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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for giugno 2008

Le labbra – Paolo Benvegnù (La Pioggia Dischi/Venus, 2008)

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Altro che Parental Advisory. Dovrebbero scrivere “Attenzione, disco che fa male” sulle copertine di certi cd. Un’etichetta così se la meriterebbe sicuramente il secondo lavoro di Paolo Benvegnù. Le Labbra vi prenderà a legnate. Undici canzoni, undici pugni nello stomaco. Anche quando il finale sorridente di 1784 vi sembrerà un raggio di sole che chiude i conti in positivo, sotto sotto lo sentirete anche lì che amare non è una cosa solo positiva, figurarsi poi se semplice.
Sono sufficienti i titoli per capire l’intensità consistente, diremmo quasi materica, di questo secondo disco dell’ex Scisma dopo il bellissimo esordio di Piccoli Fragilissimi Film. La promettente anticipazione di 14-19 ep, ovvero la fine di una storia d’amore raccontata in cinque canzoni una più implacabile dell’altra, lasciava già presagire cosa ci avrebbe atteso in seguito. Botte. Spintoni giù nella (nostra) buia caverna. Squarci di verità umana. Le (sue) labbra. O La schiena, archi e chitarre che fremono su un martello elettronico per poi esplodere in una strofa di bellezza delirante e ritornello che vi ossessionerà per tutti i vostri giorni a venire («è così che ogni goccia di te scava la mia schiena / lentamente / con un ritmo costante»). L’Amore santo e blasfemo, piano che picchietta l’anima, slide eleganti, testo a cui basterebbe il titolo per dire tutto e invece no, decide di andare ancora più a fondo e polverizzarvi definitivamente. La peste e Il nemico, pop-rock raffinati e accattivanti  perfetti per le radio di un mondo giusto e umano ma anche per l’etere delle nostre biografie prima o poi devastate dalla lotta di un amore. E poi ancora La distanza in una versione diversa rispetto all’ep, ma non meno quadrata e inscalfibile: «Tu da me non hai che l’assenza / quello che ti resta è la distanza / tu da me non avrai che l’assenza».

Non siamo ancora a metà disco e già tra queste cinque canzoni potreste scegliere quella che vi porterete dietro per i prossimi mesi e anche di più. Ma vi aspettano ancora le allucinazioni da folk modificato e fumi urbani di Interno notte e Jeremy, l’art-rock emozionale in odore di Scisma di Ultimo assalto e il violino inquietante innestato sulla coda di Cinque secondi, prima della già citata chiusura solare, piccolo gioiellino di gaudente serenità tutta coretti e angoli smussati.
Paolo Benvegnù ripropone la stessa grana ipersensibilista dell’esordio, ma con un disco più maturo e consapevole a partire dall’approccio alla scrittura, che evita ogni ermetismo e si consegna agli ascoltatori nella sua disarmante nudità. Già con Piccoli Fragilissimi Film era diventato un punto di riferimento per molti, Le labbra non potrà che accrescere tale meritatissima stima. Se ci fossero un regno e una corona della “nuova scena cantautoriale italiana”, la nostra investitura andrebbe dritta a lui. Le botte nonostante.

Voto: 9.3
Brani migliori: La schiena, Amore santo e blasfemo, La distanza.

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Written by Luca

30/06/2008 at 10:57

Rosso Rembrandt. Mariano Deidda canta Grazia Deledda – Mariano Deidda (Promo Music/Egea, 2007)

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Compito non facile quello di cantare delle poesie. Il rischio che la musicalità dei versi e quella della melodia, invece di amalgamarsi, si scontrino è sempre in agguato ed anche l’interrogativo che riguarda l’utilità di dare una musica ad un testo che è già nato con una propria sonorità fa la sua parte, visto che la questione alla prova dei fatti non è puramente concettuale.
Negli ultimi anni in Italia ci hanno provato Andrea Chimenti, con il suo ottimo progetto su Giuseppe Ungaretti, e soprattutto Mariano Deidda che dal 2001 al 2005 ha dedicato addirittura tre dischi – tutti e tre davvero ben riusciti – al progetto di musicare una selezione di poesie di Fernando Pessoa. Oggi Deidda sposta la sua attenzione su Grazia Deledda, raccogliendo in Rosso Rembrandt. Mariano Deidda canta Grazia Deledda dodici testi della scrittrice sarda Nobel per la Letteratura e un inedito, Rosso Rembrandt, scritto dallo stesso cantautore anch’egli isolano come l’autrice di “Canne al vento”.

Dietro al musicare poesie di Deidda c’è sicuramente una lunga analisi circa l’approccio da dare all’operazione. Deidda pare porsi come primo obiettivo quello di rispettare il testo su cui sta lavorando, non inficiandone la musicalità con la melodia ma collocando i versi sulla musica, che solitamente è costituita da melodie non troppo rotonde nelle quali le parole vengono pronunciate in una sorta di recitar-cantando molto sobrio, senza particolari virtuosismi vocali, che si prende l’unica concessione di ripetere alcuni passaggi significativi del testo. Il metodo funziona piuttosto bene: per quanto riguarda i testi della Deledda le cose migliori si hanno in brani come Sul mare, Un pianoforte suona in lontananza e Vita sarda, cioè quando Deidda appoggia il fraseggio vocale sulla rima che conclude il verso dando un effetto di “proseguimento” che cattura l’attenzione dell’ascoltatore, in un rapporto che diremmo quasi sciamanico se non fosse che l’impianto jazzato di quasi tutti i brani propone ritmi volutamente poco cadenzati.
Il fascino antico dei testi di Grazia Deledda, fatti di immagini e suoni che sono dolci e aspri allo stesso tempo, e la scelta di unire al jazz molteplici influenze che annoverano il tango in Miniatura, la musica etnica con l’oud di Aleksander Sasha Karlic in Strana eremita e le raffinatezze melodiche alla Randy Newman in Profumo di muschio – da cui una certa parentela con Fossati in quasi tutti i brani – fanno poi il resto. E Rosso Rembrandt è un signor lavoro, che meriterebbe molta più visibilità di quanta ne ha avuta fino ad ora. Non a caso uno come Kenny Wheeler ha deciso di metterci la tromba in più della metà dei brani. Qui e non in chissà quale altro disco di più acclamati cantautori.

Voto: 8.3
Brani migliori: Sul mare, Vita sarda, Profumo di muschio.

Written by Luca

24/06/2008 at 11:34

Respirandoti – Stefano Centomo (Timet/Universal, 2007)

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Stefano Centomo è arrivato al secondo posto della categoria giovani di Sanremo 2007. Un buon risultato, anche perché la canzone che allora presentò, Bivio, fu una delle poche ad essere trasmessa con una certa costanza nelle settimane a seguire. I singoli successivi, Niente è come te e Tu dove sei, non ebbero la stessa fortuna ma Centomo è riuscito comunque a pubblicare il suo primo disco solista, complice anche una comparsata nella colonna sonora dell’ultimo blockbuster estivo della Disney, “I Robinson – Una famiglia spaziale”, dove interpretava in italiano due pezzi della soundtrack originale: Un’altra chance e Piccoli istanti.
Tutti i brani citati stanno in questo Respirandoti che, come qualcuno avrà forse intuito, è un disco di pop-rock dalle pretese fortemente commerciali. Per commerciale qui non si intende brutto o terribilmente ruffiano. Le canzoni di Respirandoti non sono tredici tormentoni estivi di bassa lega. Cercano una loro dignità, fanno il verso un po’ ai Coldplay e un po’ ai Negramaro, con arrangiamenti senza smagliature, perfetti per l’air-playing radiofonico. Insomma: cercano di piacere senza vendersi o rovinarsi troppo. Il problema però è che Centomo ha ventun anni, è piuttosto carino e di tipi come lui da Sanremo ne escono almeno tre o quattro all’anno. Ma puntualmente non ce n’è uno che dopo sopravviva alla triade sezione giovani Sanremo, singolo, disco – quando ci arrivano, al disco.

Motivi? Ascoltate Respirandoti: non c’è una nota che sia una che possegga un minimo sentore, non diciamo di originalità, ma almeno di personalità e freschezza. Come fa un prodotto che è uguale a decine e decine di altri che escono ogni anno a sfondare se non si inventa nulla per farsi notare in qualche modo? Che cosa ha di diverso questo disco da centinaia di altri simili ad esso, e non solo per il binomio giovane età-bellezza? Nulla. E dunque, se non per una mera questione di spinte o di fortuna (che esiste, e noi la auguriamo a Centomo), perché un lavoro come questo dovrebbe essere passato in radio o acquistato in un negozio quando, per ragionare in termini di paragone, ci sono pur sempre i Coldplay e i Negramaro?
Attenzione: questo è un discorso che va al di là dei meriti artistici del disco – che qui comunque scarseggiano. Stiamo parlando di “sapersi posizionare”, ovviamente sul mercato. Se non ci sono meriti artistici e non c’è neanche una certa furbizia in grado di concorrere nel mare magnum delle uscite del sempre più saturo mercato discografico italiano, che prospettive ha uno come Stefano Centomo? Poche, purtroppo, in buona compagnia di tanti altri che, provandoci, non hanno pensato sufficientemente a come provarci. Lui, con la sua musica così standardizzata, lo sa? E soprattutto: se non lo sa, qualcuno glielo ha spiegato?

Voto: 4:8
Brani migliori: Bivio.

Written by Luca

20/06/2008 at 12:59

L’estetica del cane – Dario Antonetti (Yellow Shoes Records, 2007)

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Qualche mese fa recensimmo per Homespun il primo demo di Dario Antonetti augurandoci che qualcuno avrebbe prima o poi pubblicato il suo esordio solista da “cantautore psichedelico” dopo l’interessante esperienza con gli Effetto Doppler e il folle gustoso progetto Vegetable Man (mille versioni del celebre singolo mai pubblicato di Syd Barrett da far realizzare a mille diversi artisti entro il 2030). Ci ha pensato alla fine la Yellow Shoes Records, ovvero Antonetti stesso sotto forma di etichetta discografica, ed ecco dunque L’estetica del cane, disco che non è in vendita nei negozi ma si può avere scrivendo direttamente a lui.
Rispetto al demo, il cui titolo (“Sono figlio dei Pink Floyd”) era già tutto un programma, soprattutto per quanto riguarda l’ascendenza barrettiana del nostro, L’estetica del cane allarga sensibilmente lo spettro d’influenze presentando Antonetti come una sorta di cantautore beat fuori tempo massimo, surreale e psichedelico ma in modo gioioso e solo a tratti malinconico, figlio sì di Barrett e soci ma anche di tanta altra gente.

Dal dischetto qui vengono riprese alcune perle come Chiocciolina (l’abbordaggio ai tempi dell’1.0), Se tu fossi una di quelle (Tricarico in trip allucinatorio) e L’artista indipendente (l’ecatombe dell’indie italico raccontata da uno che a riguardo ha capito davvero tutto), a cui vengono affiancati altri ottimi episodi come Ho smesso la distro (seconda parte dell’ecatombe di sopra), Neanche un elefante (il Battisti più selvaggio che subodora il rhythm’n’blues) e Canzone d’amore per una testa di cazzo (Bugo primo tipo, con lampi testuali di immensa tristezza).
Brani sempre un po’ matti e sempre un po’ geniali, che non rinunciano a diluirsi in mantra space-spiritualistici di tastiere, mellotron, flauti e campanelli (la conclusiva Risveglio) ma che alla spiritualità – o meglio: agli archetipi spirituali – danno una sonora dose di mazzate, come nei due minuti secchi di Meditazione dove, tra acustiche folk e sacre sillabe buddiste ripetute all’infinito, non è chiaro se l’intento sia quello di parodiare Battiato, prendersela con dio, o entrambe le cose.

Ma Dario Antonetti d’altra parte è fatto così. Ci fa e ci è nello stesso momento. Sembra l’Antoine dell’indie italiano, ma sa suonare e scrivere belle canzoni. Sa suonare e scrivere belle canzoni, ma in pochi se ne accorgono. In pochi se ne accorgono, ma lui non cede, lucido e per questo disilluso dallo stato delle cose e al contempo imperterrito nel portare avanti i suoi progetti. Perché, proprio come cantava Antoine in quella “Pietre” piena di spleen antisociale, qualsiasi cosa si provi a fare qualche sassata in faccia arriverà sempre. Allora tanto vale continuare sulla propria (folle) strada.

Voto: 7.5
Brani migliori: Chiocciolin@, Se tu fossi una di quelle.

Written by Luca

19/06/2008 at 16:24

Disperanza – Edoardo Cerea (La Locomotiva/Venus, 2007)

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Si allarga la rosa della piccola etichetta indipendente La Locomotiva con il secondo lavoro di Edoardo Cerea dopo l’esordio autoprodotto di tre anni fa. Allora Cerea si fece aiutare da Marco Peroni per la stesura dei testi e da Mario Congiu per gli arrangiamenti, gli stessi che troviamo in Disperanza, sorta di concept su quella “generazione mille euro” tanto studiata dagli specialisti quanto snobbata da chi dovrebbe risolverne i problemi.
Cerea è un cantautore rock, figliastro springsteeniano come tanti della sua specie ma capace di trovare un angolo di autonomia, più nei testi che nei suoni, per le dieci canzoni di questo lavoro. Canzoni che tra ballad rock anche in odore di R.E.M. (la godibile title-track), svisate country dalle parti di Dylan e De Gregori (Vivo) e costruzioni pop raffinate ed emotive riescono quasi sempre a distinguersi per la loro urgenza.
Proprio dal fronte pop arriva il brano migliore del disco, una Vento d’Africa che nel raccontare una storia alla quale sarebbe stato fin troppo semplice abbinare suoni esotici sceglie invece un arrangiamento di pianoforte, batteria e acustica che combacia alla perfezione con l’intimità del testo. Bravi Mario Congiu e Marco Peroni dunque, ma bravo anche Edoardo Cerea. Se l’idea era quella di fare un disco di buon cantautorato rock con testi che parlassero senza retorica di quanto sta accadendo oggi nel mondo del lavoro precario e nelle vite di chi lo subisce l’obbiettivo è raggiunto in pieno. E in questo senso la scelta dei collaboratori è stata fondamentale.

Voto: 6.5
Brani migliori: Vento d’africa.

Written by Luca

19/06/2008 at 12:04

Aspetto – Altro (La Tempesta Dischi, 2007)

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L’urgenza di quando lei è lì davanti a te ma non dice niente perché è di spalle e quello è il suo Aspetto, mentre tu speri che parli e in testa ti ripeti Aspetto e poi urli «non siamo noi, sì lo so, / non siamo noi» (Canzone di Andrea). La rabbia di quando non la capisci e ti domandi «chissà chi sei / chissà che cosa vuoi?» e poi non puoi fare altro che rispondere «hai già disposto / hai già deciso» (Quadro A). Il post-punk fibrillante degli Altro urla parole essenziali su ritmiche e riff altrettanto ridotti, un minimalismo tellurico di canzoni basso-batteria-chitarra (acustica solo in Chiuso e Smettere) lunghe in media meno di due minuti (undici tracce, diciassette il minutaggio totale) che in questa terza prova dopo gli altrettanto brevi Candore e Prodotto trova la sua maggior compiutezza, produzione in primis (Rico degli Uochi Toki ai comandi).

 

La lista delle influenze ruberebbe spazio alla descrizione della grana emozionale di un disco al contempo fragile e tesissimo, che in un quarto d’ora applica sull’ascoltatore gli stessi effetti di un bombardamento: distrugge tutte le coperture soprattutto quelle più alte e a vista; riporta la vita all’osso dei sentimenti che sono sempre enormi e incontrastabili; dopo, lascia e sottolinea quei deserti di Nulla che sono il quotidiano non-coinvolgimento del moderno sentimentalismo a bassa intensità, ben delineato nei ritratti per lo più di schiena delle ragazze bellissime ma incomunicanti del booklet (ad opera del cantante-vignettista Alessandro Baronciani).

 

Non cercano appigli estetici che non siano quelli di pochi accordi/parole (e immagini) gli Altro, ma vanno dritti al sodo o meglio vanno dritti ai i nodi che prima o poi toccano a tutti, siano essi d’identità, d’amore o d’amicizia: «al telefono parlo forte / per capire cosa dico / al telefono passo il tempo / ma capisco cosa chiedi» (Chiuso). Potranno piacervi o no nella loro brevità a raffica, nel loro autarchismo un po’ ridondante di canzoni brevi ma in sostanza tutte uguali. Un quarto d’ora con loro però vi allargherà emozionalmente come allargano tutte le cose che riescono a mettere a nudo senza fronzoli intorno. Poi si tornerà alla nostra solita bellezza un po’ immobile, un po’ anestetizzata, un po’ inutile. Col nostro Aspetto di spalle da cui aspettarsi poco o niente.

Voto: 8.3
Brani migliori: Canzone di Andrea, Chiuso, Quadro A.

Written by Luca

17/06/2008 at 16:21

Apnea – Massimo Giangrande (Fiorirari/Egea, 2007)

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Produttore di Orchidea Porpora di Lara Martelli nonché spalla dei Tiromancino sul palco durante il tour di Illusioni Parallele (e sono solo due delle tante significative esperienze in curriculum), Massimo Giangrande si è affacciato per la prima volta alla scrittura solitaria nel disco che il Collettivo Angelo Mai ha pubblicato l’anno scorso. Là Il mestiere di vivere, con la sua nervatura da blues polveroso ed echi morriconiani in abbondanza, era uno dei migliori brani del lotto, cosa che succede anche per questo esordio ufficiale intitolato Apnea, dove la canzone viene riproposta nella stessa versione. Ma non pensate a Giangrande come ad un bluesman nostalgico con il cappello calcato sulla testa e i Calexico nel cuore. Si respira aria di anni novanta nel disco, ma sono gli anni novanta di Buckley (la somiglianza vocale c’è, seppur con tutti i limiti) e soprattutto Radiohead, dai quali Giangrande riprende quell’inquieta tensione chitarristica che ha caratterizzato la band di Oxford almeno fino a Ok Computer, tutta spasmi e ripartenze accelerate. Pezzi come La neve e Il perché delle cose viaggiano proprio da quelle parti ed il compito di Giangrande per il futuro non sarà quello di staccarsi da tali modelli ma riuscire a ritagliarsi dentro ad essi uno spazio ancora più autonomo. Impresa non facile, certo, ma già qui le canzoni sono tutte almeno discrete ed arrangiate sempre con gusto, grazie anche all’apporto di altri membri del collettivo come Rodrigo D’Erasmo e Andrea Pesce che alle coordinate di sopra aggiungono anche accenti folk e jazz. Manca insomma solo quel solito, classico, pizzico di coraggio in più, che però viste le premesse non dovrebbe tardare ad arrivare.

Voto: 6.4
Brani migliori: Il mestiere di vivere.

Written by Luca

17/06/2008 at 09:51