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Tempi meravigliosi – Francesco Forni (Fiorirari/L’Altoparlante/Self, 2009)

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La forza dello stare insieme ed insieme crescere, del fare rete per la musica. Scambiarsi esperienze, condividere spazi, ritrovarsi a suonare nei rispettivi dischi altrui. A Roma sta succedendo qualcosa, di nuovo. Dopo il Folkstudio, dopo l’ondata della generazione del Locale dei vari Gazzè, Fabi, Silvestri, ora il Collettivo Angelo Mai e un gruppo di cantautori che hanno tutte le carte in regola per fare qualcosa di importante. Nelle scorse settimane eravamo qui a raccontarvi del confortante ritorno di Roberto Angelini – insieme a Pino Marino e Filippo Gatti, dei quali attendiamo (trepidanti) le nuove uscite, tra le colonne del Collettivo – adesso eccovi l’esordio di Francesco Forni. Uno che fino a cinque anni fa non aveva mai provato a usare la voce – ma la chitarra sì, e si sente. Uno con un curriculum infarcito delle esperienze più diverse (cover band, cinema, teatro con la pièce tratta da “Gomorra”). Uno che prende il blues, quello originario anteguerra e lo mischia ad una sensibilità moderna, ma non troppo, e al contempo tradizionale, ma non troppo, che guarda ai modelli con rispetto e un pizzico di incoscienza, e soprattutto cantando in italiano senza apparire artificiale o ancor peggio forzato. Tempi meravigliosi è il parto sorprendente – per songwriting e visione d’insieme – di una persona cresciuta immersa nella musica, di un vero e proprio consumatore di dischi che espone in nove canzoni e una cover un mondo certamente non originale, ma suo.

La blues calligrafia (proprio intesa come bella scrittura: vedi al capitolo John Lee Hooker) di Non adesso, coda di fremiti elettrici, vibrafono e contrabbasso legnoso, spiega da dove si parte e dove si arriverà. Fortuna sporca con spezie bossa nova (vedi al capitolo Caetano Veloso) una preghiera folk al Caso contro l’inciampo e il rigetto. La title-track è un come-volevasi-dimostrare di quanto detto all’inizio, giacché gli archi di Rodrigo D’Erasmo e il cinematico solo di elettrica sul finale di Roberto Angelini impreziosiscono un pop-blues elegante come Pino Daniele non ne scrive più da mo’; mentre Blue Venom Bar – zolfo, fumo e tasso alcolemico sopra la norma – omaggia Django attraverso i più tipici personaggi dell’epica waitsiana e clarini ectoplasmatici in zona Allan Poe. Non meno spettrale e funerea, Altri vestiti è una marcia che ha la forza poetica di un outsider come gianCarlo Onorato e lo stesso spirito – rodhes e vibrafono ad attaccare la spina a stelle tristi e incerte – di un Capossela più vicino al cimitero che al circo. In chiusura Una stella dimostra come Forni sappia scrivere anche semplici e splendide canzoni pop (questa volta l’outsider di turno è Pasquale Defina) intanto che una rilettura acustica-voce di Voodoo Child termina coraggiosamente, là da dove eravamo partiti, un disco diamante nella pietra viva della realtà capitolina. Decisamente consigliato.

Voto: 7.8
Brani migliori: Fortuna, Tempi meravigliosi, Una stella.

Written by Luca

28/10/2009 at 16:46