Songwriters

recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 2008

L’aldiquà – Samuele Bersani (BMG Ricordi, 2006)

leave a comment »

Ho l’impressione che quando fra venti o trent’anni faremo un riassunto delle cose migliori fatte da Samuele Bersani nella sua carriera non ci ricorderemo de “L’aldiquà“. E non perché il sesto lavoro del cantautore romagnolo sia brutto. Tutt’altro. Ma perché esso stenta a spiccare il volo, privo com’è di quelle due o tre zampate che alla fine degli anni novanta ci hanno regalato del nostro almeno un paio di ottimi lavori – “Samuele Bersani” e “L’Oroscopo speciale” a detta del sottoscritto.

Qui il difetto è lo stesso del precedente “Caramella Smog”: una dopo l’altra le canzoni sono tutte almeno sufficienti ed alcune davvero belle, ma quasi nessuna è dotata di quello spleen tale da renderla memorabile. Non c’entra molto l’ispirazione e nemmeno il talento (entrambi certamente presenti), è piuttosto una questione di leggerezza, che da qualche tempo a questa parte Bersani sembra avere un po’ perso. Non è un caso che ne “L’aldiquà” le cose migliori vengano da quegli episodi più tipicamente pop, e per quanto riguarda i testi, quantitativamente più esigui e qualitativamente più diretti. Il mezzo rock acustico La prospettiva del pollo arrosto (pungente e amaro alla Ivan Graziani), o il samba-pop contagioso – ma dall’anima grigia e modernamente kafkiana – Lo scrutatore non votante, o ancora la commuovente Sicuro precariato sono infatti i brani che più ci ricordano il miglior Bersani, quello per intenderci di “Giudizi Universali” e “Replay”, la cui poeticità profonda e, appunto, lieve sapeva perfettamente raccontare il reale partendo da minuscoli particolari descritti per cosa effettivamente erano, senza eccessivi ermetismi e prolissità. Al contrario altri episodi (Lascia stare, Il maratoneta, Sogni), che spostandosi dalla sfera sociale a quella privata stringono fin troppo le maglie dei significati, risultando sterili e un po’ inconcludenti, e indeboliscono di molto – al limite della sonnolenza – la parte iniziale e finale del disco.

Eppure, nonostante questo, Bersani è all’apice della sua carriera artistico-umana. A dimostrarlo brani dalle tematiche complesse e rischiose come Occhiali rotti e Sicuro precariato: il primo narra la brutta vicenda del giornalista Enzo Baldoni ammazzato in Iraq, e lo fa attraverso una pop-song accattivante e gioiosa che piano piano si insinua sotto pelle inducendoci a cantarne quando meno ce lo aspettiamo parole durissime e disincantate; mentre il secondo racconta senza proclami e giudizi la rapida discesa di un insegnante precario da una fragilità solo lavorativa ad un’altrettanta instabilità che coinvolge tutta l’esistenza, sentimenti in primis. Due perle di grande forza comunicativa da cui forse Bersani dovrebbe ripartire per non rimanere in futuro “solo” quello di “Giudizi Universali”. 

Voto: 6.5
Brani migliori: Sicurio precariato. 

Written by Luca

31/01/2008 at 15:53

Watering Trees – Feldmann (Stoutmusic/Audioglobe, 2006)

leave a comment »

Chi ha apprezzato i due dischi fino ad oggi pubblicati da Pietro De Cristofaro alias Song For Ulan e le ultime cose di Cesare Basile non potrà non dare un ascolto a questo primo lavoro dei Feldmann, nome dietro cui si nasconde l’ex Puertorico/Loma Massimo Ferrarotto in compagnia di Tazio Iacobacci dei Tellaro. Watering Trees (che ospita lo stesso Basile alle chitarre) si muove infatti entro l’onda lunga del miglior cantautorato tradizionale americano – alternativo ma non solo – proponendo undici episodi in cui a far da padrone sono soprattutto le chitarre (acustiche, elettriche, steel) in un gioco continuo di intrecci curati e atmosferici che guardano tanto al blues più malinconico e meditativo (Black Eyes) quanto al pop più rotondo e newacousticheggiante (Come closer).
Il clima è quasi sempre crepuscolare e dolceamaro, l’ispirazione non certo deficitaria (anche per quanto riguarda le liriche, spartite quasi alla pari dal duo), Watering Trees sconta però sulla propria pelle il fatto di essere alla lunga un po’ troppo monocorde. Le canzoni scorrono piacevoli più per l’impatto generale che per la forza dei singoli episodi, e non a caso basta anche solo la mutazione di un minimo carattere per rendere tutto più interessante. Succede ad esempio per l’accento waitsiano di Bloos 354 o per quello country-desertico in area Howe Gelb di The Grass, gli episodi migliori di un lavoro ben fatto ma sempre un po’ a rischio sonnolenza.

Voto: 5.7
Brani migliori: The Grass.

Written by Luca

31/01/2008 at 08:26

Notturno Rozz – Stefano Piro (Autoprodotto/Deltadischi, 2006)

leave a comment »

In pochi probabilmente si ricorderanno dei Lythium, che a cavallo tra il 2000 e il 2001 passarono prima dal Festival di Sanremo con il brano “Noël” (ricevendone in cambio il più ovvio dei premi della critica) e pubblicarono poi per la Sony l’esordio “Amaro”. Il gruppo ligure di lì a poco si sciolse definitivamente e Stefano Piro, che di quella formazione era la voce e l’autore dei testi, pubblica oggi Notturno Rozz, esordio solista giocato nel bene e nel male sulle stesse coordinate delle origini.
Diciamo nel bene e nel male perché se è vero che oggi come allora il punto di forza della proposta dei Lythium e di Piro è un azzeccato miscuglio tra rock d’autore, jazz, reminescenze tanghere e lievi virate balcaniche – in un crocevia che guarda indistintamente a Cave e Piazzolla (qui omaggiato con una rilettura di Vuelvo al Sur), a Conte e ai primi La Crus, questi ultimi con le chitarre elettriche al posto della macchine – è vero allo stesso tempo che “Notturno Rozz” ha l’identico difetto del suo predecessore. Ovvero non contiene canzoni decisive che permettano al disco di durare.

La penna di Piro è cresciuta, nei testi ha limato certe ingenuità che azzoppavano non poco le canzoni passate e oggi si muove bene tra storie d’amore e disperazione dal taglio a volte bukowskiano; ma non trova ancora ispirazione a sufficienza da risultare davvero interessante. E difatti durante l’ascolto, grazie anche all’ottimo lavoro sugli arrangiamenti che mischiano con perizia chitarre rockeggianti e rhodes lunari, fiati da big band e sinuosi ottetti d’archi, a convincere è soprattutto l’atmosfera fumosamente notturna e a tratti quasi demoniaca (L’amor del male) che permea tutti i brani, ma non i brani in sé. Quelli, pur mantenendosi sempre su livelli buoni, sfiorano l’apice solo una o due volte (Odio il tempo, Suite di buona primavera) e lasciano infine a bocca asciutta chi è in cerca del capolavoro e trova invece un lavoro discreto e nulla più, ancora in attesa di quel salto determinante che ne consolidi i meriti.

Voto: 6.2
Brani migliori: Odio il tempo.

Written by Luca

30/01/2008 at 14:43

Tras os montes – Stefano Giaccone (La Locomotiva Dischi, 2006)

leave a comment »

Ci sono dischi che chiedono conto a chi li ascolta di come e di cosa si vive. Canzoni che domandano da che parte si sta e da che parte si vorrebbe/dovrebbe stare, ponendo questioni che vanno al di là delle bandiere e aspirano decise al cuore e alla coscienza. Non è politica, non quella dei partiti almeno, e non è neanche polis, quel “vivere civile” negli ultimi tempi quantomai deturpato che di arte civile oggi avrebbe immensamente bisogno: è soprattutto il «tentativo», disperato ma speranzoso, di «sconfiggere l’assurdità del mondo», citando le parole di Phil Ochs che accompagnano le canzoni di “Tutto quello che vediamo è qualcos’altro” ultimo disco solista (anno 2003) di Stefano Giaccone prima di “Tras os montes“. Lavoro, quest’ultimo dell’ex Franti, che dal «tentativo» ochsiano e dalle domande di cui parlavamo prima trae respiro e forza, riuscendo ad essere il miglior disco autoriale del nostro dall’esordio del 1998 (sotto l’acronimo Tony Buddenbrook) ad oggi.

Undici gli episodi di cui otto autografi, con due ottime riletture da repertori altrui (Senza sicura di Edoardo Cerea e La neve dei 24 Grana) e una “Totally yours” di John Doe  ben rifatta in italiano come Tuo per sempre. Undici canzoni poderose e schiette, cantate con una voce più che mai solida su pochi ma perfetti accordi folk-blues di chitarre acustiche e pianoforte che lasciano campo libero a trombe jazzate, archi e fulminee incursioni elettriche. Ottima l’opera di Giaccone sui testi, maggiormente compiuti rispetto al passato e debitori di una tensione morale che è tutta del De Andrè de “La Domenica delle Salme”, buono anche il lavoro di Dylan Fowler alla produzione e alla registrazione, questa volta davvero all’altezza dei brani in gioco.  

Quel giorno sposa Nick Drake al Guccini più crepuscolare in una commuovente riflessione sul disincanto e l’amarezza («E tutto quel che hai è quel riflesso d’estate / sulla tua bottiglia, in un campo di grano»); Falsa cronaca dell’abbandono e Ridere, unico episodio rockeggiante del combo, guardano rispettivamente a Fossati e al primo Finardi di scuola Cramps; Morecambe Bay, nel suo contrasto tra pietà acustica e inarrestabile violenza elettrica, è la più antiretorica e vera delle canzoni sull’immigrazione che ci è capitato; Canzone con dito medio e Nessuno chieda, i due capolavori dell’album, sono invece i brani che da tempo attendevamo su questi ultimi anni indecenti e su uno dei loro peggiori misfatti – la morte di Carlo Giuliani – di cui finalmente si dice l’unica cosa che dal primo momento si sarebbe dovuta dire: «Nessuno chieda il permesso di entrare / in una morte a vent’anni / per ricordare un volto o una voce / per il mestiere o per posare la croce».

“Tras os montes” è un disco senza sconti, sincero fino alla nudità e arcigno come lo sono le montagne del titolo. Non arriverà tanto facilmente sulle pagine dei giornali e probabilmente non occuperà neanche molti degli immensi spazi blogosferici della rete. Ma se ne avrete la possibilità non lasciatevelo scappare: di un disco così dovremo per forza tener conto quando sarà l’ora di decidere cosa ci ha entusiasmato in questo non troppo esaltante duemilasei. E a parte le classifiche, di un disco così tutti dovremmo tener conto allorché si provi ad essere individui un minimo coraggiosi e un minimo sinceri. Lo diceva bene Phil Ochs: «Anche se non puoi aspettarti di sconfiggere l’assurdità del mondo, puoi fare un tentativo. Questa è la moralità, questa è la religione, questa è l’arte, questa è la vita».

Written by Luca

30/01/2008 at 08:47

Pippo Pollina: “A noi ci piace così…”

leave a comment »

Troviamo Pippo Pollina e il suo gruppo alle prese con il sound-check e una presa elettrica che fa le bizze. La sua storia artistica è ormai nota – per chi non la conoscesse Pollina, fondatore degli Agricantus stanco della realtà culturale italiana, è emigrato nel 1985 in Svizzera e da lì dopo un periodo da musicista di strada ha riscosso via via un sempre maggiore successo che lo ha portato ad essere un artista importantissimo in terra elvetica e in Germania e a “tornare” musicalmente in Italia solo negli ultimi anni – “Bar Casablanca” è il suo diciannovesimo disco (ma solo il quinto edito anche in Italia) e nei giorni precedenti all’intervista Pollina era in Italia per una mini-serie di concerti di presentazione. La data di Milano è stata un’occasione per incontrarlo ed avere a che fare coi modi gentili di una persona veramente alla mano. 

Questa di stasera a Milano è la quinta data della tua mini-tournèe italiana. Ci vuoi fare un piccolo bilancio di com’è andata fino ad ora?
Malissimo! No scherzo… A Roma al Teatro Eliseo è andata benissimo; e anche a Mira, in provincia di Venezia, è andata bene. Invece ieri a Torino, al Folk Club, mi aspettavo qualcosa di più. Erano sei anni che non suonavo a Torino e inevitabilmente un’assenza così lunga la paghi un po’. Vedremo stasera qui a Milano, ma non sarà facile. Per me Milano non è mai stata una città facile.

“Bar Casablanca” è un lavoro molto eterogeneo, nelle influenze musicali come nei temi. Perché tra tutte le quattordici tracce hai scelto proprio “Bar Casablanca” come titolo?
Fondamentalmente perché suonava bene. Il nome di un disco di solito si sceglie tra due o tre titoli di pezzi che ti sembrano giusti per l’orecchio. Poi ci puoi trovare un infinità di motivi che diano un senso a quella scelta, ma spesso sono solo motivi di facciata. Pensandoci bene però dietro la scelta di “Bar Casablanca” c’è anche un motivo che va al di là della sonorità, ma il criterio di scelta primario è stato, appunto, la musica.

L’eterogeneità di “Bar Casablanca” si manifesta anche nella quantità di luoghi citati nelle canzoni (Norröra, Parigi, Montevideo, Vancouver…), tanto che è lecito pensare che i testi di questo disco derivino da un tuo diario di viaggio o siano essi stessi una specie di diario…
Buona parte delle canzoni di “Bar Casablanca” sono nate nei luoghi, come ad esempio “La pioggia di Vancouver”. Il viaggio all’interno di questo disco è una sorta di motore creativo, perché io viaggio sempre per portare in giro la mia musica. Ad ogni approdo c’è gente che ti aspetta, che ti comunica qualcosa: è quello, insieme al contatto effettivo con i luoghi, che fa scattare la molla creativa e il desiderio di suonare. Insomma io ho la fortuna di potermi alzare al mattino e domandare tra me e me “Chissà cosa mi succede oggi?” con più frequenza rispetto a chi fa un mestiere “qualunque”. E questo è un fattore importantissimo per ciò che faccio.

Ogni buon viaggiatore si porta almeno un libro appresso. E’ facilmente immaginabile il tuo amore per la letteratura, anche solo per aver dedicato alle tue passioni letterarie un intero disco (“Rossocuore”). C’è stata qualche lettura che ti ha influenzato durante questi viaggi e la scrittura delle relativa canzoni?
Sì, tantissime. Ti potrei dire John Fante, o Umberto Eco o i classici siciliani, che hanno dato un contributo importantissimo alla storia della letteratura italiana, penso ad esempio a uno come Gesualdo Bufalino. Tutti apporti fondamentali, però non ho la tendenza alla citazione. Preferisco farmi influenzare “a pelle”.

Avevo già accennato prima, parlando di eterogeneità, ai molteplici generi musicali che si avvicendano in “Bar Casablanca”: come si è svolto il lavoro di vestizione delle canzoni?
Il disco l’ho arrangiato io in prima persona. Quando abbiamo preso in mano gli strumenti avevo già le idee molto chiare su che taglio dare in generale ai pezzi. Poi ovviamente ho lasciato spazio ai consigli dei musicisti e ho pensato anche a quegli spazi che giustamente si meritavano per mettere in luce la loro preparazione tecnica.

Ne “La pioggia di Vancouver” racconti ciò che è successo alla magistratura italiana negli ultimi dieci anni. La tua posizione di italiano emigrato che guarda da fuori il suo paese ti permette, forse, di avere una posizione più lucida rispetto a chi le vicende le vive dall’interno. In poche parole, come vedi l’Italia? E come la vedono le persone che incontri ai tuoi concerti in Svizzera o in Germania?
Io l’Italia non la vedo soltanto da fuori, ci torno almeno una volta al mese e quindi la vivo. Sta di fatto che da fuori, come hai detto tu, l’Italia viene vista senza mezzi termini come una schifezza. Ma non si tratta tanto del luogo comune dell’Italia con la pizza e la mafia quanto dell’Italia governata da un uomo che ha un sacco di processi in corso e che per questo fatto dovrebbe quantomeno smettere di governare e rimettere il suo mandato. La gente in Germania e Svizzera trova assurdo che Berlusconi, coi guai giudiziari che si ritrova, rimanga al governo e nessuno dica niente. Da dentro invece il problema non è solo politico, ma culturale: l’Italia ha il Berlusconi che si merita, a noi sotto sotto piace avere Berlusconi al potere. Come nel film di Giordana “I cento passi” il rappresentante del partito comunista dice “A noi ci piace così, perché a noi ci piace essere sconfitti” così sono gli italiani: a noi Berlusconi piace e ce lo vogliamo tenere.

Dei quattoridici pezzi di “Bar Casablanca” uno è la cover de “La ballata della moda” di Luigi Tenco. Un pezzo che mi pare possa assumere per te un doppio significato, che va al di là del semplice omaggio…
Tenco è stato il mio primo grande amore italiano. Lo scoprii negli anni settanta, ero piccolino e mi procurai tutta la sua discografia e i pochi libri che parlavano di lui. Poi nel 1983, prima di una certa riabilitazione di Tenco in voga negli ultimi anni, feci a Palermo uno spettacolo tutto incentrato sulla sua figura che si intitolava “Tanto Tenco fa“. Ho scelto “La ballata della moda” perché è un pezzo minore e rifare canzoni che hanno già cantato più o meno tutti come “Mi sono innamorato di te” mi sembrava inutile. Certo, poi l’attualità della canzone in sé è tutta lì, basta ascoltarla.

Tenco insomma è stato per te, come per molti altri cantautori, una specie di padre artistico. A proposito di cantautori, secondo te come sta la categoria? C’è chi dice che sia da tempo ormai in un periodo di crisi irreversibile e ci sia il Premio Tenco a dimostralo…
Secondo me la categoria, al suo interno, sta bene. Il problema è che il mondo della musica italiana così come la penso io e tanti altri come me non ha più spazio per mostrarsi. Chi fa un disco nuovo e lo vuole promuovere non ha più visibilità, perché la televisione spazio non ne dà. E la televisione è diventata come la voce di dio: chi passa da lì esiste e chi non passa non è che si conosce poco: proprio non si conosce per nulla. Difatti chi anche è interessato ad un tipo di musica come la mia non sa dove andare a cercarsela e se chiedi a chi mi ascolta come mi hanno conosciuto, i più ti risponderanno che mi hanno conosciuto per sbaglio, magari ascoltandomi casualmente a casa di un amico.

“La luce di Norröra”, che apre “Bar Casablanca”, ha un arrangiamento fortemente evocativo, quasi cinematografico. Recentemente hai frequentato il cinema sia come attore che come autore della colonna sonora di un film dal titolo “Ricordare Anna”, ce ne vuoi parlare?
Da musicista l’essere alle prese con le immagini è molto diverso che dover musicare delle parole. La colonna sonora non deve aggiungere a ciò che è già nelle immagini, non deve comunicare. Deve piuttosto sottolineare quello che già si vede. Dal momento in cui una colonna sonora va al di là di questo suo compito, credo che sia una brutta colonna sonora. Parlo soprattutto per esperienza, senza avere particolari compositori che mi hanno ispirato: per “Ricordare Anna” ho ampliato, variandoli con l’orchestra, i temi di cinque miei canzoni. Per quando riguarda la recitazione è stata un’esperienza difficile ma bella, di certo la prima e l’ultima. Il risultato credo che lo potrete vedere presto anche in Italia.

Per finire volevo invitarti a fare un piccolo gioco: scegliere tra i dischi che possiamo ascoltare anche noi in Italia quello a cui sei più affezionato o che ti ha dato maggiori soddisfazioni, escludendo l’ultimo che, diciamo così, è troppo avvantaggiato
Mi spiace ma non penso di poter partecipare al gioco. Sono affezionato a tutti i miei album allo stesso modo, a “Bar Casablanca” come al primo che ho fatto. Mi succede questo perché io i miei dischi non li ascolto mai. “Rossocuore” è da quando è uscito che non lo ascolto, quindi più di cinque anni. “Bar Casablanca” lo sto ascoltando ora perché è nella fase-test di reazione del pubblico e io voglio capire profondamente come il pubblico reagisce alle canzoni che scrivo. Finita questa fase “di studio” anche “Bar Casablanca” non lo ascolterò per chissà quanto tempo.

Stasera a Milano, e poi?
Dopo la data di stasera ci sarà una lunga tournèe in Germania fino ad aprile, poi a maggio in Slovenia, Austria e di nuovo Italia. Altri progetti non ne ho: sono concentrato su questa lunga serie di concerti e non sono una persona che ama pianificare il futuro. Non ho nemmeno nuove canzoni nel cassetto: so che quando sarà il tempo giusto, arriveranno.

Written by Luca

29/01/2008 at 20:14

Live – Lino Cannavacciuolo (Marocco Music/Audioglobe, 2006)

leave a comment »

Dvd e libro celebrativi per Lino Cannavacciuolo. “Live” testimonia su video una delle tante esibizioni napoletane del violinista di Pozzuoli e della sua band, riassumendo in sole sette tracce quanto fatto fino ad oggi da solista (tre dischi pubblicati di cui uno, “Segesta”, ripreso dall’etichetta francese George V, la stessa dei “Buddha Bar”) e in svariate collaborazioni con artisti dalle stesse attitudini “contaminatorie”, tra cui Peppe Barra e Elena Ledda (che qui canta e fa i cori). La parte cartacea contiene invece  una bella presentazione di Flaviano De Luca e una serie di testimonianze di personaggi con i quali Cannavacciuolo ha lavorato o che lo hanno semplicemente conosciuto (ancora Barra e Ledda, ma anche Lella Costa, Enzo De Caro, Luca De Filippo e molti altri).

Giusto un lavoro del genere per un’artista che ha fatto solo tre dischi? Diremmo di sì nel caso di Cannavacciuolo, che di talento e idee ne ha da vendere. Influenze mediterranee delle più disparate si uniscono nella sua musica a lamentazioni tzigane, deviazioni classiche e leggeri sostegni elettronici, il tutto con un’attitudine spiccatamente melodrammatica e a suo modo pop, sorretta da una tecnica strumentale che sfrutta il violino in ogni suo aspetto (anche ritmico).
Peccato per la qualità delle riprese non eccezionale e per gli extra davvero ridotti (solo il video di “Partenza“, ad opera di Michele D’Auria). Ma il prodotto, che permette tra l’altro di osservare il carisma teatralizzante del nostro sul palco, vale comunque l’acquisto, soprattutto per chi ancora non conosce uno dei più importanti musicisti della scena world italiana.

Voto: 6.6
Brani migliori: Memento.

Written by Luca

25/01/2008 at 16:28

Chistionada de mei – Simona Salis (Upr/Edel, 2005)

leave a comment »

Esordio per Simona Salis, cantautrice sarda che nella sua lingua d’origine ha scritto i testi di questo disco. Chistionada de mei (tradotto: “Parla di me”) conta di dieci delicati bozzetti folk-acustici sorretti da una voce morbida al punto giusto – e buona anche nel costruire studiate trame vocali – e da arrangiamenti che sul filo delle chitarre si arricchiscono di ricercate vestiture ritmiche (ad opera del produttore Ivan Ciccarelli, già ottimamente al lavoro con Antonella Ruggiero) e degli interventi di Mark Harris al piano e di Phil Drummy ai fiati.
Tra leggere speziature brasiliane (la quasi bossa Su chi mi praxidi) e rimandi etnici non troppo incisivi (il flauto boliviano della title-track e l’udu di S’arriu de su coru) il disco scorre piacevolmente, e anche se episodi come Calat sa mii o S’omini potrebbero ricordare l’approccio vocale di Ginevra Di Marco piuttosto che di Patrizia Laquidara nel complesso Christionada de mei dimostra il buon livello di maturità della sua autrice, a cui oggi manca solo la canzone che le permetta di fare un vitale salto in avanti non solo qualitativo – qui ci prova, senza purtroppo riuscirvi del tutto, Su gherreri. Sarà per la prossima occasione, intanto godiamoci un esordio elegante e grazioso, che non fa certamente rimpiangere la poca personalità o addirittura il poco gusto di tanti altre recenti prime prove.

Voto: 6.2
Brani migliori: Su gherreri.

Written by Luca

25/01/2008 at 12:31