Il regno del tango e Sandwich man.

Musicalmente poi è il “solito” Paolo Conte, egregio artigiano di melodie e finissimo arrangiatore, qui più chansonnier che jazzman (l’unico pezzo davvero jazzato è Frisco), accompagnato da musicisti di primordine (soprattutto ai fiati e alle percussioni) ma protagonista non invadente col pianoforte. E se un disco di Paolo Conte non è tale senza una canzone d’amore che scoraggi ogni speranzoso scrittore, qui c’è Bamboolah, così tanto amara, disperata e ciondolante da far ricordare Piero Ciampi, pur con tutte le necessarie differenze formali. L’accostamento potrà sembrare insolito, ma in Elegia scorre discretamente tra le righe, scavando a fondo, un intenso sentimento di morte.

Voto: 8.3
Brani migliori: Elegia, Molto lontano, Bamboolah.

Written by Luca

17/12/2007 at 14:50