Songwriters

recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Posts Tagged ‘Basile Cesare

Storia di Caino – Cesare Basile (Urtovox/Audioglobe, 2008)

leave a comment »

Le canzoni di Cesare Basile hanno conosciuto la polvere e il dolore. Raccontano di sconfitti che nonostante tutto non si arrendono o di vincitori che hanno vinto la guerra sbagliata. Si nutrono di blues e folk, di letteratura e Bibbia, e trattano quest’ultima come un libro di storie prima che di fede affiancandolo ai grandi autori della letteratura americana (Faulkner, Steinbeck, McCarthy). La Storia di Caino e del suo lamento contro un Dio che lo costringe ad uccidere per far sì che lo noti titola quello che è forse il miglior disco pubblicato da Basile fino ad oggi, anche se il confronto con i due precedenti “Gran Calavera Elettrica” e “Hellequin Song” (su una discografia che conta in tutto sei titoli) lascia irrisolta la questione, visto il livello sul quale si è tenuto il cantautore catanese negli ultimi anni.

Qui Basile lascia parzialmente in secondo piano le chitarre elettriche che avevano caratterizzato il blues dei titoli sopra citati in favore di trame folk-acustiche che usano elettricità, violini, pianoforte e qualche strumento etnico (marranzano, kalimba, didjeridoo) come elementi complementari di una scrittura come sempre vivida ed elegante, che si fa trovare in splendida forma all’esatto punto di incontro tra De Andrè, Nick Cave e Hank Williams.
Produce ancora una volta John Parish e non è un caso che Robert Fisher dei Willard Grant Conspiracy presti la sua voce fuori dal tempo per cantare What else have I to spur me in to love: ascoltate le leggere pennellate gospel stese su una ballata come Sul mondo e sulle luci, il blues elettrico e rurale di Canto dell’osso, oppure la variazione country-rock in zona De Gregori di Il fiato corto di Milano, o ancora il bozzetto trotterellante e inquieto di Donna al pozzo (che riprende l’episodio biblico della Samaritana) e diteci voi dove sarebbe oggi Cesare Basile se solo fosse nato oltreoceano. Noi crediamo ad un passo dai più grandi, in compagnia dei vari Howe Gelb e Will Oldham che, nati sulla sponda giusta, grandi prima o poi lo diventeranno.

Voto: 8.5
Brani migliori: Sul mondo e sulle luci, Donna al pozzo, Il fiato corto di Milano.

Written by Luca

17/09/2009 at 08:08

Hellequin Song – Cesare Basile (Mescal, 2006)

leave a comment »

Non era facile eguagliare gli ottimi risultati ottenuti tre anni or sono con Gran Calavera Elettrica, l’album della maturazione e affermazione di Cesare Basile come uno tra i migliori “nuovi” cantautori italiani. Tralasciando il fatto che quel disco conteneva più delle solite due o tre canzoni da ricordare, esso apriva di fatto nell’avventura musicale del nostro uno squarcio tanto nuovo quanto fecondo. Eppure Hellequin Song – stessa (fondamentale) produzione del precedente (Mr. John Parish), stesso manipolo di musicisti (arricchito però da nuove presenze: Giorgia Poli, Michela Manfroi, Jean Marc Butty, Stefan Kamil Carlens) – ce la fa. Seppur di poco sposta l’arte di Basile verso spazi a lui ancora più consoni, trasformando il mezzo miracolo del disco precedente in un capolavoro vero e proprio. In poche parole: siamo all’apice.

A mutare non sono i luoghi – stiamo sempre tra folk e rock, tra Sicilia carnale e America desertica – ma i toni: più confidenziali, silenziosi; intimi non solo nei temi (come è sempre stato) ma anche nelle voci. Quelle voci che sono le voci dei fantasmi che hanno ispirato le canzoni di Hellequin Song (come l’Arlecchino principe dei morti della title-track) e che come tali trovano la miglior definizione nel loro essere vicini a chi ascolta, quasi sussurrati e incorporei.

Allora via gli archi; spazio a banjo e chitarre acustiche – non a discapito però di quelle elettriche, che qui ricamano soprattutto rumori e feedback; e poi tanto organo e pianoforte, che quando incontrano la voce di Basile – mai così matura come oggi – lasciano una sola cosa, la stessa che appunto ci lascia un’apparizione di fantasmi: i brividi.

Certo, tutto questo non basterebbe se non ci fossero le canzoni e il songwriting esperto e letterario del loro autore. Tirate le somme la palma di miglior brano del disco va pari merito alla sferragliante Fratello Gentile (una locomotiva di rabbia e dolore tra Lanegan e Cave); alla già citata title-track, ritratto perfetto della poetica tragica di Basile; e a Ceaseless and fierce, vetta interpretativa e “classico” dal pathos irresistibile. Ma anche il trequarti tierseniano de Il deserto, il blues sciamanico Dite al corvo che va tutto bene e il piano voce quasi da chansonnier di Usa tutto l’amore che porto (anche Fossati qui starebbe a guardare) testimoniano l’eccezionale levatura di un cantautore che oggi ha tutti numeri, e ormai anche tutte le prerogative, per andare ancora molto molto lontano. Ma per ora gustiamoci quello che probabilmente sarà uno dei migliori dischi del duemilasei.

Voto: 8.5
Brani migliori: Fratello Gentile, Ceaseless and fierce, Dite al corvo che va tutto bene.

Written by Luca

30/11/2007 at 17:37