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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for giugno 2008

Le labbra – Paolo Benvegnù (La Pioggia Dischi/Venus, 2008)

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Altro che Parental Advisory. Dovrebbero scrivere “Attenzione, disco che fa male” sulle copertine di certi cd. Un’etichetta così se la meriterebbe sicuramente il secondo lavoro di Paolo Benvegnù. Le Labbra vi prenderà a legnate. Undici canzoni, undici pugni nello stomaco. Anche quando il finale sorridente di 1784 vi sembrerà un raggio di sole che chiude i conti in positivo, sotto sotto lo sentirete anche lì che amare non è una cosa solo positiva, figurarsi poi se semplice.
Sono sufficienti i titoli per capire l’intensità consistente, diremmo quasi materica, di questo secondo disco dell’ex Scisma dopo il bellissimo esordio di Piccoli Fragilissimi Film. La promettente anticipazione di 14-19 ep, ovvero la fine di una storia d’amore raccontata in cinque canzoni una più implacabile dell’altra, lasciava già presagire cosa ci avrebbe atteso in seguito. Botte. Spintoni giù nella (nostra) buia caverna. Squarci di verità umana. Le (sue) labbra. O La schiena, archi e chitarre che fremono su un martello elettronico per poi esplodere in una strofa di bellezza delirante e ritornello che vi ossessionerà per tutti i vostri giorni a venire («è così che ogni goccia di te scava la mia schiena / lentamente / con un ritmo costante»). L’Amore santo e blasfemo, piano che picchietta l’anima, slide eleganti, testo a cui basterebbe il titolo per dire tutto e invece no, decide di andare ancora più a fondo e polverizzarvi definitivamente. La peste e Il nemico, pop-rock raffinati e accattivanti  perfetti per le radio di un mondo giusto e umano ma anche per l’etere delle nostre biografie prima o poi devastate dalla lotta di un amore. E poi ancora La distanza in una versione diversa rispetto all’ep, ma non meno quadrata e inscalfibile: «Tu da me non hai che l’assenza / quello che ti resta è la distanza / tu da me non avrai che l’assenza».

Non siamo ancora a metà disco e già tra queste cinque canzoni potreste scegliere quella che vi porterete dietro per i prossimi mesi e anche di più. Ma vi aspettano ancora le allucinazioni da folk modificato e fumi urbani di Interno notte e Jeremy, l’art-rock emozionale in odore di Scisma di Ultimo assalto e il violino inquietante innestato sulla coda di Cinque secondi, prima della già citata chiusura solare, piccolo gioiellino di gaudente serenità tutta coretti e angoli smussati.
Paolo Benvegnù ripropone la stessa grana ipersensibilista dell’esordio, ma con un disco più maturo e consapevole a partire dall’approccio alla scrittura, che evita ogni ermetismo e si consegna agli ascoltatori nella sua disarmante nudità. Già con Piccoli Fragilissimi Film era diventato un punto di riferimento per molti, Le labbra non potrà che accrescere tale meritatissima stima. Se ci fossero un regno e una corona della “nuova scena cantautoriale italiana”, la nostra investitura andrebbe dritta a lui. Le botte nonostante.

Voto: 9.3
Brani migliori: La schiena, Amore santo e blasfemo, La distanza.

Written by Luca

30/06/2008 at 10:57

Rosso Rembrandt. Mariano Deidda canta Grazia Deledda – Mariano Deidda (Promo Music/Egea, 2007)

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Compito non facile quello di cantare delle poesie. Il rischio che la musicalità dei versi e quella della melodia, invece di amalgamarsi, si scontrino è sempre in agguato ed anche l’interrogativo che riguarda l’utilità di dare una musica ad un testo che è già nato con una propria sonorità fa la sua parte, visto che la questione alla prova dei fatti non è puramente concettuale.
Negli ultimi anni in Italia ci hanno provato Andrea Chimenti, con il suo ottimo progetto su Giuseppe Ungaretti, e soprattutto Mariano Deidda che dal 2001 al 2005 ha dedicato addirittura tre dischi – tutti e tre davvero ben riusciti – al progetto di musicare una selezione di poesie di Fernando Pessoa. Oggi Deidda sposta la sua attenzione su Grazia Deledda, raccogliendo in Rosso Rembrandt. Mariano Deidda canta Grazia Deledda dodici testi della scrittrice sarda Nobel per la Letteratura e un inedito, Rosso Rembrandt, scritto dallo stesso cantautore anch’egli isolano come l’autrice di “Canne al vento”.

Dietro al musicare poesie di Deidda c’è sicuramente una lunga analisi circa l’approccio da dare all’operazione. Deidda pare porsi come primo obiettivo quello di rispettare il testo su cui sta lavorando, non inficiandone la musicalità con la melodia ma collocando i versi sulla musica, che solitamente è costituita da melodie non troppo rotonde nelle quali le parole vengono pronunciate in una sorta di recitar-cantando molto sobrio, senza particolari virtuosismi vocali, che si prende l’unica concessione di ripetere alcuni passaggi significativi del testo. Il metodo funziona piuttosto bene: per quanto riguarda i testi della Deledda le cose migliori si hanno in brani come Sul mare, Un pianoforte suona in lontananza e Vita sarda, cioè quando Deidda appoggia il fraseggio vocale sulla rima che conclude il verso dando un effetto di “proseguimento” che cattura l’attenzione dell’ascoltatore, in un rapporto che diremmo quasi sciamanico se non fosse che l’impianto jazzato di quasi tutti i brani propone ritmi volutamente poco cadenzati.
Il fascino antico dei testi di Grazia Deledda, fatti di immagini e suoni che sono dolci e aspri allo stesso tempo, e la scelta di unire al jazz molteplici influenze che annoverano il tango in Miniatura, la musica etnica con l’oud di Aleksander Sasha Karlic in Strana eremita e le raffinatezze melodiche alla Randy Newman in Profumo di muschio – da cui una certa parentela con Fossati in quasi tutti i brani – fanno poi il resto. E Rosso Rembrandt è un signor lavoro, che meriterebbe molta più visibilità di quanta ne ha avuta fino ad ora. Non a caso uno come Kenny Wheeler ha deciso di metterci la tromba in più della metà dei brani. Qui e non in chissà quale altro disco di più acclamati cantautori.

Voto: 8.3
Brani migliori: Sul mare, Vita sarda, Profumo di muschio.

Written by Luca

24/06/2008 at 11:34

Respirandoti – Stefano Centomo (Timet/Universal, 2007)

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Stefano Centomo è arrivato al secondo posto della categoria giovani di Sanremo 2007. Un buon risultato, anche perché la canzone che allora presentò, Bivio, fu una delle poche ad essere trasmessa con una certa costanza nelle settimane a seguire. I singoli successivi, Niente è come te e Tu dove sei, non ebbero la stessa fortuna ma Centomo è riuscito comunque a pubblicare il suo primo disco solista, complice anche una comparsata nella colonna sonora dell’ultimo blockbuster estivo della Disney, “I Robinson – Una famiglia spaziale”, dove interpretava in italiano due pezzi della soundtrack originale: Un’altra chance e Piccoli istanti.
Tutti i brani citati stanno in questo Respirandoti che, come qualcuno avrà forse intuito, è un disco di pop-rock dalle pretese fortemente commerciali. Per commerciale qui non si intende brutto o terribilmente ruffiano. Le canzoni di Respirandoti non sono tredici tormentoni estivi di bassa lega. Cercano una loro dignità, fanno il verso un po’ ai Coldplay e un po’ ai Negramaro, con arrangiamenti senza smagliature, perfetti per l’air-playing radiofonico. Insomma: cercano di piacere senza vendersi o rovinarsi troppo. Il problema però è che Centomo ha ventun anni, è piuttosto carino e di tipi come lui da Sanremo ne escono almeno tre o quattro all’anno. Ma puntualmente non ce n’è uno che dopo sopravviva alla triade sezione giovani Sanremo, singolo, disco – quando ci arrivano, al disco.

Motivi? Ascoltate Respirandoti: non c’è una nota che sia una che possegga un minimo sentore, non diciamo di originalità, ma almeno di personalità e freschezza. Come fa un prodotto che è uguale a decine e decine di altri che escono ogni anno a sfondare se non si inventa nulla per farsi notare in qualche modo? Che cosa ha di diverso questo disco da centinaia di altri simili ad esso, e non solo per il binomio giovane età-bellezza? Nulla. E dunque, se non per una mera questione di spinte o di fortuna (che esiste, e noi la auguriamo a Centomo), perché un lavoro come questo dovrebbe essere passato in radio o acquistato in un negozio quando, per ragionare in termini di paragone, ci sono pur sempre i Coldplay e i Negramaro?
Attenzione: questo è un discorso che va al di là dei meriti artistici del disco – che qui comunque scarseggiano. Stiamo parlando di “sapersi posizionare”, ovviamente sul mercato. Se non ci sono meriti artistici e non c’è neanche una certa furbizia in grado di concorrere nel mare magnum delle uscite del sempre più saturo mercato discografico italiano, che prospettive ha uno come Stefano Centomo? Poche, purtroppo, in buona compagnia di tanti altri che, provandoci, non hanno pensato sufficientemente a come provarci. Lui, con la sua musica così standardizzata, lo sa? E soprattutto: se non lo sa, qualcuno glielo ha spiegato?

Voto: 4:8
Brani migliori: Bivio.

Written by Luca

20/06/2008 at 12:59

L’estetica del cane – Dario Antonetti (Yellow Shoes Records, 2007)

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Qualche mese fa recensimmo per Homespun il primo demo di Dario Antonetti augurandoci che qualcuno avrebbe prima o poi pubblicato il suo esordio solista da “cantautore psichedelico” dopo l’interessante esperienza con gli Effetto Doppler e il folle gustoso progetto Vegetable Man (mille versioni del celebre singolo mai pubblicato di Syd Barrett da far realizzare a mille diversi artisti entro il 2030). Ci ha pensato alla fine la Yellow Shoes Records, ovvero Antonetti stesso sotto forma di etichetta discografica, ed ecco dunque L’estetica del cane, disco che non è in vendita nei negozi ma si può avere scrivendo direttamente a lui.
Rispetto al demo, il cui titolo (“Sono figlio dei Pink Floyd”) era già tutto un programma, soprattutto per quanto riguarda l’ascendenza barrettiana del nostro, L’estetica del cane allarga sensibilmente lo spettro d’influenze presentando Antonetti come una sorta di cantautore beat fuori tempo massimo, surreale e psichedelico ma in modo gioioso e solo a tratti malinconico, figlio sì di Barrett e soci ma anche di tanta altra gente.

Dal dischetto qui vengono riprese alcune perle come Chiocciolina (l’abbordaggio ai tempi dell’1.0), Se tu fossi una di quelle (Tricarico in trip allucinatorio) e L’artista indipendente (l’ecatombe dell’indie italico raccontata da uno che a riguardo ha capito davvero tutto), a cui vengono affiancati altri ottimi episodi come Ho smesso la distro (seconda parte dell’ecatombe di sopra), Neanche un elefante (il Battisti più selvaggio che subodora il rhythm’n’blues) e Canzone d’amore per una testa di cazzo (Bugo primo tipo, con lampi testuali di immensa tristezza).
Brani sempre un po’ matti e sempre un po’ geniali, che non rinunciano a diluirsi in mantra space-spiritualistici di tastiere, mellotron, flauti e campanelli (la conclusiva Risveglio) ma che alla spiritualità – o meglio: agli archetipi spirituali – danno una sonora dose di mazzate, come nei due minuti secchi di Meditazione dove, tra acustiche folk e sacre sillabe buddiste ripetute all’infinito, non è chiaro se l’intento sia quello di parodiare Battiato, prendersela con dio, o entrambe le cose.

Ma Dario Antonetti d’altra parte è fatto così. Ci fa e ci è nello stesso momento. Sembra l’Antoine dell’indie italiano, ma sa suonare e scrivere belle canzoni. Sa suonare e scrivere belle canzoni, ma in pochi se ne accorgono. In pochi se ne accorgono, ma lui non cede, lucido e per questo disilluso dallo stato delle cose e al contempo imperterrito nel portare avanti i suoi progetti. Perché, proprio come cantava Antoine in quella “Pietre” piena di spleen antisociale, qualsiasi cosa si provi a fare qualche sassata in faccia arriverà sempre. Allora tanto vale continuare sulla propria (folle) strada.

Voto: 7.5
Brani migliori: Chiocciolin@, Se tu fossi una di quelle.

Written by Luca

19/06/2008 at 16:24

Disperanza – Edoardo Cerea (La Locomotiva/Venus, 2007)

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Si allarga la rosa della piccola etichetta indipendente La Locomotiva con il secondo lavoro di Edoardo Cerea dopo l’esordio autoprodotto di tre anni fa. Allora Cerea si fece aiutare da Marco Peroni per la stesura dei testi e da Mario Congiu per gli arrangiamenti, gli stessi che troviamo in Disperanza, sorta di concept su quella “generazione mille euro” tanto studiata dagli specialisti quanto snobbata da chi dovrebbe risolverne i problemi.
Cerea è un cantautore rock, figliastro springsteeniano come tanti della sua specie ma capace di trovare un angolo di autonomia, più nei testi che nei suoni, per le dieci canzoni di questo lavoro. Canzoni che tra ballad rock anche in odore di R.E.M. (la godibile title-track), svisate country dalle parti di Dylan e De Gregori (Vivo) e costruzioni pop raffinate ed emotive riescono quasi sempre a distinguersi per la loro urgenza.
Proprio dal fronte pop arriva il brano migliore del disco, una Vento d’Africa che nel raccontare una storia alla quale sarebbe stato fin troppo semplice abbinare suoni esotici sceglie invece un arrangiamento di pianoforte, batteria e acustica che combacia alla perfezione con l’intimità del testo. Bravi Mario Congiu e Marco Peroni dunque, ma bravo anche Edoardo Cerea. Se l’idea era quella di fare un disco di buon cantautorato rock con testi che parlassero senza retorica di quanto sta accadendo oggi nel mondo del lavoro precario e nelle vite di chi lo subisce l’obbiettivo è raggiunto in pieno. E in questo senso la scelta dei collaboratori è stata fondamentale.

Voto: 6.5
Brani migliori: Vento d’africa.

Written by Luca

19/06/2008 at 12:04

Aspetto – Altro (La Tempesta Dischi, 2007)

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L’urgenza di quando lei è lì davanti a te ma non dice niente perché è di spalle e quello è il suo Aspetto, mentre tu speri che parli e in testa ti ripeti Aspetto e poi urli «non siamo noi, sì lo so, / non siamo noi» (Canzone di Andrea). La rabbia di quando non la capisci e ti domandi «chissà chi sei / chissà che cosa vuoi?» e poi non puoi fare altro che rispondere «hai già disposto / hai già deciso» (Quadro A). Il post-punk fibrillante degli Altro urla parole essenziali su ritmiche e riff altrettanto ridotti, un minimalismo tellurico di canzoni basso-batteria-chitarra (acustica solo in Chiuso e Smettere) lunghe in media meno di due minuti (undici tracce, diciassette il minutaggio totale) che in questa terza prova dopo gli altrettanto brevi Candore e Prodotto trova la sua maggior compiutezza, produzione in primis (Rico degli Uochi Toki ai comandi).

 

La lista delle influenze ruberebbe spazio alla descrizione della grana emozionale di un disco al contempo fragile e tesissimo, che in un quarto d’ora applica sull’ascoltatore gli stessi effetti di un bombardamento: distrugge tutte le coperture soprattutto quelle più alte e a vista; riporta la vita all’osso dei sentimenti che sono sempre enormi e incontrastabili; dopo, lascia e sottolinea quei deserti di Nulla che sono il quotidiano non-coinvolgimento del moderno sentimentalismo a bassa intensità, ben delineato nei ritratti per lo più di schiena delle ragazze bellissime ma incomunicanti del booklet (ad opera del cantante-vignettista Alessandro Baronciani).

 

Non cercano appigli estetici che non siano quelli di pochi accordi/parole (e immagini) gli Altro, ma vanno dritti al sodo o meglio vanno dritti ai i nodi che prima o poi toccano a tutti, siano essi d’identità, d’amore o d’amicizia: «al telefono parlo forte / per capire cosa dico / al telefono passo il tempo / ma capisco cosa chiedi» (Chiuso). Potranno piacervi o no nella loro brevità a raffica, nel loro autarchismo un po’ ridondante di canzoni brevi ma in sostanza tutte uguali. Un quarto d’ora con loro però vi allargherà emozionalmente come allargano tutte le cose che riescono a mettere a nudo senza fronzoli intorno. Poi si tornerà alla nostra solita bellezza un po’ immobile, un po’ anestetizzata, un po’ inutile. Col nostro Aspetto di spalle da cui aspettarsi poco o niente.

Voto: 8.3
Brani migliori: Canzone di Andrea, Chiuso, Quadro A.

Written by Luca

17/06/2008 at 16:21

Apnea – Massimo Giangrande (Fiorirari/Egea, 2007)

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Produttore di Orchidea Porpora di Lara Martelli nonché spalla dei Tiromancino sul palco durante il tour di Illusioni Parallele (e sono solo due delle tante significative esperienze in curriculum), Massimo Giangrande si è affacciato per la prima volta alla scrittura solitaria nel disco che il Collettivo Angelo Mai ha pubblicato l’anno scorso. Là Il mestiere di vivere, con la sua nervatura da blues polveroso ed echi morriconiani in abbondanza, era uno dei migliori brani del lotto, cosa che succede anche per questo esordio ufficiale intitolato Apnea, dove la canzone viene riproposta nella stessa versione. Ma non pensate a Giangrande come ad un bluesman nostalgico con il cappello calcato sulla testa e i Calexico nel cuore. Si respira aria di anni novanta nel disco, ma sono gli anni novanta di Buckley (la somiglianza vocale c’è, seppur con tutti i limiti) e soprattutto Radiohead, dai quali Giangrande riprende quell’inquieta tensione chitarristica che ha caratterizzato la band di Oxford almeno fino a Ok Computer, tutta spasmi e ripartenze accelerate. Pezzi come La neve e Il perché delle cose viaggiano proprio da quelle parti ed il compito di Giangrande per il futuro non sarà quello di staccarsi da tali modelli ma riuscire a ritagliarsi dentro ad essi uno spazio ancora più autonomo. Impresa non facile, certo, ma già qui le canzoni sono tutte almeno discrete ed arrangiate sempre con gusto, grazie anche all’apporto di altri membri del collettivo come Rodrigo D’Erasmo e Andrea Pesce che alle coordinate di sopra aggiungono anche accenti folk e jazz. Manca insomma solo quel solito, classico, pizzico di coraggio in più, che però viste le premesse non dovrebbe tardare ad arrivare.

Voto: 6.4
Brani migliori: Il mestiere di vivere.

Written by Luca

17/06/2008 at 09:51

Il manuale del cantautore – Flavio Giurato (Interbeat, 2007)

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Di Flavio Giurato si tornò a parlare nel 2004, quando NoReply pubblicò un libro contenente diciotto racconti ispirati alle sue canzoni ad opera di altrettanti scrittori italiani (tra cui Nove, Scarpa, Nori) più un cd con una bella esibizione live chitarra e voce. Prima di allora vent’anni di silenzio intervallato solo da qualche sporadico concerto e dal ricordo di quel bonsai intitolato “Il tuffatore” che è rimasto fino ad oggi un piccolo culto della canzone d’autore italiana.

Il manuale del cantautore – che era già uscito in un formato digitale ridotto a cinque pezzi nel 2002 – riprende il discorso là dove era stato lasciato nel 1984 dal disco “Marco Polo” riportando in luce la particolarità del songwriting di Giurato, che ama tenersi a distanza dalla linearità narrativa di tanti colleghi e preferisce procedere in obliquo, con associazioni di immagini che a volte sacrificano del tutto la logica e puntano sull’evocazione. A ciò corrisponde una scrittura musicale che accosta moduli molto diversi tra loro uniti da improvvisi cambi ritmici e atmosferici, una sorta di procedimento a scene – non a caso Giurato ha lavorato per molti anni nel cinema – in cui la telecamera si muove inquieta da un’inquadratura all’altra, infondendo ad ogni episodio una tensione sottile sempre sul punto di esplodere.

La voce, espressiva ma anche difficile da tenere a bada, completa la peculiarità delle dodici tracce, che nel loro frequente rifarsi ad alcuni rognosi episodi della storia italiana più o meno recente (Il caso Nesta, Giulia bianca, Silvia Baraldini, Ustica) appaiono come una raccolta di brevi filmati girati da un regista visionario e impegnato su diretto suggerimento della propria immaginazione. Peccato che a volte la qualità della pellicola si faccia desiderare (vedi produzione e registrazione poco curate) e che una certa patina anni settanta degli arrangiamenti (troppi cori roboanti, troppe chitarre da manualistica rock) imbrigli più del dovuto brani che solo un vero outsider come Giurato avrebbe potuto scrivere.

Voto: 7.3
Brani migliori: Il manuale del cantautore, Silvia Baraldini.

Written by Luca

13/06/2008 at 09:54

Pausa ep – Ratafiamm (Promo Music, 2007)

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Il sottoscritto si pente di non aver conosciuto prima d’oggi i Ratafiamm, cinque ragazzi livornesi che si presentano ai nastri di partenza della corsa verso le migliori cose pop italiane dei prossimi anni con qualche metro di vantaggio sugli altri visto lo spessore dei quattro brani di questo ep. La rete segnala un disco autoprodotto (che purtroppo non ho) nel 2005, anno in cui i Ratafiamm hanno vinto il Premio Ciampi  seguito nel 2006 dal Premio Speciale Siae, due riconoscimenti che non ci stupiamo essere finiti nelle loro mani. Da che parti stiamo? Pensate ai Perturbazione che escono finalmente dalle loro camerette e scendono in strada correndo e urlando la propria rabbia, o all’irruenza folk degli Yo Yo Mundi che si allea all’eleganza storico-letteraria dei Virginiana Miller. E poi dietro quei soliti due tre nomi che ogni autore italiano dovrebbe mandarsi a memoria (De Andrè, Fossati, De Gregori) e davanti la voce poderosa di Enrico Cibelli che svetta da un manipolo di canzoni melodicamente preziose come lo sono gli arrangiamenti, trame semi-acustiche di chitarre, batteria, piano, qualche synth, violino.
Dei quattro brani non ce n’è uno che sfiguri e alla fine se ne vorrebbe pure il doppio. Speriamo arrivino presto, ma già da ora scommettiamo che l’impressione sarà la stessa di qui: quella di un gruppo che scrive canzoni con la stessa facilità (e lo stesso mestiere: ascoltate la scalinata emotiva di I cavalli di Cortez) di gente dalla carriera trentennale ma con la freschezza – tutt’altro che ingenua – di un gruppo (quasi) esordiente. Ah, un’ultima cosa: Il passo obliquo, con la sua chiusura energica e raffinata, preannuncia anche una resa live invidiabile. Cercateli in giro.

Voto: 7.8
Brani migliori: Il cavalli di Cortez, Il passo obliquo.

Written by Luca

11/06/2008 at 09:55

Immediatamente – Jolaurlo (Tube Records, 2007)

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“Dirsi pulp significa ammettere l’incapacità teorica ma anche artistica di produrre qualcosa di mai fatto prima”. Lodi agli Jolaurlo, che a fronte di cartelle stampa traboccanti dichiarazioni di originalità e talento decidono di presentarsi, definendo la propria musica pulp-rock, per quello che sono: una buona band di punk’n’roll contaminato e niente di più. Onestà e consapevolezza, dunque, caratteristiche che non fanno mai male in un panorama (l’indie-rock italiano) in cui sono sempre più importanti i contatti myspace della musica suonata, mentre l’hype sembra un affare di condominio più che di scena e i pronunciamenti sui next big thing frequenti tanto quanto le visite del giardiniere (una volta al mese, dove abito io). Bando alle ciance però: gli Jolaurlo sono onesti ma la cosa non aumenta la caratura delle dieci canzoni di Immediatamente, un lavoro che rispetto al precedente “D’istanti” vira più sul versante punk-rock lasciando ai margini le virate ska, dub e raggae. Queste ultime due in verità ancora ci sono, e pur malcelate in una continua ricerca di ritornelli trascinanti ed elettrici al punto giusto, con synth e qualche altro vezzo elettronico a marcare melodie e ritmi, suggeriscono che il suono degli Jolaurlo funziona soprattutto dal vivo, in un continuo richiamo ai Subsonica da una parte e ai No Doubt dall’altra, con la voce di Marzia Stano che va oltre la pedissequa imitazione di Gwen Stefani e si destreggia bene anche quando i ritmi si affievoliscono (Non ho più voglia).

Il problema però è altrove e si chiama fermarsi ed ascoltare. Le canzoni degli Jolaurlo sono una perfetta macchina per ballare (In movimento, Maggio coi suoi rivoli funky) ma a gambe ferme perdono gran parte della loro potenza. E’ vero che non sono state scritte per lasciare immobili chi ascolta ma è anche vero che se l’altro fine della band pugliese è un certo impegno sia politico (la title-track, Poesia inutile, Maria Tv) che esistenziale (Periodo di crisi, Parte sx), esso si perde nella poca incisività dei testi, tanto lontani dai tazebao di certi colleghi militanti quanto da una profondità davvero interessante ed espressa con maturità. Urge una crescita sotto questo aspetto o un aiuto esterno, che forse sarebbe la soluzione migliore.

Voto: 5.7
Brani migliori: Maggio.

Written by Luca

10/06/2008 at 16:25

Ultimo volo – Pippo Pollina (Storie di Note, 2007)

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Ancora teatro-canzone per Pippo Pollina, che dopo “Racconti e canzoni” del 2005 torna ad incrociare monologhi e brani musicali in un’orazione civile sulla strage di Ustica scritta appositamente per l’inaugurazione del Museo per la Memoria della strage di Ustica, a Bologna, e portata in scena per la prima volta proprio nella città felsinea a ventisette anni dall’accaduto. Ad accompagnarlo il fedele Palermo Acoustic Quartet, gli archi della Filarmonica Arturo Toscanini e Manlio Sgalambro, il quale mette a disposizione la sua voce senza tempo per una serie di brevi monologhi che raccontano dal punto di vista del DC 9 caduto il 27 giugno 1980 per circostanze ancora oggi non del tutto chiarite la storia di un aereo che da semplice mezzo di trasporto è diventato – anche grazie all’inaugurazione del museo – il simbolo di una memoria che chiede giustizia e verità. Ma non è un’orazione alla Paolini Ultimo volo: i sei monologhi scritti da Pollina (a cui si accompagnano altrettante canzoni) non fanno la cronaca di quanto è successo in una delle giornate più misteriose degli ultimi quarant’anni del nostro Paese, né ipotizzano eventuali soluzioni o responsabilità. Piuttosto mirano ad indicare con fermezza e rabbia l’inevitabilità storica di un fatto realmente accaduto, la cui testimonianza è tutta nell’esistenza del relitto, un’esistenza fisica e addirittura biografica – l’aereo racconta la sua vita dall’inizio fino all’arrivo al museo bolognese – non a caso tenuta simbolicamente nascosta per molti anni in un hangar a Pratica di Mare.

La scrittura teatrale di Pollina è lineare e ritmata, non si perde in troppi dettagli narrativi e dosa concentrandole in pochi densi momenti tutte le possibili deviazioni lirico-riflessive che la vicenda potrebbe lasciar scaturire (azzeccato in questo senso l’episodio dell’incontro tra il relitto-narratore e quello del Mig-23 libico ufficialmente caduto sui monti della Sila venti giorni dopo la strage). Le canzoni invece hanno soprattutto una funzione di raccordo emozionale tra i vari momenti recitati ma si difendono sempre con dignità, contrapponendo agli eccessi sinfonici della sezione d’archi una varietà di referenze che coinvolgono raggae acustici alla Manu Chao, tammorre folk, eterei squarci sintetici e fossatiane canzoni popolari in odore di bolero. Il canovaccio monologo-canzone-monologo non favorisce l’unitarietà dello spettacolo, ma a questo supplisce la forza evocativa di un avvenimento che, nonostante la sconfinata letteratura a riguardo (giornalistica e non), fornisce tutt’oggi la prova inconfutabile della moralità svogliata di un popolo che – a parte pochi inesausti – ricorda ma in modo nebbioso, e non chiede giustizia come dovrebbe.

Voto: 7.7
Brani migliori: Canzone prima, Canzone quarta.

Written by Luca

10/06/2008 at 09:56

Silenzi non silenzi – Soloincasa (Lipsia, 2007)

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I Soloincasa riepilogano gli ultimi sette-otto anni di indie-cantautorato-rock italico sostituendo con dosi di eleganza e raffinatezza formale una scrittura che ancora deve definire del tutto il proprio marchio, ben nutrita – ma anche un po’ in balìa – di tante influenze allettanti. Produce Paolo Benvegnù ed è di nuovo pane per tutti i cuori degli indie-emotivi nostrani, qui e sempre di più in futuro, ne siamo certi, visto che i cinque toscani hanno tutti i requisiti per crescere. Intanto esplorano tante delle possibili soluzioni di una canzone d’autore che cerca da tempo anche la massima autorialità musicale: leggi alla voce forza evocativa toni in seppia intimismo; oppure, per fare qualche nome, il già citato ipersensibilista (Avvolti in un filo di lana), Marco Parente, Non Voglio Che Clara, Tenco e Battisti di inevitabile rimando. Proprio tra Ricaldone e Molteno, con i Giardini di Mirò portati appositamente da quelle parti in gita, stanno le canzoni più interessanti dell’ep, quelle A lume di candela e Deja-vu che tra saliscendi emotivi con cuore centrale di wurlitzer più voce e theremin turbinanti ad ingrossare classici ma efficaci crescendo palesano un fluido post-rock iniettato carsicamente anche in tutti gli altri brani. Brani che comunque restano sempre un filo al di sopra della media anche quando i testi vengono stretti in maglie fin troppo personalistiche (Eros, Pathos) oppure nei casi in cui la voce è troppo prossima, almeno per il nostro occhio da entomologi, a quella di Luca Lezziero. A parte questi dettagli però, gruppo da tenere sotto osservazione con attenzione speranzosa per la prova sul minutaggio lungo.

Voto: 6.8
Brani migliori: A lume di candela.

Written by Luca

05/06/2008 at 15:45

Supersex Deluxe – Madame X (Alternative/Venus, 2007)

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Un progetto estetico prima ancora che musicale quello dei Madame X. Alex De Benedetti, fumettista e stilista milanese, insieme a Vins Baratta, Massimo Martini, Micaela e Andrea Zuccotti (ex Zerozen) creano un immaginario personale ma al contempo derivativo, rubando spunti trasversalmente alla musica, al cinema, ai fumetti. La ragione sociale da un film nichilista di Lana Turner, i Siouxsie and The Banshes come idolo a cui sottoporsi feticisticamente, a partire dall’ovvio ma efficace omaggio di Christine. E poi Killing, i fumetti vintage come Satanik, l’arte contemporanea di Jake e Dinos Chapman, i manga ed Enki Bilal (vedasi booklet), e un mare magnum sonoro che spizzica da Sonic Youth, Christian Death – i primi che vestono Dior, i secondi travestiti da star dello Squeeze Box: così dice la biografia myspaceiana – recuperi post-punk degli ultimi tempi e anche la Carrà.

E’ difatti una cover ruffiana al punto giusto di Rumore dell’unica «benemerita soubrette» del popolo a spezzare in due il sensualissimo Supersex Deluxe, risultato del calderone di cui sopra che presenta una prima parte movimentata e rabbiosa, tutta ritornelli efficaci, elettriche ed elettronica vitaminica e una seconda più meditativa e malinconica, che alterna ballad dolenti ad ipnosi siderali-spacey. Quest’ultima ha in sé i brani migliori del lotto ma, al di là del florilegio di nomi, l’esordio dei Madame X si presenta come un onesto disco di electro-post-punk e niente più. Apprezzabile tutto quello che gli sta intorno, ci mancherebbe, così come l’ipnosi piano-chitarre-effetti vocali di Ice in eyes o il sontuoso bozzetto acustica-archi-elettriche di Sea of light. Forse però è proprio tutto il contorno a debilitare quello che, trattandosi comunque di un disco, dovrebbe stare in mezzo, ovvero le canzoni. Le quali invece, pur essendo anche curate nei dettagli e mai noiose, rimangono sempre un po’ in secondo piano. In altre parole: ci si perde nel booklet durante gli ascolti di Supersex Deluxe, ad osservare il collage di fotografie, disegni, rielaborazioni grafiche di cui è composto. Ma la musica, soprattutto dopo i primi ascolti, scivola un po’ via. E ciò non è certamente un bene.

Voto: 6.0
Brani migliori: Ice in eyes.

Written by Luca

05/06/2008 at 09:57

Rosa canta e cunta – Rosa Balistreri (Teatro del Sole, 2007)

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Prima di cominciare a scrivere questa recensione rileggevo le due o tre biografie più o meno dettagliate di Rosa Balistreri che si possono trovare facilmente in rete e pensavo che una vita come quella della cantastorie siciliana, inevitabilmente, segna. Sarà una banalità quello che ho appena detto ma provate un attimo a pensare non a lei ma a Carla Bozulich e al suo recente, bellissimo, Evangelista. Ecco: senza quella (devastante) biografia alle spalle Carla Bozulich sarebbe la stessa? No, ovviamente. Per la Bozulich la biografia – e come diretta conseguenza la voce, che delle vicende personali risente sempre: dal numero di sigarette fumate alla quantità di urla e pianti – è la sua stessa arte. E identico discorso vale per Rosa Balistreri.

 

Per comprendere che la vita della Balistreri è stata una vita durissima ma che ella, al contempo, ad una vita così dura non si è mai arresa non serve aver letto chissà quale biografia. Basta la voce. Secca, scabra, drammatica senza però essere teatrale. E maleducata. La voce di Rosa Balistreri non è bella, è vera. Dice, ancor prima che le parole delle canzoni lo raccontino, delle enormi difficoltà di una vita vissuta tra povertà, ignoranza violenta, disoccupazione, carcere, depressione; al soldo di padri rozzi e padroni senza scrupoli, mariti facili ad alzare le mani e preti le gonne. Una vita che è la stessa di tanti uomini e donne siciliani che dall’inizio del secolo ad oggi, tra fughe dalla propria terra per cercare lavoro e criminalità a soffocare ogni cosa, cantano una lamentazione la cui rabbia disperata è tutta nelle canzoni di Rosa Balistreri.

 

Sedici, tra autografe e tradizionali, in Rosa canta e cunta (ricavate da una session improvvisata che la cantastorie tenne vent’anni fa in un piccolo studio casalingo a Udine), di cui buona parte rare o inedite, oltre ad alcuni brani più famosi. Il tutto registrato alla buona con la sola chitarra più qualche intervento di una seconda chitarra e di un mandolino in post-produzione. Difficile dire quali siano le migliori, perché il livello è molto alto e del resto non potrebbe essere altrimenti quando scrivere una canzone non è solo un gesto ma fare Storia, personale e collettiva. Piuttosto preferiamo consigliarvi di accaparrarvi tutto il disco, di ascoltarlo, riascoltarlo, ridere (perché una che ha così pochi peli sulla lingua fa anche ridere), piangere, arrabbiarvi. Che Rosa Balistreri, la sua voce, la sua vita, è la Nostra storia. Noi tutti, non solo i siciliani, veniamo da lì. In fuga – si spera ancora in fuga – da una vita da schiavi. Cantando di tutto ciò che fa male, urlando che tutto ciò che fa male non va bene.

Voto: 8.3
Brani migliori: Rosa canta e cunta, I pirati a Palermu, L’anatra.

Written by Luca

04/06/2008 at 16:58

Col dito puntato – U-Led (First Floor Records, 2007)

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Beppe Grillo in un suo vecchio spettacolo provava ad immaginare i discorsi di Riina e Di Paola sulla collina sopra Capaci pochi minuti prima dell’attentato a Falcone. Diceva uno: «Ma allora? ‘U led, ‘u led? E’ acceso? Quando arriva ‘u Falcone? ‘U led», rispondeva l’altro: «Ma cu minchia è ‘stu led?». L’U-Led è la spia di accensione del detonatore di una bomba. Con questa parola – pronunciata alla napoletana e non all’inglese (quindi uled, non iuled) – ha deciso di chiamarsi Ettore Vivo, musicista, autore e fumettista (c’è un breve fumetto allegato al cd) partenopeo al suo primo disco ufficiale dopo due demo autoprodotti.

Non propone nulla di particolarmente innovativo Vivo però ha una grinta e una verità (in ciò che dice) di quel tipo che al sottoscritto piacciono sempre in modo particolare. Per intenderci: Col dito puntato è un disco hip-hop ma gira alla larga da tutta la nuova ondata giovane degli ultimi tempi, piuttosto preferisce sporcarsi – sporcarsi parecchio – di dub, raggamuffin, rock come facevano alcuni anni fa i 99 Posse, atmosfere livido-urbane incluse. Altre volte invece la formula è quella tipica dei Subsonica con qualche spruzzatina di fiati qua e là e una produzione purtroppo non sempre all’altezza, ma importa poco: sono i testi il punto di forza. Non pensate ad un fine rimatore, U-Led non è Frankie Hi-Nrg. Non pensate neanche al teatro sardonico di Caparezza (eccetto Puzza, che saltella un po’ da quelle parti) con tutte le metafore e le maschere che il buon Salvemini si porta appresso. U-Led dice semplicemente quello che pensa del mondo che osserva, un verso dietro l’altro, una rima dietro l’altra, via, senza slogan e non sfiorando quasi mai la retorica. La lucidità non gli manca, il coraggio di piazzare quelle due o tre frasi che gli chiudono le porte dei centri sociali anche.

Ha ancora enorme spazio di crescita, è scontato, ma se continua con la stessa urgenza e lo stesso disprezzo di tutto ciò che sta sotto la sigla “girare intorno alle cose e non dire nulla”, come dimostra qui, aspettiamoci che la spia annunci davvero l’esplosione. Vi bastino questi frammenti come esca: «allora via diamo inizio alle danze / alcuni amici hanno portato / e poco importa che per poter fumare / appoggiamo quel mercato che poi / andiamo a contestare // parlo di chi sembra un alchimista / che compra l’erbe dal vicino camorrista / lui che del fumo può far l’opinionista / ma che sventola bandiera pacifista […] e mentre noi giochiamo a fare i rasta / lui compra cantieri falliti all’asta».

Voto: 6.7
Brani migliori: Puzza.

Written by Luca

04/06/2008 at 09:56