Songwriters

recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for dicembre 8th, 2007

M’Barka Ben Taleb – Altocalore (Marocco Music – 2005)

leave a comment »

I più attenti  forse ricorderanno la figura e la voce di M’Barka Ben Taleb accanto ad Eugenio Bennato nel progetto Taranta Power. La cantante, danzatrice e percussionista tunisina vanta una serie di collaborazioni con artisti napoletani – oltre a Bennato, Tony Esposito e Pietra Montecorvino – che fondono la tradizione dei propri luoghi d’origine alle più svariate sonorità del bacino mediterraneo. Proprio di questa apertura al Mare si nutre Altocalore con un occhio di riguardo però alla cultura arabo-nordafricana, da cui la Taleb riprende oltre ad alcuni stilemi tradizionali le atmosfere e la lingua (le canzoni sono cantate in arabo), unendo il tutto ad una corposa matrice elettronica che potrà ricordare agli appassionati del genere gli ultimi lavori di Peppe Barra – non è casuale la presenza di Mario Conte e Lino Canavacciuolo tra i crediti – se non addirittura gli Agricantus.

Oud e programmazioni, ciaramelle e violoncelli, bouzouki e synth alternano travolgenti preghiere di piazza (Yawi) a scorribande quasi da dancefloor (Farah). Ma se l’intento è in tutto e per tutto popolaresco, il ricordo di certi surrogati in stile Buddha Bar si fa vivo e minaccioso più volte (gli strumentali Al Fager e Tozeur), non evitando peraltro qualche traccia decisamente sottotono (Zuru Zuru Napoli con la voce salmastra di Gigi Finizio) e un clima di più generale appiattimento che solo occasionalmente riprende vigore (la title-track, pur ricordandoci a tratti un Manu Chao in trasferta a Tunisi, si segnala per vitalità e passione).

La reinterpretazione in arabo di Indifferentemente e il tradizionale Dayrbik – con il grande Abdullah Chhadeh al qanun (un’arpa trapezoidale dal suono atavico) – inducono a concludere che la voce sensuale e lamentevole di M’Barka Ben Taleb avrebbe forse preteso canzoni più veraci e originarie, non necessariamente di provenienza araba ma prive di quel sentore didascalico che purtroppo pervade quasi tutto Altocalore.

Voto: 5.5
Brani migliori: Indifferentemente, Dayrbik.

Annunci

Written by Luca

08/12/2007 at 19:04

Amargura – Elena Ledda (Marocco Music, 2005)

with one comment

Parli di Elena Ledda e della sua musica e sei costretto ad usare parole che chi legge avrà sentito almeno un migliaio di volte: la musica di Elena Ledda è struggente, dolorosa, profonda. Che novità: musica o non musica, mainstream o no, tutto oggi è drammatico e struggente; tutto è straordinariamente sincero; tutto è incredibilmente profondo. E allora dire struggente-dolorosa-profonda è come aver compiuto un abuso, è come non aver detto niente. Ma Elena Ledda ha la fortuna di poter superare le parole e annichilire le definizioni (plastificate come la musica che definiscono, irritanti per la tracotanza con cui vengono propinate). Elena Ledda, la sua voce, le sue canzoni possiedono la verità del cuore, quell’Autenticità che – udite, udite – esiste ancora e ancora pulsa incessante, seppur in situazioni poco pubblicizzate come lo è Amargura, il suo ottavo album.
Elena Ledda è di Selargius, vicino a Cagliari; è un soprano appassionato della musica (i cantadores) e della limba (la lingua) della sua terra, la Sardegna. Partendo da queste premesse e con l’aiuto del maestro Lino Canavacciuolo e della tromba di Paolo Fresu (quest’ultimo in verità non così peculiare) Elena Ledda canta la sua amargura, l’amarezza. Le sue canzoni sono vere e proprie lamentazioni, inarrestabili passaggi di sofferenza con punte di disperazione, o ferite lievi ma continue, che travalicando l’oscurità della lingua scontornano il cuore, lo solcano, gli danno comprensione e verità. Dalla ninnananna via via sempre più travolgente di Carinnius alle indesiderate riflessioni della delicata title-track o di In s’ora – passando per quel urlo di eroicità inaspettatamente ritrovata in un pezzo come Nights in white satin (traduzione dell’originale dei Moody Blues, in italiano la fiacca Ho difeso il mio amore) – Amargura è un denso percorso verso la massima lamentazione finale di Tre mamas, traduzione in sardo di Tre madri di Fabrizio De Andrè. La voce della Ledda che dialoga con il violino prefico di Lino Canavacciuolo rianima pienamente la tragedia di una donna costretta ad accettare la privazione di un figlio. Difficile immaginarne una versione migliore: a chi ascolta non resta che abbandonarsi ad una forte, fortissima arresa.

Voto: 8.6
Brani migliori: Amargura, Nights in white satin, Tre mamas.

Written by Luca

08/12/2007 at 09:14