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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Lo.Mo: ripartire dopo i Bartok nonostante tutto

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Anche se è errato considerarli dei veri e propri esordienti – i tre quinti del gruppo sono stati la base portante dei disciolti Bartok – i Lo.Mo con “Camere da riordinare” hanno messo a segno una delle più interessanti prime prove di quest’anno. Abbiamo parlato del disco d’esordio e di altro con Roberto Binda, cantante e autore dei testi del gruppo ma anche venditore di dischi in un negozio di Varese.

I Bartok si sono sciolti a metà 2004, i Lo.Mo nascono di lì a pochi mesi. Da cosa ha preso il via l’idea di un nuovo progetto?
Nei Bartok al tempo ci furono due defezioni. Pianoforte e violoncellista andarono a vivere da un’altra parte. Volevamo comunque continuare ma era inutile tenere lo stesso nome perché chi se ne era andato aveva una parte fondamentale nelle dinamiche del gruppo. Allo stesso tempo sapevamo che, per come siamo caratterialmente, smettere per un periodo poteva voler dire smettere per sempre. Allora all’inizio provammo diverse soluzioni per tentare di capire che strada potevamo prendere. Poi l’innesto di Paolo (Zangara, ndr), che era il chitarristi degli IK14, e successivamente l’incontro piuttosto casuale con Darren (Cinque, ndr) hanno dato vita e forma al progetto Lo.Mo.

L’innesto di due nuovi elementi ha cambiato qualcosa nei vostri metodi di lavoro?
Senza Paolo e Darren avevamo un approccio molto simile a quello dei Bartok perché comunque quando una band rimane coi tre quinti della stessa formazione di prima l’approccio rimane lo stesso. Successivamente insieme a loro due il modo di lavorare è cambiato. Non ci siamo affidati più all’improvvisazione come coi Bartok – si arrivava in studio senza qualcosa di già pronto e si suonava a ruota libera plasmando il risultato finale – ma abbiamo fatto un lavoro a due sulle canzoni, io e io chitarrista o io e il pianista, che poi è stato rielaborato da tutto il gruppo in studio. “Camere da riordinare” è un disco nato in maniera più cantautoriale rispetto al passato, anche se poi trascorsa la prima tappa del disco il metodo è cambiato di nuovo: oggi lavoriamo più da gruppo che da cantautori.    

Le canzoni di “Camere da riordinare” sono nate prima o dopo la fine dei Bartok?
Sono nate in seguito, in un lasso di tempo molto breve, perchè avevamo proprio bisogno di chiudere una fase e aprirne un’altra in maniera velocissima, senza troppe mediazioni.

Il passaggio dal primo al secondo gruppo è coinciso con il passaggio dall’inglese all’italiano.
Questa è stata un po’ una scommessa. Già quindici anni fa io e Tommy (Canal, ndr) avevamo un gruppo che si chiamava Ashpodel e durante i primi periodi facevamo pezzi in italiano. Poi quando era stata la volta di andare a registrare in studio il primo disco eravamo passati all’inglese, che poi abbiamo tenuto anche per i Bartok. Tornare coi Lo.Mo all’italiano è stato un po’ come tornare agli esordi.

Qualche difficoltà?
No, nessuna. Per il mio modo di cantare, che è poi un modo di cantare molto semplice perchè la mia voce non mi permette grandi escursioni vocali, non è stato particolarmente difficile. L’unica cosa è che con l’italiano sei un po’ più scoperto perchè sei più comprensibile.

Nell’economia delle canzoni sembra centrale l’apporto del pianoforte.
Darren per i Lo.Mo è sicuramente un apporto fondamentale perchè il pianoforte ci mancava molto, i Bartok stessi si poggiavano molto su questo strumento. Rispetto a Loris, Darren lui è più melodico. E ciò ha dato quel qualcosa in più ai pezzi, che spesso sono nati chitarra e voce. La centralità del pianoforte è frutto di una scelta anche produttiva, determinata insieme ad Hugo Race. Abbiamo dato più spazio al piano come volume di registrazione rispetto agli altri strumenti perchè caratterizzava maggiormente il suono in una direzione più originale.

Approposito di Race: vista l’atmosfera dei vostri brani è il produttore perfetto per il disco…
La scelta del produttore è fondamentale perchè i gruppi molto spesso non sono in grado di autoprodursi, hanno una preparazione che si limita al saper suonare e registrare i pezzi ma non hanno la capacità di capire e realizzare il suono che hanno in testa. Hugo ha decisamente marchiato il disco, volevamo quel tipo di atmosfere che troviamo anche nei suoi lavori e lui ci ha aiutato a trovarle. Lo abbiamo contattato noi mandandogli i provini di pezzi senza batteria e senza basso, solo con le guide melodiche. Lui ci ha fatto un controproposta su come vedeva la produzione di quei brani e a noi è andata bene.

Ad un primo ascolto di “Camere da riordinare” balza subito all’orecchio la forte somiglianza della tua voce con quella di Joe dei La Crus. Credi che ciò sia un vantaggio o uno svantaggio?
Musicalmente noi e i La Crus siamo molto diversi. Nonostante io e Joe siamo amici da vent’anni e il nostro background musicale sia molto comune, la sua direzione musicale è estremamente diversa dalla. I Lo.Mo sono più orientati verso il rock; i La Crus sono più cantautoriali ed elettronici, anche in modo raffinato e attento alle mode. E’ inevitabile però che partendo dagli stessi riferimenti e con la lingua italiana di mezzo possa risultare simile il modo di interpretare e cantare. Io comunque ho una voce più profonda, più frontale; lui più duttile, da interprete: cioè io canto peggio e lui canta meglio (ride, ndr)! La somiglianza della voce per me è uno svantaggio, per il semplice fatto che lui è arrivato prima. La gente sente questa somiglianza, Joe ha una storia musicale più forte della mia ed io, inevitabilmente, risulto derivativo da lui.

Mi sembra palese però che il tuo non è assolutamente uno scimmiottamento: hai quella voce e con quella canti.
Sì, è più evidente un mio scimmiottamento verso Leonard Cohen o Nick Cave o quel tipo di artisti piuttosto che Joe…

Una cosa che invece avete in comune coi La Crus ma anche con altri gruppi dell’indie italiano è un il recupero del cantautorato italiano tradizionale.
Credo che sia assolutamente inevitabile misurarsi con le cose italiane perchè il metodo di scrittura dei pezzi è estremamente diverso da quello anglosassone. Pur essendo ancora forte l’influenza della musica che hai ascoltato fin da giovane, quando vuoi scrivere canzoni nella tua lingua devi per forza guardarti in casa, fare tesoro di quello che di buono l’Italia ha prodotto negli anni ‘60 e ‘70 e mischiarlo soprattutto con l’attitudine del mondo anglosassone, che è quello che è sempre mancato alla musica italiana. L’equilibrio non è sempre facile perchè le metriche dell’italiano sono molto più vicine alla canzone pop che al rock. L’italiano è meno adatto ad essere troncato, è meno rock’n’roll.

Questo tentativo di unire Italia e Inghilterra sta aprendo alla canzone d’autore nuove vie, prima quasi inimmaginabili…
Sì, il tentativo c’è. Ma non c’è il mercato.

E neanche il riconoscimento. Penso al Premio Tenco che è finito pochi giorni fa. Mi sembra abbastanza limitante che, a parte i La Crus, gente come Basile, Benvegnù, Parente non sia ancora stata invitata su quel palco. E ancora più anomalo è il fatto che quest’anno il premio come “Miglior disco d’esordio” sia andato ex-aequo a gente come L’Aura, Veronica Marchi, Meg, Povia e Stefano Vergani. Con tutto il rispetto per questi artisti, se chi vota al Tenco si fosse ascoltato più dischi forse il premio sarebbe riuscito a fotografare con più esattezza lo stato della musica italiana, che quest’anno ha visto esordire cose certamente migliori di quelle.  
Al di là dei gusti personali, i primi nomi che hai citato sono interpreti. E’ paradossale che il Premio Tenco, un festival nato per omaggiare un autore, premi come miglior esordio degli interpreti ottimi che però non sono autori.

Sì, solo gli ultimi due sono autori e il premio dovrebbe concentrarsi soprattutto sulla canzone d’autore…
Sennò facciamo il Festivalbar! Se pensiamo poi che un tempo il premio è andato a Capossela

Dall’altra parte invece continua ad esistere, seppur faticando, la scena indie italiana. Tu nel doppio ruolo di musicista e venditore di dischi come la vedi?
Io ho un’idea molto negativa di quello che sta succedendo in Italia, ma non dal punto di vista qualitativo. Quando io ho iniziato ad avere i miei primi gruppi c’erano difficoltà oggettive: si suonava spesso in centri sociali con situazioni tecniche grottesche, i soldi che giravano erano solo rimborsi e neanche tanto grandi, e così via. Poi c’è stato un momento in cui, anche grazie all’ondata dei primi gruppi che hanno funzionato come Afterhours e Marlene Kuntz sono stati aperti parecchi club, le situazioni tecniche sono migliorate, anche il modo di registrare i dischi è migliorato (se tu senti dischi prodotto a cavallo tra anni ’80 e ’90 ci potrai trovare anche delle belle canzoni ma registrare in modo a volte imbarazzante). A quel punto c’è stata la grande stagione delle nuove etichette indipendenti come Homesleep o Gammapop che avevano gruppi un’attitudine diversa rispetto agli After o ai Marlene ma con delle possibilità di avere lo stesso un  pubblico e di guardare anche verso l’estero. Penso ai Giardini di Mirò, ai Julie’s Haircut, agli One Dimensional Man, agli stessi Bartok. Quella secondo me è stata la stagione migliore ma è durata giusto due o tre anni: andavi a suonare in tutta Italia, avevi uno zoccolo di gente che ti seguiva e avevi l’illusione di poter fare qualcosa d’importante anche fuori confine. Oggi vedo che è precipitato tutto: Homesleep ha ridotto drasticamente i propri numeri, Gammapop è sparita, la Ghost Records fa molta fatica; poi i club sono sempre meno, i soldi a disposizione anche, e realizzare un disco seriamente costa sempre di più, con l’aggravante che le vendite sono esattamente la metà di quanto lo erano qualche anno fa.

Ed invece secondo te la qualità è alta…
Sì, la qualità delle produzioni è rimasta alta. Però ad esempio venerdì sono andato al Jail di Legnano a vedere i Franklin Delano e c’erano cinquanta persone. Non che i Franklin non siano una bella proposta, anzi. Ma la verità è che quello è il loro pubblico. Tranne casi eccezionali, come di recente i Marta Sui Tubi, il pubblico è quello. Si sta tornando alla vecchia situazione: impossibilità di spostarsi a suonare in giro con cachet decenti, difficoltà a produrre un disco quando hai a disposizione cinquemila euro che sono poi irrecuperabili perché al massimo vendi cinquecento copie. Io la situazione la vedo molto negativa, non tanto per la qualità, ma proprio per le difficoltà del mercato.

Ma non trovi che escano troppi dischi?
Escono troppi dischi, probabilmente anche il nostro è uno dei troppi (ride, ndr)! La produzione indiscriminata di dischi c’è in tutti i paesi e da molti anni, è diventato molto facile registrare in casa. Ma i dischi che poi finiscono sul mercato sono comunque sempre di meno di quelli che vengono realizzati: una selezione naturale a questo livello c’è già. Sta di fatto che pochi giorni fa leggevo la selezione dei trentacinque dischi per il “Premio Fuori dal Mucchio” e nonostante sia un addetto ai lavori conoscevo all’incirca sei o sette titoli su un centinaio di esordi che, al di là della selezione del premio, escono ogni anno. Si spera sempre che un gruppo prima di arrivare all’esordio maturi lentamente e non butti il proprio lavoro nel nulla facendo un disco ancora in fase acerba. Per contrastare le uscite eccessive non vedo comunque una soluzione reale più efficace della selezione del mercato.

Mentre per quanto riguarda il pubblico?
Uno dei grossi limiti dell’indie italiano è che il pubblico è composto quasi esclusivamente dagli stessi musicisti che compongono la scena. I dischi ce li si scambia tra gente che suona e i concerti ce li si va vedere tra gente che suona. Non si riesce mai ad aprirsi ad altri tipi di mercati e ad altri tipi di persone.

Quindi il tuo giudizio, per concludere, è totalmente negativo.
La mia speranza è che si riduca sempre di più la frattura tra musica indipendente e pubblico. Io guardo sempre con molta ammirazione al lavoro fatto da Afterhours, La Crus e Marlene nel tentare di rendere sempre più sottile questo gap. Un musicista dovrebbe porsi tra i primi obbiettivi quello di far arrivare la propria musica a più gente possibile. Si dovrebbero evitare le guerre di chi ti accusa di esserti venduto solo per aver partecipato ad una trasmissione televisiva per promuovere un disco. Sono guerre tra poveri, che stanno diventando sempre di più guerre tra miserabili. Se andremo avanti di questo passo continueremo solo a chiuderci e a suonarcele e a cantarcele tutti insieme appassionatamente.

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Written by Luca

27/12/2007 a 16:47

Pubblicato su intervista, interviste, LoMo, musica

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