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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

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500 – Paolo Benvegnù (La pioggia dischi/Venus, 2009)

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Come era già successo per “Piccoli fragilissimi film” i Paolo Benvegnù pubblicano a poco più di un anno di distanza dall’uscita di “Le labbra” (ultimo, bellissimo disco sulla lunga distanza) un ep che chiude il progetto e anche il “periodo rosso” della produzione del gruppo capitanato dall’ex Scisma. Cinque i brani di 500, tra cui quella Nel silenzio già perla dell’altro ep “14-19” qui riarrangiata e prodotta da un nome importante della musica nostrana quale Fabrizio Barbacci (Ligabue, Negrita, Roy Paci), presenza che speriamo possa essere di buon auspicio per un salto del gruppo verso una maggiore notorietà. Perché ad oggi è questo che manca al cantautore toscano e ai suoi compagni: la giusta corresponsione di pubblico ad un fare musica sempre di altissimo livello, che coniuga i dettami del pop meno ruffiano e più comunicativo ad una visceralità di fondo ormai marchio di fabbrica di questi cinque musicisti. Nelle pagine del libretto dell’ep la matita di Birò tratteggia in varie figure un serie di pesci combattenti, solitari e nell’atto del corteggiamento, a loro volta frapposti ad un muscolo cardiaco e a due persone che si abbracciano. Il parallelo tra cuore, relazione di coppia e Betta Splendens (questo il nome scientifico del pesce combattente, animale assai possessivo e dal corteggiamento molto concitato) fa da perfetta controparte figurativa ad una serie di canzoni che descrivono l’amore in tutte le sue facce (comprensione, odio, sogno…), con estrema sincerità, calore umano e la solita imprescindibile intensità. I Paolo Benvegnù non si risparmiano mai, bruciano tendini ed anima in nome di una Fede che è prima di tutto un motivo, valido e vitale, per stare al mondo. Anche solo per questo meriterebbero più fortuna.

Voto: 7.3
Brani migliori: 500, Nel silenzio.

Written by Luca

30/10/2009 at 15:52

Tempi meravigliosi – Francesco Forni (Fiorirari/L’Altoparlante/Self, 2009)

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La forza dello stare insieme ed insieme crescere, del fare rete per la musica. Scambiarsi esperienze, condividere spazi, ritrovarsi a suonare nei rispettivi dischi altrui. A Roma sta succedendo qualcosa, di nuovo. Dopo il Folkstudio, dopo l’ondata della generazione del Locale dei vari Gazzè, Fabi, Silvestri, ora il Collettivo Angelo Mai e un gruppo di cantautori che hanno tutte le carte in regola per fare qualcosa di importante. Nelle scorse settimane eravamo qui a raccontarvi del confortante ritorno di Roberto Angelini – insieme a Pino Marino e Filippo Gatti, dei quali attendiamo (trepidanti) le nuove uscite, tra le colonne del Collettivo – adesso eccovi l’esordio di Francesco Forni. Uno che fino a cinque anni fa non aveva mai provato a usare la voce – ma la chitarra sì, e si sente. Uno con un curriculum infarcito delle esperienze più diverse (cover band, cinema, teatro con la pièce tratta da “Gomorra”). Uno che prende il blues, quello originario anteguerra e lo mischia ad una sensibilità moderna, ma non troppo, e al contempo tradizionale, ma non troppo, che guarda ai modelli con rispetto e un pizzico di incoscienza, e soprattutto cantando in italiano senza apparire artificiale o ancor peggio forzato. Tempi meravigliosi è il parto sorprendente – per songwriting e visione d’insieme – di una persona cresciuta immersa nella musica, di un vero e proprio consumatore di dischi che espone in nove canzoni e una cover un mondo certamente non originale, ma suo.

La blues calligrafia (proprio intesa come bella scrittura: vedi al capitolo John Lee Hooker) di Non adesso, coda di fremiti elettrici, vibrafono e contrabbasso legnoso, spiega da dove si parte e dove si arriverà. Fortuna sporca con spezie bossa nova (vedi al capitolo Caetano Veloso) una preghiera folk al Caso contro l’inciampo e il rigetto. La title-track è un come-volevasi-dimostrare di quanto detto all’inizio, giacché gli archi di Rodrigo D’Erasmo e il cinematico solo di elettrica sul finale di Roberto Angelini impreziosiscono un pop-blues elegante come Pino Daniele non ne scrive più da mo’; mentre Blue Venom Bar – zolfo, fumo e tasso alcolemico sopra la norma – omaggia Django attraverso i più tipici personaggi dell’epica waitsiana e clarini ectoplasmatici in zona Allan Poe. Non meno spettrale e funerea, Altri vestiti è una marcia che ha la forza poetica di un outsider come gianCarlo Onorato e lo stesso spirito – rodhes e vibrafono ad attaccare la spina a stelle tristi e incerte – di un Capossela più vicino al cimitero che al circo. In chiusura Una stella dimostra come Forni sappia scrivere anche semplici e splendide canzoni pop (questa volta l’outsider di turno è Pasquale Defina) intanto che una rilettura acustica-voce di Voodoo Child termina coraggiosamente, là da dove eravamo partiti, un disco diamante nella pietra viva della realtà capitolina. Decisamente consigliato.

Voto: 7.8
Brani migliori: Fortuna, Tempi meravigliosi, Una stella.

Written by Luca

28/10/2009 at 16:46

Dany Greggio & The Gentlemen – Dany Greggio & The Gentlemen (Interno4 Records/Assalti al Cuore/Goodfellas, 2009)

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Avviati che prima o poi io arrivo, e dieci anni sono passati da quando Dany Greggio regalò ai La Crus Natale a Milano per “Dietro la curva del cuore”. Da allora il cantautore nato in Sudafrica e adottato giovane da Venezia – iniziò con quel Pierpaolo Capovilla oggi nel Teatro degli Orrori – non è rimasto di certo con le mani in mano, e a parte un’altra breve parentesi musicale spersa nei crediti di “Sacramante” di Cristiano De André (con cui scrisse Sei arrivata) la sua attenzione si è rivolta soprattutto al teatro (nei Motus, ma non solo). Oggi esordisce finalmente con un disco a suo nome in compagnia dei Gentlemen, lavoro che riassume, mettendo parecchia carne al fuoco, almeno dieci anni di attività artistica al servizio di canzoni e recitazione. Tra i due poli gravitano infatti le sedici tracce di questo cd + libro (nel libro i testi e trentadue pagine di bei disegni di Gianluigi Toccafondo): da un lato ballad semiacustiche in punta di chitarra con fisarmonica, vibrafono, tastiere e scaglie elettroniche a scontornare; dall’altro episodi di teatro canzone o puri monologhi musicati che fanno leva sulle capacità istrioniche del titolare. Per influenze: la disperazione di bordo di Piero Ciampi (omaggiato in bella una rilettura de L’incontro dove la voce pare trasfigurarsi in quella del livornese) e la tensione esistenziale di Tenco (la già citata Natale a Milano, ma anche Lettera all’anima) contro una serie di bozzetti per lo più trascinanti nei quali l’ugola di volta in volta si trasforma assumendo tratti da slavo in acido (la kusturicana Circumgasse) come da latino-americano alcolico (il lamento d’amore e mescal di Canzone a Isa) oppure si lancia in invettive dalla grande forza lirica (l’omaggio alla Vita agra di Luciano Bianciardi).

Dato uno sguardo alle influenze, e aggiunte quelle di un De André rivisitato Conte in Ode marittima e di Waits nei loop vocali di Magnani in rosso, si capisce bene in che direzione vada la scrittura di Greggio e quanto pericoloso sia il rischio di farsi sommergere da tanti e tali riferimenti. Un rischio che però viene sviato dall’imponente eclettismo del nostro e soprattutto dalla qualità delle canzoni. Ascoltate, se già non la conoscete, Natale a Milano e concorderete con noi nel metterla tra le canzoni più belle mai scritte sul capoluogo lombardo. Ma quella sarà solo una delle tante facce di un autore che della multiformità fa un’arma sempre propria e sempre credibile.

Voto: 8.2
Brani migliori: Magnani in rosso, Sono qui, Canzone a Isa.

Written by Luca

28/10/2009 at 16:41

Live Arena di Verona. Sold Out – Patty Pravo (Progetti Italiani/Edel, 2009)

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Concerto-celebrazione all’Arena Verona anche per Patty Pravo, che si è esibita lo scorso settembre presso l’anfiteatro scaligero in un’unica serata-evento qui interamente riportata per un totale di diciannove tracce suddivise in due cd. A completare la scaletta anche due inediti: E io verrò un giorno là, presentata all’ultimo Sanremo, e la cover di E mi manchi tanto degli Alunni del Sole appositamente registrata in studio.

Che dire di un disco che ha un valore per lo più di testimonianza e che poco aggiunge alla lunga e multiforme carriera dell’interprete veneziana? Il live scorre via abbastanza bene, pur con qualche stucchevole solo di chitarra di troppo, e dimostra il buono stato di salute vocale della Pravo, a suo agio tanto coi brani più vecchi del repertorio (ben quattro quelli ripresi dal primo omonimo album del 1968: oltre alle scontate La bambola e Ragazzo triste, anche Se perdo te e Qui e là) quanto con le cose più recenti – due pezzi da “Notti, guai e libertà” (Angelus e Les Etrangers), uno da “Nic Unic” (Orient Express), nessuno purtroppo dal recente tributo a Dalida. Il pubblico la omaggia di tanti calorosissimi applausi, e da parte sua lei non si risparmia, almeno non nei brani che paiono scaldarle ancora il cuore. Appartengono sicuramente a questa categoria Per una bambola, Angelus, E dimmi che non vuoi morire e Se perdo te, mentre sulle hit storiche affiorano un po’ di stanchezza e tanto mestiere. Ma tant’è: i fans vogliono certe canzoni, la serata è celebrativa e quindi molti standard e poche variazioni (anche di arrangiamenti: fa eccezione la nuova versione dal mood poliziottesco de La bambola, già proposta l’anno scorso in un video per il quarantennale della pubblicazione con la Pravo in versione Amy Winehouse).

Discorso a parte, com’è ovvio, per i due inediti: già sul palco dell’Ariston E io verrò un giorno là ci era sembrata una didascalia in zona Brel-Paoli lontana dal capolavoro – anche a causa di una resa vocale piuttosto deficitaria – mentre la cover degli Alunni del Sole pare più in divertissement che altro. Dunque per conoscere quale sarà il futuro di Patty Pravo non rimane che aspettare un nuovo disco di inediti, si spera con il coinvolgimento, come già è accaduto, di alcuni promettenti giovani autori del nostro Paese.

Voto: 6.7
Brani migliori: Per una bambola, E dimmi che non vuoi morire.

Written by Luca

26/10/2009 at 10:31

Viper Songs – Stefano Giaccone (La Locomotiva/Venus, 2009)

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Primo disco interamente in inglese ed opera a tratti sorprendente per Stefano Giaccone. Autore negli ultimi anni di due album (in italiano) assolutamente da avere (“Tras Os Montes”, 2005, e “Come un fiore”, 2007), l’ex Franti raccoglie qui sedici tracce variamente composte: tre sono riscritture in lingua d’Albione di canzoni tratte da “Le stesse cose ritornano” (disco uscito nel 1998 a nome Tony Buddenbroock), quattro sono brani del tutto nuovi scritti da solo o insieme al commediografo e attore inglese Peter Brett, due sono cover rispettivamente di un tradizionale irlandese dell’ottocento (The praties they grow small) e di una canzone scritta dalla giovane arpista Aite Ursa Tinga; completa il tutto, intramezzando i brani, una serie di brevi racconti o spunti teatrali dello stesso Brett, che ci mette anche la voce.

Come avrete capito Viper Songs – il titolo è una citazione dal mito di Medea, direttamente chiamato in causa nella rivisitazione di Corrado Alvaro ad un certo punto della scaletta – è un disco tutt’altro che semplice, sia nella struttura che nei contenuti. Il risultato generale è una specie di concept-album di teatro-canzone dove il concept – tra storie di amori finiti, carestie, guerre ed altro ancora – è quello della memoria e della sua capacità di sigillare nell’anima delle persone il loro passato. Un processo nel quale la lingua inglese, per stessa ammissione dell’autore nelle note allegate al booklet, diviene «una sorta di “terra/lingua franca”, dove poter situare la memoria di un uomo giovane, maturo e anziano. O se volete di vari personaggi accomunati da una sentiero in quota o sulla costa, ma sempre un sentiero sul mondo: la sua gente, la sua miseria e la meraviglia del vivere».

Struttura e contenuti a parte – sui quali però torneremo in una prossima intervista – prese singolarmente le canzoni di “Viper Songs” confermano l’ottima vena del titolare, da alcuni anni a questa parte affezionato al folk di matrice inglese (oggi Giaccone vive stabilmente in Galles), di volta in volta sporcato di venature rock, psych o blues (ottima la produzione e gli arrangiamenti di Dylan Fowler). Dunque delle nove canzoni di cui dicevamo sopra non ce n’è una che vada al di sotto di esiti più che buoni, e sono proprio quelle autografe a mostrare le cose migliori. Su tutte segnaliamo l’acustica chiaroscurale con viola da gamba di The man on the moon, i guizzi sentiti con puntelli luccicanti di pianoforte di The gold shone through e la chiusura dylaniana con breve crescendo d’intensità nel finale di Moon after moon. Peccato che gli intermezzi recitati spezzino un po’ il ritmo, ma d’altra parte l’intento di Stefano Giaccone era proprio quello raggiunto. Insomma: disco difficile come dicevamo, ma anche estremamente affascinante nel suo intento di comunicare a più piani e a più registri.

Voto: 7.7
Brani migliori: The man on the moon, The gold shone through, Moon after moon.

Written by Luca

26/10/2009 at 10:12

Il paese è reale – Afterhours & AA VV (AC Europerecords/Casasonica Management, 2009)

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Non succede tutti i giorni che un gruppo metta a disposizione la propria visibilità per qualcun altro. Non succede soprattutto se quella visibilità è data dal palco di Sanremo. Che in quanto a ritorno mediatico è il Palco per antonomasia e che per un gruppo proveniente dall’indipendenza è anche l’Occasione di farsi conoscere a tutti, provare a fare il grande salto e, inutile negarlo, guadagnare qualcosa di più. Non succede soprattutto in questo Paese individualista nel midollo, di corti e campanili uno accanto all’altro, tutti poveri e tutti pronti a farsi la guerra. Perché gli Afterhours la visibilità sanremese l’hanno sfruttata fino a grattare il fondo, cinicamente come chi infila le mani nella merda per tirarne fuori concime e far fiorire il campo, ma con coerenza e libertà, mettendosi a disposizione di una serie di artisti sconosciuti o quasi al grande pubblico. Un atto di solidarietà il loro, nel senso più alto del termine. Piccolo se confrontato al tutti contro tutti del duemilanove italiota di ronde e spranghe sui rom, enorme dinanzi all’immobilismo retrogrado del sistema-musicale-italia, a cui il gruppo milanese dimostra che per fare musica non servono necessariamente major e dollari, ma intelligenza, e grosse dosi di consapevolezza, e (prima di tutto) la musica. Eccola dunque una buona fetta della Vera Musica Italiana, ovvero quello che le radio e le tv fino ad oggi non ci hanno fatto sentire per i soliti interessi che con le canzoni non c’entrano niente ma soprattutto per pigrizia, lassismo e ignoranza. La prima traccia è dei titolari, Il paese è reale, quanto di più politico e di meno politicizzato si possa dire oggi sulla situazione italiana («se vale tutto niente vale», «Dir la verità è un atto d’amore») portato sul palco dell’Ariston tra echi beat, violini impazziti, clap hands e rabbiosi bordoni elettrici. Poi altri diciotto brani – l’elenco completo di titoli e autori qui a sinistra – variegati nella forma (dal pop-rock impersensibilista di Paolo Benvegnù, passando per il prog-soundtrack dei Calibro 35, fino al jazz-core degli Zu), con qualche gustosa nascita (l’esordio su disco dei Reverendo, ovvero Giovanni Ferrario che canta per la prima volta in italiano insieme a Cesare Basile, Lorenzo Corti e Tazio Iacobacci) e qualche piacevole ritorno (Marco Iacampo oggi non più Goodmorningboy, Amerigo Verardi con Marco Ancona). A formare un disco che al di là del suo valore politico e della sua carica innovativa dimostra freschezza e vitalità musicale. Un’opera anti-muzak e anti-dinosauri, che va premiata semplicemente acquistandola (sul sito o nei negozi Fnac). Perché è musica bella e interessante. E perché prima di tutto è davvero ora di far qualcosa che serva.

Voto: 7.5
Brani migliori: Il paese è reale, Il e il mio amore, Maledetto sedicesimo.

Written by Luca

15/10/2009 at 11:06

Buone vacanze – Ariadineve (Artevox/Venus, 2009)

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Nome endrighiano ma attitudine guitar pop ad alta gradazione radiofonica per gli Ariadineve, quintetto all’esordio sulla lunga distanza dopo gli ottimi riscontri del singolo D’estate avuti nei mesi di solleone dell’anno appena passato. Con Paolo Benvegnù e Lele Battista nomi di garanzia ai comandi, i cinque milanesi giocano le loro carte su un approccio leggero e frizzante, come gli ultimi Baustelle in sbornia hi-fi ma più soleggiati: i sentimenti al centro, qualche timida nota sociale di contorno e tanta voglia di ritornelli a presa rapida praticamente ovunque. Ed è proprio qui il principale difetto di Buone vacanze, quello di essersi concentrato troppo sulla rincorsa a tutti i costi del refrain ammazzaclassifiche sacrificando quasi tutto il resto. La varietà dei suoni in primis, interamente concentrati su soluzioni chitarristiche anni novanta e qualche sparuto inserto di tastiere, archi ed elettronica che non differenziano troppo i brani tra loro – tanto che D’estate pare la reprise allungata della precedente Sempre al sole. La scrittura subito dopo, montando e smontando strofe e ritornelli in modi talora artificiosi se non forzati (Aria) e sempre molto uniformanti. Eppure gli Ariadineve sono materia grezza da lucidare al punto giusto, e quando accade lasciano a bocca aperta e farfalle nello stomaco. Lo specchio, featuring vocale dell’ex La Crus Mauro Ermanno Giovanardi, è la canzone d’amore da cantarsi chiusi in una stanza incantata mentre là fuori la crisi taglia teste, sogni e speranze dei soliti ignoti. Sentire ruba il respiro in climax brevilinei e accenti d’intensità che scaldano un inverno profondo a cui marzo non toglierà il gelo. Non importa il sentore Scisma in entrambi i brani (e quello La Sintesi di Nuvolare): si riparta da qui e li si tenga per ora d’occhio grazie a queste due perle.

Voto: 6.2
Brani migliori: Lo specchio, Sentire.

Written by Luca

15/10/2009 at 11:01

Uochi Toki – Libro Audio (La Tempesta Dischi/Venus, 2009)

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“Le tracce sono ordinate seguendo una sequenza precisa, un percorso dal reale all’immaginario, tratteggiato attraverso la descrizione di personaggi e del loro rapporto con i contesti. Nella prima parte del disco, ovvero dalla traccia 1 alla traccia 6, i personaggi non sono altri se non Matteo Palma (Napo), autore e interprete dei testi, e i suoi amici o in alcuni casi i parenti […] Dalla traccia numero 7 alla numero 12, invece, abbiamo personaggi immaginari che, mantenendo sempre l’ordine crescente, si distaccano man mano dalla verosimiglianza e vengono lasciati sempre più liberi di agire indisturbati. Il trucco che si gioca dietro alle figure descritte in questa seconda parte del disco, è quello di inserire personaggi irreali (che hanno possibilità superiori o diverse rispetto ad una persona reale) in contesti assolutamente reali, così da riprodurre l’effetto visionario di chi possiede una immaginazione molto sviluppata e se la vede esplodere addosso nei momenti di tensione reale”. Stralci di cartella stampa per descrivere al meglio il sesto lavoro di Napo e Rico alias Uochi Toki, che fanno dell’hip-hop quello che un macellaio fa quotidianamente alla carne bovina per ottenere un hamburger: triturare e ricompattare. Ma il lavoro destrutturante-ristrutturante del duo partorisce qui le sue polpette più difficili da digerire, seguendo una tendenza alla narrazione che si è fatta via via più determinante dopo essere partita – quasi all’opposto – dalla frammentarietà-haiku dei primi dischi. E a farne le spese è la possibilità di fruzione, che nelle dodici tracce-racconti di Libro Audio non sempre gira al massimo. Certo, l’effetto sorpresa delle liriche di Napo, con le sue sollecitazioni da Savonarola cinico che con il filtro della ragione ribalta la realtà smascherandone le ipocrisie nei rapporti sociali e nel linguaggio, viene sempre meno – anche se di zampate ce ne sono ancora parecchie: ascoltate Il cinico e L’osservatore. E così le telluriche basi di Rico viaggiano sugli stessi binari dagli esordi, pur essendo sempre più raffinatamente grezze nel loro riprendere e brutalizzare frammenti doom, embrioni synth pop che diventano cluster per le orecchie e scaglie techno sottoposte a rallentamenti e delay (Il claustrofilo, apice del disco). Ma il nodo della questione è un altro, e sta nell’obiettivo che gli Uochi oggi hanno, suggerito da una nota a margine della cartella stampa che torniamo a citare: “Diamo per assodato che il rap sia un genere letterario del presente”. Dando per assodato questo e confermate le doti del duo, serve la costanza qualitativa dei grandi scrittori di durare per un’intera silloge di racconti. Arriverà? Intanto complimenti per l’ambizione.

Voto: 6.6
Brani migliori: Il cinico, Il claustrofilo.

Written by Luca

14/10/2009 at 12:16

Rhaianuledada (Songs to Sissy) – Black Eyed Dog (Ghost Records, 2009)

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L’amore che era un cane dall’inferno diventa uno scoiattolo svegliato dalle prime luci dell’inverno in disgelo. C’è un forte senso di rinascita nel secondo disco di Fabio Parrinello alias Black Eyed Dog a due anni dal precedente “Love is a dog from hell”. Un ricominciare (di nuovo) all’insegna di quell’amore che un tempo lo aveva morso fino allo sfinimento e che oggi diventa legna da ardere, tepore rasserenante, per undici canzoni sì chiaroscurali, ma di quando è il buio a lasciare finalmente il posto alla luce e non il contrario. Il folk americano in zona Will Oldham e Devendra Banhart, principale fonte d’ispirazione dell’ottimo esordio, lascia spazio ad episodi maggiormente pop, che tuttavia non vengono mai meno a quell’essenzialità e a quella malinconia di fondo marchio di fabbrica di una scrittura ad alto tasso emozionale che fa un passo, proprio uno solo, ma in avanti. Dunque eccoli questi undici Rhaianuledada – ti amo nella lingua inventata da Fabio e dalla sua Sissy, a cui il tutto è dedicato – cantati dalla voce odorante fumo e legno di Parriniello. La magnifica apertura di Roses che smaschera definitivamente sospettate doti da crooner folk e riprende con esiti meno didascalici che in passato quella vena europeista (vedi fisarmonica alla parigina) cara a tanti cantori neofolk d’oltreoceano. Il bozzetto Oldham con ruota di bicicletta (?) su acustica ad aggiungere dolcezza a dolcezza di All 4 you. La dichiarazione d’amore da mulo innamorato di Honeysuckle Gal che richiama Banhart e Waits in uno stupendo miscuglio di testardaggine equina, mandolini scalcagnati e clarini da circo alcolico. Una Angel Eyes che alla parentela con Nick Drake aggiunge l’intimismo dell’Eddie Vedder di “Into The Wild”. Infine e soprattutto le tante pop-ballad al pianoforte (Salinas, Bullet Proof, Drink Me, I got you in, The way to my heart, Daly Suicide, Lazy B.,) che con pochi accordi evocativi e qualche ricamo di archi, elettronica, armonica e chitarre ci piegano piano piano le ginocchia, lasciandoci alla fine a terra, stupiti e in subbuglio, di fronte all’opera di una persona che grazie all’amore è semplicemente tornata alla vita.

Voto: 7.8
Brani migliori: Roses, Honeysuckle Gal, Daly Suicide.

Written by Luca

14/10/2009 at 12:07

La vista concessa – Roberto Angelini (Sold Out Productions/Fiorirari/Carosello Records, 2009)

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All’inizio pare soprattutto la conferma di quanto sia stato fondamentale negli ultimi quindici anni il lavoro come produttore e cantautore in proprio di Riccardo Sinigallia – e non parliamo tanto di “scuola romana”, quanto di mood comune nell’approccio ai testi, ai suoni, all’essere oggi cantautori, che nell’ex Tiromancino ha trovato fino ad ora una delle realizzazioni più alte. Poi, quando il numero di ascolti aumenta, il quarto disco di Roberto Angelini si svela per quello che è: l’opera di un autore finalmente ritrovato. Che ha dovuto prima toccare il fondo – leggasi il “Gattomatto” del 2003, nadir artistico che paradossalmente è stato zenit mediatico – per poi andare a recuperare le proprie radici di songwriter nel tributo a Nick Drake di quattro anni fa, lavoro tanto filologico (e quindi in questo senso “inutile”) quanto fondamentale per arrivare a ciò che è La vista concessa. Un disco che nella sua anima prettamente acustico-meditativa, del tutto discendente dall’opera dell’inglese di Rangoon, si apre ad un’esigenza primaria, quella del suo titolare di assegnarsi una direzione – umana prima ancora che musicale – più consapevole dopo la sbornia commerciale e spersonalizzante del predecessore “Angelini”. Non è un caso dunque che i testi qui, invece di narrare storie, pensino soprattutto a scavare nella vita del loro stesso autore (Beato chi non sa), mettendo il vissuto in primo piano senza farlo diventare mero biografismo, ma anzi rendendolo comune a tutti grazie alla forza evocativa degli arrangiamenti, vere e proprie immersioni in liquidi di tastiere (Vulcano), archi (Tramonto) e organi crepuscolari (Fino a qui tutto bene) che guardano ai Pink Floyd come ai Radiohead meno apocalittici ed assegnano una nota di merito dalla produzione di Sergio Della Monica dei Planet Funk. Così se il tono generale è spesso malinconico e indolenzito dalle trame acustiche delle chitarre (Dicembre), all’orizzonte voci eteree e rifrazioni di basso (Fiorirari) svelano i primi raggi di luce di chi ha deciso di riprendere in mano la propria vita e ricominciare, mentre episodi più ritmati ed elettrici (l’armonia proteiforme di Dove sorge il suono, il divertissement rock-blues di Benicio Del Toro) spezzano la tensione di un disco che è il primo passo di un’autentica rinascita.

Voto: 7.8
Brani migliori
: Fiorirari, Fino a qui tutto bene, Beato chi non sa.

Written by Luca

09/10/2009 at 12:46

Tutto come prima – Macno (La Scala Dischi/Venus, 2008)

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Di figli e figliastri di certi nomi fondamentali del rock italiano degli ultimi vent’anni il recente mercato discografico abbonda. Alla categoria appartengono sicuramente anche i Macno, che alla derivazione dai Marlene Kuntz devono molti dei loro pregi e dei loro difetti. E i pregi della formazione comasca – giunta con Tutto come prima al secondo lavoro, dopo “A tre passi da qui” targato 2005, con ospiti Simone Lenzi dei Virginiana Miller, Nicola Manzan aka Bologna Violenta e Lele Battista – sono subito detti: un’ottima assimilazione delle costruzioni chitarristiche dei primi dischi della band di Cuneo, un’altrettanta perizia nello scrivere canzoni rock (saldamente anni novanta) solide e piacevoli e, per finire, la capacità di staccarsi nella parte testuale dal linguaggio aulico e parecchio estetico di Cristiano Godano a favore di liriche che evocano efficacemente tensioni, disillusioni e rabbie senza riuscire però a strafare. Sui difetti invece il discorso è più complesso, in primis perché i punti deboli di questo disco discendono in qualche modo dai pregi e secondariamente perché purtroppo sono i difetti a prevalere qui, seppur di poco, sui pregi. Avete già capito di che parlo? Forse sì. Per farla breve: il classico doppio vulnus di tanto rock italiano degli ultimi dieci anni-quindici anni. In ritardo sui suoni da una parte e impossibilitato a supplire a tali indugi con canzoni importanti e decisive dall’altra. “Tutto come prima” è proprio così: non sarebbe una zavorra rimanere nel 2008 ancora così sonici se i pezzi facessero il proprio dovere in quanto a sostanza e forza comunicativa. Invece tutto appare abbastanza irrisolto: l’eco marleniano a volte è perfino soffocante (Confusione) e non bastano certi deviazioni new-wave con riusciti riffoni interpoliani (Mario B.) o impreviste peregrinazioni tra lo psichedelico e il vagamente esotico (l’armonium di Ultimo giorno d’estate) a togliere dalle tracce un certo alone di già sentito. Servono più personalità e soprattutto canzoni che invece di volare a mezza altezza portino su in alto, sempre. Mentre qui accade solo nell’ascesa emozionante di Ogni maledetta notte.

Voto: 5.5
Brani migliori: Ogni maledetta notte.

Written by Luca

09/10/2009 at 12:39

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Fuori sessione ’08 – Artisti Vari (Associazione Scienze Politiche/Gruppo Emergency Sassari/Tajra e vari enti del territorio, 2008)

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Venti canzoni di venti artisti diversi. Alcuni sardi, altri no. Per un disco che in Sardegna è nato, ma a favore del Sudan, di Emergency e del suo progetto di costruzione e mantenimento di un ospedale cardiochirurgio a Karthoum. Fuorisessione ’08 è il folle ma concretissimo sogno dell’Associazione Scienze Politiche di Sassari insieme al locale Gruppo di Emergency e al contributo di vari enti e associazioni dell’isola. Una compilation di brani inediti o di versioni alternative di artisti del rock italiano, e sardo in particolare, con la copertina di Vauro e una nota di John Vignola. Ci sono gli Yo Yo Mundi con un anticipo del loro nuovo disco “Album Rosso”, Paolo Benvegnù con una versione alternativa di Hungry Thirsty, la Bandabardò con un live di 1,2,3 stella e Giorgio Canali con un inedito che non sarà sul prossimo disco, quella Bentornato Lazlotoz spassosissimo seguito di un brano del suo primo disco che racconta di Dio che di fronte all’attuale papa tedesco preferisce infilarsi le cuffiette dell’iPod. Tanti i gruppi sardi coinvolti, più o meno famosi (ci sono i Chichimeca e i SikitikiS), per una panoramica che racconta di un territorio musicalmente molto vario e con diverse proposte da seguire (segnaliamo Primochef del Cosmo e Ølsen Bjørne).
Attualmente “Fuorisessione ‘08” è presente sui banchetti dei gruppi territoriali sardi di Emergency (a soli 10 €) e sugli scaffali delle librerie di Sassari (al prezzo di 12 € a causa dell’IVA al 20% sui prodotti musicali) che elenchiamo di seguito: Odradek Interno4 (via Torre Tonda n.42), Koinè (via Roma n.137), Azuni (viale Mancini n.15) e Messaggerie Sarde (piazza Castello n.11) e presso il negozio Managua Video Musica di Siniscola (via Sassari n.11) e la Poco Loco di Alghero (via Gramsci n.8). Presto sarà disponibile anche nei migliori negozi di dischi di tutta Italia e nelle librerie specializzate.

Voto: 7.4
Brani migliori: Bentornato Lazlotoz (Giorgio Canali & Rossofuoco), Annie (Ølsen Bjørne).

Written by Luca

09/10/2009 at 12:34

Magma – H.E.R. (C.O.R.E./Edel, 2008)

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Violino-voce e nient’altro per Erma Castriota alias H.E.R., la quale ha però ben poco da spartire con i vari Final Fantasy o Patrick Wolf che negli ultimi anni hanno fatto dell’accoppiata un marchio di fabbrica – ma aggiungendoci, il secondo soprattutto, i più disparati strumenti, mentre l’artista di San Giovanni Rotondo rimane (per ora?) fedele al suo strumento e tiene a bada ogni pomposità o istinto orchestrale. Magma racconta di una performer, termine in questo caso assai appropriato, che si muove a suo agio tra cinema, teatro e canzone, con uno spirito a metà tra l’avanguardia e il pop qui sviscerato in tredici tracce proprie e altrui. E’ un’anima crepitante H.E.R., istintuale ma estremamente talentuosa, che sembra trovare nel violino l’elemento simbiotico da cui generare sé stessa e ciò che fa. I suoi brani melodicamente inquieti come la voce che non rinuncia a puntate estreme e sui generis sembrano essere stati scritti proprio sulle quattro corde dello strumento e ne conservano al meglio l’impronta demoniaca, come mani che afferrano e sputano fuori i propri daímōn interiori. Allo stesso modo le cover mostrano tutta l’eccentricità di un’interprete atipica, che insieme a Petra Magoni trasforma Vita spericolata in una giga vorticosa alla Quintorigo e dà ad Amandoti dei CCCP sapori cinematici di sole e vento, per poi difendersi bene su Non c’è ragione della capobanda Teresa De Sio (H.E.R. è la sua violinista) e cadere sull’onda dell’entusiasmo sulla superflua rilettura di Sweet Dreams. Le tracce autografe, derivanti da alcune esperienze cinematografiche (lo strumentale Domani, dal film “Craj” di Marengo-Ferretti-De Sio) e teatrali (il reading musicato Parsifal su testo di Mariangela Gualtieri e voce di Alessandro Scanderbeg), lasciano invece che le straordinarie capacità performative della titolare suppliscano a qualche deficit di scrittura, soprattutto testuale (Tentativo Zen, La natura del sole con Momo). E’ qui che H.E.R. deve crescere ancora, perché quando tutto funziona al meglio (Grandioso amore con Peppe Voltarelli, Save), allora sì che lo sentiamo davvero il Magma.

Voto: 7.0
Brani migliori: Grandioso amore, Save.

Written by Luca

05/10/2009 at 09:26

Alla mia età – Tiziano Ferro (Emi, 2008)

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Nell’etere del Belpaese contemporaneo ci sono strade diverse da quelle dei fenomeni da una stagione e via, delle interpreti ad urlo continuo che hanno fatto del proprio stadio un pianobar allargato, dei posteggiatori arricchiti che canterebbero per tutte le gomorre possibili e (in)immaginabili, delle nuove proposte sanremesi musicalmente più reazionarie dei loro stessi padri sempiterni Kappler della riviera dei fiori. E sono strade che non c’entrano nulla con l’originalità, lo sperimentalismo o l’avanguardia – istanze che amiamo, ma che saremmo dei patetici idealisti a sperare in radio oggi nell’Italia atrofizzata degli anni zero – e neanche col sempre strombazzato Nuovo-Che-Avanza – nessuna rivoluzione da noi: siamo e rimarremo ancora per tempo un Paese in ritardo di almeno tre-quattro anni su tutto, musica compresa. Chiamatela semplicemente onestà questa strada diversa, che per Tiziano Ferro significa anni di lavoro sodo e aver imparato a scrivere, cantare, interpretare, lavorare – ed oggi saper scrivere, cantare, interpretare, lavorare. Chiamatela anche coerenza, o meglio trasparenza – da sempre nelle sue canzoni il modo migliore e più sano di fare i conti con sé stesso, qualcosa che non ha copione né nomination, ma carne, sangue, lacrime e sorrisi in cui ritrovarsi. E chiamatela soprattutto crescita, perché il Ferro di Alla mia età è ancora precisamente lo stesso di “Xdono”, con la differenza che si è allenato, la vuole fare davvero “L’Olimpiade”, ed è partito dai provinciali per giocarsi tutto ai Trials con progressioni sugli ultimi trenta metri che sono puro talento.

Ed eccoli arrivare finalmente questi trenta metri. I dodici brani di Alla mia età (più bonus-track) secondo i canoni su cui si è mosso fino ad oggi il nostro (canzonette pop, ballad malinconiche, dancing elettronici) come sempre mischiati tra loro ma virati al meglio. Tirate le somme gli apici della scaletta sono quattro, ben spartiti tra pezzi più o meno movimentati, mentre tutto il resto concorre al risultato senza mai lasciare momenti di stanca. Prima traccia in scaletta da segnalare è la title-track, nonché singolo di lancio del disco, nonché brano da inserire per intensità e mestiere alla voce “come scrivere una canzone pop che piaccia a tutti (se tutti hanno l’onestà di ammetterlo)”: strofe compatte con voce ancora una volta quasi dimessa, ponte in crescendo, apertura nel ritornello e un testo che usando parole chiare e qualche metafora dosata dice due cose ma le dice in modo convincente, sentito, senza che gli si possa muovere contro accuse di banalità o snobismo. Insomma: «e ringrazio sempre chi sa piangere / di notte alla mia età», voi provate a dire che non ha ragione.

Subito di seguito la seconda traccia meritevole di segnalazione. Il sole esiste per tutti è un ibrido tra synth-pop e ballatona strappacuore, con la parte elettronica a dettare una ritmica serrata ma placida, dall’atmosfera albeggiante, su cui Ferro appoggia un cantato cadenzato e ancora una volta dimesso, che poi si apre nel ritornello squarciandosi di luce come il sole appunto in mezzo alle nuvole, in un gioco di contrasti ritmico e atmosferico che ricorre spesso nella sua scrittura. Più omogenea, e tipicamente ferriana, è invece la terza traccia da segnalare, La paura non esiste, ballata infallibile che fa quel che deve fare, cioè crescere d’impeto fino alla drammaticità del ritornello, prestito emozionale dal melodramma di cui Cocciante è stato maestro. Questo brano e l’ultimo dei magnifici quattro spiegano bene i due poli di attrazione entro cui gravita il cantante di Latina: Per un po’ sparirò lo butta nella mischia come un Justin Timberlake italiano, ed il brano coi suoi bordoni di synth muscolari, la ritmica trascinante e la parentesi flamencata funziona bene. Dunque Cocciante (ma anche Battisti e Baglioni) da una parte e le produzioni americane ad alta rotazione degli ultimi anni in opposto. Ma se da un lato la strada sembra intrapresa saldamente, dall’altro il problema è che Ferro non ha ai comandi né Timbaland né i Neptunes, e si sente. Così brani dall’altissimo potenziale come Indietro (minuetto drum and bass con un Fossati in tono minore alle liriche) o il duetto con Battiato di Il tempo stesso – che diviene omaggio ad “Un’estate al mare” ne La traversata dell’estate – perdono qualcosa proprio nella caratura dei suoni, che non sono poi così vecchi, ma non spingono, rimangono un po’ statici – oltre ad essere proprio derivativi, nel senso meno positivo del termine, dai nomi sopracitati. Per lo sprint finale Ferro sembra necessitare di qualcuno che affianchi Michele Canova (ottimo per tutto il resto) nelle parti più ballabili. Ad esempio lo stuolo di produttori che ha lavorato all’ultimo (bellissimo) disco di Dargen D’Amico. Noi la buttiamo lì. Al resto, poi, ci penserà il tempo.

Voto: 7.8
Brani migliori: Alla mia età, Il sole esiste per tutti, Per un po’ sparirò.

Written by Luca

05/10/2009 at 09:17

A due – Beatrice Antolini (Urtovox/Audioglobe, 2008)

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Tutta questa roba e tutta da sola? Non è brava Beatrice Antolini, è che proprio la disegnano così. Autonoma, indipendente, e vogliosa di fare da sé, perché chi fa da sé fa per tre, come si dice, anche se qui la questione è A due: lei e la sua musica, interpretiamo noi.
Nel 2006 l’esordio “Big Saloon”, che già la vedeva suonare quasi tutto da sola in compagnia del Jennifer Gentle Marco Fasolo (qui al mix con la titolare), fu una piccola grande sorpresa di atmosfere ludico-lisergiche, da sabba multicolor o vaudeville spiritato ma sempre un po’ ironico. Umori che tornano anche in questa seconda prova (New Manner, Pop Goes To Saint Peter), tinteggiata a nero rispetto alla precedente e con dentro la stessa irrequietezza musicale più circoscritta nelle canzoni.

Sono piccole creature che cambiano forma ad ogni passo i brani di Beatrice; provengono dai laghi più paludosi e nascosti ma pure dai cappelli più matti (i quali, ovviamente, ridono). Attorcigliano stelle filanti allucinogene attorno a David Bowie (Funky Show); immergono le malinconie più profonde in stagni burtoniani (Morbidalga); intrugliano pianoforti inquietanti, andature new-wave, fiati tex-mex e richiami salsa in un solo brano, come David Byrne più i Calexico più Diamanda Galas più il Buena Vista. E spesso si lasciano attraversare da un’aria freddolosa, fatata ed ectoplasmatica, un clima un tantino Dickens e un tantino Poe, che ha ancora il gusto dello scherzo, ma di quello scherzo che quando il vento soffia più forte (Double J, Taiga) ti lascia lì così, gelato, che era meglio che non te lo facessero. Buh!, ci grida alle spalle Beatrice vestita da strega, che qualcuno buh! l’ha gridato a lei ed ora ecco il risultato. Spaventevole e affascinante. Dal quale noi non possiamo che lasciarci spaventare e sedurre.

Voto: 7.5
Brani migliori: Morbidalga, Taiga.

Written by Luca

02/10/2009 at 12:06

La Forza – Yuri Beretta (Eclectic Circus/Warner/Venus, 2008)

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Memoria di ferro per chi si ricorda dei Genialando, che nel 1999 pubblicarono per la CGD un disco e poi si sciolsero – uno di quei non pochi casi di pop italiano, piccolo (nelle vendite) ma ben curato, che avrebbe meritato più fortuna. Il leader di quel gruppo si chiamava Yuri Beretta ed oggi ci riprova su etichetta Eclectic Circus con La forza, disco che in undici tracce propone una canzone d’autore più o meno virata alle cose migliori che il pop di casa nostra abbia sfornato negli ultimi quindici anni.
Se difatti l’apertura è all’insegna del folk ingentilito di L’acqua (arpeggi d’acustica, synth gocciolanti e un pacificante sentore d’oltremanica), La danza transita dalle parti di Max Gazzè, Tokyo di un Pino Marino affaccendato sull’organo hammond e La deriva dei sentimenti all’esatto crocicchio tra Samuele Bersani e Cesare Cremonini. Ad episodi più solari (la radiofonica Innamorati stipendiati) Beretta alterna inoltre sprazzi più decisi, come nei retrogusti anni ottanta di Depress yourself e nell’eredità Estra della cavalcata a chitarre strepitanti Tocca la minchia.
Proprio l’ironia del testo di quest’ultima esprime al meglio una delle peculiarità del cantautore milanese, quella di accostare saltuariamente nelle liriche immagini tra loro in apparenza impertinenti ma che sortiscono un buon effetto surreale, a volte al limite dell’improbabilità, sia quando il tono è scherzoso sia quando è più meditativo. Nonostante ciò, “La forza” – complice anche una certa disomogeneità di arrangiamenti che rende ogni pezzo troppo a sé – non ha quel quid per essere qualcosa in più di un lavoro gradevole ma discreto. Urge insomma un determinante colpo di reni.

Voto: 6.3
Brani migliori: Tocca la minchia, La deriva dei sentimenti.

Written by Luca

02/10/2009 at 12:01

I segreti del corallo – Moltheni (La Tempesta/Venus, 2008)

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«L’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca è passata a quattro metri la mia vita / camminava col bicchiere e un vestito nero mi ha guardato ma non mi ha cagato»: l’incipit (splendido) di Vita rubina annuncia il settimo capitolo dell’avventura musicale di Moltheni, sempre più affezionato a quel recupero del folk americano delle origini che oltreoceano sta facendo la fortuna di gente come Devendra Banhart, Marissa Nadler, Josephine Foster e chi più ne ha più ne metta. Ma Umberto Giardini dà a queste influenze un’impronta che scontorna i brani verso geometrie più pop, lasciando intatto quel carisma da ottimo scrittore di melodie (a cui fa da supporto una resa vocale sempre più emozionante) che gli è proprio fin dagli esordi pur discontinui di “Natura in replay”. Sull’onda del precedente ep “Io non sono come te”, I segreti del corallo è comunque il suo disco più analogico e “legnoso”, che sposta il perfetto bilanciamento tra folk e pop di “Toilette memoria” verso il primo dei due piatti (la crepuscolare Corallo, la brumosa Ragazzo solo, ragazza sola), conforme a quell’andatura che fin dagli inizi lo ha visto sempre in perenne mutazione ma anche in collegamento con ciò che è stato.

E proprio rispetto a “Toilette memoria”, ad oggi il suo capolavoro, “I segreti del corallo” subisce uno scarto, leggero ma percepito, non reputabile tanto ai giochi di bilancia di cui sopra ma più semplicemente alla qualità della tracklist, che parte all’apice con la cavalcata dagli echi post di Vita rubina (fraseggio di chitarra reiterato e trascinante, testo da brividi, uno dei suoi brani migliori) e rimane sempre piuttosto in alto, in primis su L’amore acquatico e sulla lamentazione di piano circolare con strepiti di slide e tastiere di Verano. Ma, come dire, “Toilette” ha una marcia in più.

Non rimane dunque che segnalare tutte le ulteriori variazioni oltre a quelle già dette, a partire da una maggiore presenza di chitarra elettrica, organo e piano accanto ad acustica e rhodes – aggiunte che determinano l’incedere evocativo dello strumentale Che il destino possa riunire ciò che il mare ha separato e il tentativo psych della placida Oh, morte – fino alla rilettura di due brani da “Splendore terrore”: In porpora, rifatta (meno bene) su una pulsazione di basso monocroma, e Suprema ripresa (meglio) in coda, a mo’ di ballad settantiana. Momenti transitori di un lavoro che pare anch’esso di passaggio, ma che non avrà sicuramente un ruolo minore nella discografia del titolare.

Voto: 7.6
Brani migliori: Vita rubina, L’amore acquatico, Verano.

Written by Luca

30/09/2009 at 08:11

Sushi & Coca – Marta sui Tubi (Tamburi Usati/Venus/Warner, 2008)

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E dopo la batteria – inserita in pianta stabile a partire dal predecessore “C’è gente che deve dormire” – i Marta sui Tubi si presentano ai nastri di partenza di Sushi & Coca con un nuovo innesto. Trattasi del pianoforte (ma anche hammond e violino) di Paolo Pischedda, che porta a quattro il numero dei componenti del gruppo siculo-bolognese-milanese, arrivato al suo terzo lavoro in studio dal 2003 ad oggi. Sono ancora quelli di “Muscoli e Dei” i Marta, ma alla loro indole pop sempre alla ricerca di strutture poco rassicuranti e fortemente espressive (anche nei testi, dove la parte fonetica conta almeno alla pari dei contenuti) aggiungono in pianta stabile nuove influenze, tanto ambiziose quanto ben gestite, che fanno di “Sushi & Coca” il loro disco migliore.

Il piano di Pischedda intrufola ovunque può sequenze jazzate dall’andatura circolare, talvolta spasmodiche e altrove evocative; le ritmiche solide di Ivan Paolini dettano e spezzano i tempi dando a tutti i brani una sostanzialità vitale nella resa live; il chitarrismo di Carmelo Pipitone, sempre all’acustica, dispone nervosissime ripetizioni folk e stralci più rallentati (mentre alla voce sono affidati soprattutto bisbigli quasi subcoscienziali); Giovanni Gulino usa tutta la sua ugola robusta lasciando che l’interpretazione vada teatralmente sopra le righe quando è il caso. Se dovessimo trovare un riferimento per questi Marta sui Tubi l’unico reale è all’art-rock nostrano di Arti e Mestieri, Biglietto per l’Inferno e – con le dovute proporzioni non solo vocali – Area, ma con lo spirito che è proprio del gruppo dalle origini, a partire dalla volontà di fare canzoni chiuse, spesso anche brevi. Da ciò derivano i due-tre colpi di reni del disco, sintomi di una creatività che viene a patti con le regole della musica pop negandole senza rinnegarle. In ordine di apparizione: le corde schizofreniche e il drumming serrato di Cinestetica; la trovata geniale di un coro di bambini che cantano e urlano entusiasti su Non lo sanno; il disincanto e la rabbia di Dio come sta? dove forza immaginifica e vigore prog-jazz trovano una sintesi rara nel mantra in coda («la paura degli esseri umani è paura di essere umani»).

Un passo indietro (ma solo uno), l’accattivante e fumettistica L’unica cosa, il miscuglio zappiano di Dominique e la giaculatoria d’amore-odio verso Milano di Milano Sushi & Coca dimostrano che l’ispirazione dei Marta sui Tubi non è episodica, ma sostiene un mondo musicale sfaccettato, gustosamente fantasioso, anche divertente. Destinato a moltiplicare ancora di più i propri versanti nelle prossime uscite.

Voto: 8.2
Brani migliori: Cinestetica, Non lo sanno, Dio come sta?.

Written by Luca

30/09/2009 at 08:05

Da solo – Vinicio Capossela (Warner, 2008)

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Se “Ovunque proteggi” è stato il disco della rappresentazione, delle maschere indossate in concerti-performance dove il palco diveniva prima di tutto scena, con Da solo – settima fatica di una carriera quantomai in crescendo – Vinicio Capossela prova una via diversa, non del tutto opposta ma certamente più sobria, dove l’evocazione non affianca (a volte surclassandola) la sostanza delle canzoni ma ne diventa strumento e appoggio. La mitologia e l’invenzione pura lasciano il posto all’ambientazione misurata, che si nutre sì di immaginario senza però strafare; dunque Capossela non più come un novello Salgari della canzone o un Jules Verne a spasso per lo spazio e il tempo, e neanche come un personaggio che gioca le sue magagne alla roulette della fantasmagoria più accesa, ma un uomo che paga i debiti maturati con sé stesso e con chi gli sta attorno attraverso una manciata di canzoni nate asciutte sui tasti di un pianoforte e cresciute con le briglie di un’essenzialità comunque fantasiosa e multiforme.

Il Gigante e il Mago fa da ponte con il passato nel suo saliscendi tra solennità da chiesa quacchera e l’incantamento di un teatrino circense, mentre un organo mighty Wurlitzer unisce il tutto sfiatando legnoso. In clandestinità è Capossela doc, ballata a fil di lacrima lucidata da glockenspiel, toy piano e fiati gioiosi ma purtroppo un po’ trasparente. Più fortuna per Parla piano, che concede il bis su tonalità più chiaroscurali, e con una batteria riverberata a iniettare solitudine verso l’apertura del ritornello – una delle cose più melodicamente “italiane” che il nostro ha scritto fino ad oggi. In controcanto, Una giornata perfetta saltella e fischietta come un Chaplin spensierato prima che tornino le solite disgrazie e Il paradiso dei calzini racconta insieme ai giocattoli di Pascal Comelade la solitudine degli spaiati senza compagnia nell’atmosfera fiabesca di un Rodari in surplus «di napisan o di cloritina».

Giusto a metà, mentre il livello si mantiene buono ma senza picchi, il capolavoro del disco: Orfani ora, con la sua melodia cinematica che odora di strade desolate dopo la pioggia e i versi a fare da nucleo centrale di un disco fino a qui impregnato di abbandono e non meno da qui in poi, quando lo sguardo di Capossela si sposterà maggiormente sulla realtà intorno. Succede – dopo la parentesi natalizia da camino e castagne di Sante Nicola – per Vetri appannati d’America, ritratto contemporaneo e decisamente centrato degli States della cintura biblica, dei centri commerciali immersi nel nulla e delle taglie oversize elette a primo paradigma sociale. E poi per Lettere di soldati, seconda perla dell’album in cui una cantilena di piano descrive al meglio la paranoia e la nostalgia di casa di chi spende tre-quattro anni della sua giovinezza a presidio di un check-point.

Le tracce rimanenti ricalcano con una leggera flessione verso il basso le cose buone della prima parte del disco, tra tinteggiature noir-fantasmatiche (Dall’altra parte della sera), Spoon River polverose come un romanzo di Cormac McCarthy (La faccia della terra, coi Calexico) e inni religiosi di inizio novecento che chiudono “in verticale” confermando una tensione verso l’alto in filigrana anche nel predecessore (Non c’è disaccordo nel cielo).

“Da solo” forse non ripeterà i fasti di “Ovunque proteggi” – e d’altra parte non ne ha la stessa potenza, preferendo insinuarsi piano piano e intimamente sotto pelle – ma pare segnare finalmente l’affrancamento totale di Capossela dall’ombra lunga di Tom Waits. Se a ciò aggiungiamo che il nostro in diciassette anni di musica non ha ancora fatto un disco non diciamo brutto, ma neanche mediocre, viene difficile anche questa volta non tributargli, pur senza spellarsi le mani, un meritato applauso.

Voto: 7.8
Brani migliori: Parla piano, Orfani ora, Lettere di soldati.

Written by Luca

29/09/2009 at 14:33

Procurarsi Guanxi – Fou (Novunque/Self, 2008)

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Una voce maschile ed una femminile, l’impronta indie-rock anni novanta con qualche synth a scontornare i watt delle chitarre, il gusto per le liriche citazioniste e (finto?)-intellettuali, a volte anche autoironiche. Paragonare i Fou di Procurarsi guanxi ai primi Baustelle è cosa da un attimo, ma del tutto diverso è il contesto in cui nascono le canzoni di Tony T. e compagnia rispetto a quelle della band di Montepulciano. Non nelle stanze buie di un qualche riformatorio di provincia e neanche in una discoteca accasata sulle stelle in cui rifugiarsi e riprendere a ballare canzoni fuori moda. Ma nella Milano universitaria del duemilaotto, tra quartieri cinesi, happy hour non troppo felici a causa di rapporti umani ridotti a grado zero – vedasi il titolo: il “guanxi” altro non è che il clientelismo alla cinese – e «kebab nel quartiere Isola pagato con i Ticket Restaurant» (Ultimo kebab). Contesti dove i Fou ambientano i loro bozzetti elettrici, trascinati – è proprio il caso di dirlo – dalle voci indolenti e indolenzite dei due cantanti. Verificarli dal vivo sarà la prima cosa che faremo dopo aver chiuso la recensione di questo disco, basato su una manciata di (buone) canzoni già sentite in un demo-ep non in commercio circolato l’anno scorso – da cui però non è stata presa la migliore di quel lotto: “Tracce” – e su sei brani del tutto inediti che confermano lo spessore del gruppo. Spessore che nel prossimo disco andrà ricalibrato su distanze maggiori dai mentori toscani, ma che per ora ci lascia abbastanza soddisfatti all’ascolto dell’accattivante e robusta Estinzione di un magnete, dell’inno d’amore catodico Mivar e soprattutto di una Editing che coglie stralci di vero lirismo in un testo taglia-incolla tipo “Tungsteno” degli Scisma. Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax al pianoforte in Edmundo.

Voto: 7.0
Brani migliori: Ultimo Kebab, Editing.

Written by Luca

29/09/2009 at 14:31

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