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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for febbraio 2008

Occhi di lupo – Sergio Borsato (Daigomusic/Deltadischi, 2006)

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Comincia bene e finisce male questo secondo disco di Sergio Borsato, a due anni di distanza dall’esordio di “La strada bianca”. La prima traccia, Occhi di lupo (pure titolo di tutto il lavoro), è un pop-rock dal buon tiro che svela subito l’attitudine di un cantautore che guarda l’America più classica, tra folk, rock e blues, ma per raccontare storie della propria vita e delle proprie terre. L’ultima, Fiesta, è purtroppo un pastiglione di luoghi comuni ispanici – sexo, noche, tequila, il tutto ovviamente in salsa flamencata – che ci fa meritare per contrappasso quelli mafia-pizza-mandolino affibbiati a noi italiani. In mezzo, quasi a voler confermare l’andamento ambivalente dei due estremi, succede un po’ di tutto.
La via è sempre quella, la stessa già percorsa da gente come Bubola (qui supervisore artistico) o nei momenti più robusti i Gang. Ma gli esiti sono a dir poco schizofrenici. Ad un certo punto di Occhi di lupo, precisamente dalla traccia due alla traccia sei, c’è come un buco nero qualitativo, un’ecatombe di retorica (Dentro al cuore), assoli di chitarre in erezione (Gira) e banalità assortite (Colori in pasto), che lascia di sasso. Chi è la buonanima che ha deciso di promuovere questo disco, ci si chiede. Chi avrà bisogno di tanti luoghi comuni musicali e non tutti insieme. Poi inaspettatamente la situazione migliora, e la traccia sette, Figli di una luna storta, lascia lì un po’ straniti a domandarsi se dietro il collasso di prima e il buon sussulto di ora (dove, solo per rimanere al testo, ci sono un’esigenza all’origine e qualche ottimo passaggio), ci sia la stessa mano. Da lì in poi, e prima dello scivolone finale, la situazione migliora, si mantiene decente e pure gradevole. Ma fatti a penna i conti le canzoni da buttare sono più di quelle da tenere, e se fossimo alla scuola di un tempo Occhi di lupo lo rimanderemmo a settembre. Con il compito imprescindibile di rammendare il buco di sopra. E in aggiunta, per quanto riguarda i pezzi più popolari (Bastimento) o in dialetto (Il re degli orchi), di farsi un bel ripasso alla voce Davide Van De Sfroos

Voto: 5.2
Brani migliori: Occhi di lupo.

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Written by Luca

26/02/2008 at 14:35

Unusual – Giuni Russo (Radiofandango, 2006)

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Un percorso musicale durato quasi trent’anni all’insegna di un’intelligente eccentricità e di un’attitudine davvero trasversale (che ha toccato, anche contaminadoli tra loro, pop da classifica, lirica, world e musica religiosa) e poi il silenzio, obbligato da una morte prematura e non solo umanamente dolorosa: questa in pochissime parole la carriera di Giuni Russo, al secolo Giuseppa Romeo. Unusual ne omaggia a tutto campo l’opera, proponendo nel dvd la registrazione video di un bel concerto tenuti all’Auditorium di Milano nel dicembre del 2001 e nel cd una serie di duetti virtuali con artisti a lei più o meno vicini: Caparezza, Franco Battiato, Toni Childs, Lene Lovich, Vladimir Luxuria e altri. I nomi di rilievo, eccetto i primi citati, scarseggiano un po’, ma la cosa non stupisce se paragoniamo la vitalità artistica della Russo all’imbolsimento di gran parte del panorama italico (soprattutto mainstream, ma non solo), e comunque la qualità del tributo non ne risente. Unusual è infatti un buon disco, sincero nelle partecipazioni e variegato nella proposta, a cui non mancano momenti piuttosto buoni ed alcuni veramente eccellenti, come il rifacimento trip-hop di Una vipera sarò (con breve ma incisiva ospitata di Caparezza), i due emozionanti episodi cameristici (La sua figura e Strade parallele: con un Battiato per l’occasione tirato a lucido), e quello ospitante il coro delle Carmelitane Scalze di Milano, che rivestono di pennellate eteree e vocalizzi ancestrali un brano già stupendo di suo come La sposa. Il resto è tutto almeno sufficiente con l’unico neo del superfluo remix ad opera di Megahertz di Un’estate al mare, che non aggiunge niente ad una delle pop-song italiche più belle di sempre. Ottima operazione insomma, e complimenti alla curatrice Maria Antonietta Sisini, compagna d’arte e di vita di Giuni Russo che da tempo ne difende fieramente l’eredità artistica.

Voto: 7.4
Brani migliori: La sposa.

Written by Luca

26/02/2008 at 10:45

Da questa parte del mare – Gianmaria Testa (Radiofandango, 2006)

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Di canzoni sull’immigrazione negli ultimi quindici anni ne abbiamo sentite fin troppe. Vuoi per l’effettiva gravità della situazione, vuoi perché anche un certo approccio terzomondista (con tutto il solito armamentario di slogan e etnicismi da accatto al seguito) dà i suoi frutti in quanto a vendite e appeal, potremmo metterci qui a fare la casistica di “come” e “cosa” si racconta quando si parla della questione. Gianmaria Testa, oltre ad essere uno bravo, capace di aprirsi uno spazio autonomo nell’affollatissimo panorama del cantautorato di casa nostra a forza di canzoni che sono piccole opere letterarie dalla grande forza narrativa, è anche una persona parecchio seria. E se decide di dedicare un intero album all’immigrazione – quella odierna ma anche quella passata, la “nostra”, rievocata nella cover di Miniera di Bixio-Cherubini – lo fa con l’onestà intellettuale che gli è propria, e lo titola con un’espressione che già da sola vale un attestato di stima profonda: Da questa parte del mare. Ovvero l’immigrazione raccontata dal suo (e in parte anche nostro) punto di vista, l’unico davvero rispettoso e conosciuto da tutti, senza chincagliere etniche o frasi ad effetto con cui pontificare.

Quattordici anni ci ha messo Testa per pensare e realizzare questo lavoro: un’esigenza forte dietro, e si sente. Ma, paradossalmente, è forse proprio quell’esigenza – realizzata nei fatti con un concept – il punto debole del disco. Che nonostante la buona spinta mediatica – finalmente, aggiungiamo noi, dopo anni di semi-anonimato qui e trionfi oltreconfine – e pur non spostando quasi per nulla il suo percorso musicale, non è di certo il miglior lavoro che fino ad oggi il nostro ha licenziato. Tutto, sebbene condotto da diverse prospettive e anche con una certa varietà di generi (che arriva a mischiare blues elettrico, contrabbassi solinghi e salite folk-jazz in Rrock e sforzarsi maldestramente perfino dalle parti di Waits in Tela di ragno) è concentrato sul tema migratorio. E a volte tale necessità viene inevitabilmente aiutata da un po’ di mestiere (¾) e da qualche momento di noia (Forse qualcuno domani), pur non scarseggiando di fatto le canzoni belle o bellissime. Su tutte citiamo la poetica apertura di Seminatori di grano (il più classico Testa votato al meglio, e con clarino-vocalese finale da pelle d’oca), la pietosa ninna-nanna Una barca scura e il Fossati-De Andrè di Ritals. Ma certo è che, al di là dell’andatura altalenante, quello che di Da questa parte del mare colpisce sta nella sua anima: così volontariamente e coerentemente lontana per cultura, geografia e vita, così profondamente vicina nei sentimenti.

Voto: 7.4
Brani migliori: Seminatori di grano, Ritals.

Written by Luca

24/02/2008 at 10:53

Toilette Memoria – Moltheni (La Tempesta Dischi, 2006)

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Se Natura In Replay era l’esordio pop, acustico e promettente ma per certi versi ingenuo; Fiducia Nel Nulla Migliore il lamento elettrico con passaggi da capolavoro e Splendore Terrore la sterzata dilatante che lasciava liberi i contorni dei pezzi con un’attitudine al limite dell’ambient, Toilette Memoria è semplicemente il miglior lavoro che Moltheni ha pubblicato fino ad oggi. Mai come in questo disco infatti sono presenti, seppur con sfumature diverse, tutte le caratteristiche del suo cantautorato obliquo, dosate al meglio e utilizzate per portare a compimento un lavoro adulto, forse ancora migliorabile in futuro ma già foriero di alcune indicazioni più che confortanti.

La voce, croce e delizia, è sì ancora derivativa (inutile citarvi i soliti due nomi che si tirano in ballo a questo punto) ma è anche più autonoma e calibrata, e quando sale con quell’impeto lirico che pochi in Italia hanno non c’è derivazione che tenga – si ascolti a proposito il beat-pop di Minerva. Il songwriting trova un livello di ispirazione pari al coraggio di certi passaggi testuali, che a fronte di immagini insolitamente naturalistiche o culinarie («la vita mi ha cotto al vapore / io gli ho ricambiato il favore» canta in Bufalo) guadagnano tutto in espressività. E l’urgenza, soprattutto, è quella di Fiducia Nel Nulla Migliore, risolta però in una manciata di splendide canzoni d’amore (più due strumentali) che lasciati da parte ma non del tutto i fondali fin troppo espansi di Splendore Terrore si concentrano su strutture pop-rock rotonde, oseremmo dire quasi geometriche se l’aggettivo non fosse un po’ troppo fuorviante, che talora virano al folk e si lasciano impreziosire da wurlitzer e pianoforti gocciolanti psichedelìa leggera quasi ovunque.

Titoli come Io, L’età migliore, Eternamente, nell’illusione di te e poi Nel futuro potere del legno e Nella mia bocca (il primo rilettura parimenti intensa di uno dei migliori brani di Splendore Terrore e il secondo vertice emotivo del disco) affermano il carattere decisivo di questo disco per l’evoluzione di un autore tutt’altro che unico nel suo genere ma certamente emozionante. E fa niente se alla fine sono solo gli ospiti (peraltro piuttosto succulenti: Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi, Luca e Alberto Ferrari dei Verdena, e un Franco Battiato che si “nasconde”, quantomai autoreferenziale, in Sento che sta per succedermi qualcosa) a lasciarci l’unica mezza delusione.

Written by Luca

23/02/2008 at 15:00

Equilibrio – Konsentia (CNI, 2006)

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Chissà se il titolo di questo secondo disco dei Konsentia (Equilibrio) è un’affermazione o un augurio che il gruppo calabrese fa a se stesso. Ad ascoltare le dodici tracce in questione verrebbe da optare per la seconda, appunto perché quello che qui scarseggia è proprio la capacità di rimanere in piedi autonomamente, senza appigliarsi per forza ad un riferimento preciso e soffocante, leggasi i Subsonica. Dal gruppo torinese la mistura di dub, jungle, dance e rock dei Konsentia prende tutto e di più – e come potrebbe essere altrimenti, del resto, visti i riferimenti in gioco – lasciando già dopo poche tracce ben poco all’immaginazione e ancor meno all’entusiasmo di chi ascolta. Il meccanismo è evidente alla quarta traccia (la strumentale Baghdad), ma dà i primi segni anche nell’avvio di Liberami l’anima ed Equilibrio sull’asse verticale, diventando poi del tutto imbarazzante in quella sorta di b-side etno-folk di “Microchip Emozionale” che è Pensiari i libertà. A quel punto il gioco è fatto, e a poco servono i rimandi ai primi Almamegretta che spuntano saltuariamente, o il piacevole retrogusto synth-pop di Senza di te o ancora la lunga peregrinazione electro-world di Istambul. Più che di afrori mediterranei, situazioni da dancefloor, slogan dozzinali (questo sono spesso i testi, cantati nel dialetto d’origine) e chitarre ad irrobustire e psichedelizzare un po’ tutto, qui urge prima di tutto proprio una sana e vitale ricerca di equilibrio. E poi dosi industriali di coraggio e personalità. Forza Konsentia, e auguri.

Voto: 4.8
Brani migliori: Istambul.

Written by Luca

22/02/2008 at 12:28

Mr. Henry & The Hot Rats – Mr. Henry (Suiteside, 2006)

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Tom Waits non è solo un cantautore sui generis. Tom Waits è un’estetica. Unica, inscalfibile, netta. Prendere o lasciare. Da qui l’immancabile sensazione di stare ad ascoltarne una derivazione, se non un vero e proprio clone, ogniqualvolta ci troviamo tra le mani dischi i cui autori si ispirano più o meno fortemente al menestrello di Pomona. Da quelle parti, tra blues notturni e scaracchiosi e ballate languide cantate in punta di gola affumicata, è davvero difficile ritagliarsi uno spazio veramente proprio, che non ricada automaticamente in derivazioni infeconde o addirittura in copie irritanti. Per chissà quale motivi poi – o meglio, un motivo lo conosciamo bene: ed è lo sdoganamento del nostro che il successo di Vinicio Capossela ha generato negli ultimi anni – in Italia l’influenza dell’autore di “Rain Dogs” si è fatta sentire più che in passato, tanto da indurci a dire – esagerando, ma non troppo – che no, non è necessario clonare quel mondo, quelle atmosfere, quei personaggi per essere cantautori oggi. Anche perché un’estetica così forte inevitabilmente marchia, e hai voglia a sopravviverci.

Mr. Henry con tutto questo ci ha fatto i conti. Ma Mr. Henry è Mr. Henry: uno forte, talentuoso, con un sacco di idee. Non piacerà ai soliti fan di Waits-Capossela, non rinnoverà neanche le candidature del prossimo Premio Tenco. Waits Mr. Henry ce l’ha dentro, ci deve fare i conti, lo deve sfruttare, ma gli deve anche sfuggire. Le undici canzoni di “& The Hot Rats” (titolo-omaggio a Zappa) sono un continuo allontanarsi-avvicinarsi dall’immaginario waitsiano, un gioco di variazioni e contaminazioni fecondo ed ispirato che dalla prima alla decima traccia (molte sotto i due minuti) cova, sperimenta, azzarda, e poi all’undicesima si libera, si espande. Blues chitarra slide e acustica violentati da attitudine furiosamente punk (No-Sense # 5) con aggiunta di bordate e stantuffi elettronici (No-Sense # 9); accelerazioni prevedibilmente in zona Kurt Weill (No-Sense # 91276) e intromissioni stile Mark Lanegan che ulula alla luna (No-Sense # 24) e imbastisce la solita (ma stupenda) ballata tenebrosa e tradizionale (No-Sense # 479); poi valzer fumosi e barcollanti e canzoni da aia in compagnia dei Violent Femmes (No-Sense # 69, No-Sense # 1258). E infine il brano che riassume tutto e anche qualcosa di più: i sette inquieti minuti di No-Sense # 0 dove squarci di elettronica siderale, brusii primigeni e frammenti avant accompagnano un blues scurissimo e stupendo. Waits rielaborato in uno stile a tratti spiazzante, rinnovato e – azzardiamo – originale. Che tutto questo venga dalla stessa Italia patria provinciale e ritardataria degli innumerevoli imitatori di cui sopra un po’ ci stupisce. Ma pure ci rinfranca.  

Voto: 8.4
Brani migliori: No-Sense # 479, No-Sense # 0.

Written by Luca

22/02/2008 at 09:50

Dovessi mai svegliarmi – Numero 6 (Eclectic Circus, 2006)

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Hai voglia a scriverne di canzoni così, come fanno i Numero 6. Dodici, e tutte perlomeno gradevoli, quelle contenute in Dovessi mai svegliarmi, forti di un spirito che al di là di referenze e ammiccamenti più o meno dichiarati ha imparato bene la lezione del pop, proprio in quanto a sostanza comunicativa.
Ai tempi dell’esordio con Iononsono, il duo genovese formato da Michele Bitossi e Stefano Piccardo riuscì a portare un suo brano addirittura (la cover di Un’estate al mare) in quel non-luogo musical-giovanilista che è Mtv. Non ce ne stupiamo, perché qui siamo di fronte ad una musica che, discografia e attenzione del pubblico permettendo, potrebbe mettere d’accordo tutti o quasi: canzoni rotonde ed accoglienti che cullano le orecchie senza rassicurarle grazie ad una scrittura dalla rara forza melodica; artigianato pop – definizione abusatissima, ma qui necessaria – che gestisce timbri e sfumature molto diversi (gentilezze chitarristiche, ragionamenti elettronici semplici ma fondamentali, robuste code rockeggianti) con un omogeneità sorprendente; leggerezza meditativa ma luminosa che non stanca mai e anzi dura nel tempo. I bei testi di Michele Bitossi trovano una formula personale tra cantautorato intimista e puro racconto, e la sua voce – dolceamara alla Ivan Graziani – è quella perfetta per l’angolatura ironica e a tratti naif da cui avviene la narrazione.
Provate a non farvi attrarre da un gioiellino come Al cuore della storia o dall’ibrido guitar-electro Verso casa (che potrebbe benissimo piacere perfino ai Kraftwerk): sulle strade del pop italico i Numero 6 stanno mettendo la freccia per lasciare sul posto i Perturbazione (Un finale rocambolesco), e già il Max Gazzè post-Adamo ed Eva lì guarda da lontano (E’ arrivato il freddo). Conviene seguirli, poiché inseguirli se continueranno di questo passo non sarà tanto facile.

Voto: 7.7
Brani migliori: Al cuore della storia.

Written by Luca

20/02/2008 at 17:05