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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Buone vacanze – Ariadineve (Artevox/Venus, 2009)

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Nome endrighiano ma attitudine guitar pop ad alta gradazione radiofonica per gli Ariadineve, quintetto all’esordio sulla lunga distanza dopo gli ottimi riscontri del singolo D’estate avuti nei mesi di solleone dell’anno appena passato. Con Paolo Benvegnù e Lele Battista nomi di garanzia ai comandi, i cinque milanesi giocano le loro carte su un approccio leggero e frizzante, come gli ultimi Baustelle in sbornia hi-fi ma più soleggiati: i sentimenti al centro, qualche timida nota sociale di contorno e tanta voglia di ritornelli a presa rapida praticamente ovunque. Ed è proprio qui il principale difetto di Buone vacanze, quello di essersi concentrato troppo sulla rincorsa a tutti i costi del refrain ammazzaclassifiche sacrificando quasi tutto il resto. La varietà dei suoni in primis, interamente concentrati su soluzioni chitarristiche anni novanta e qualche sparuto inserto di tastiere, archi ed elettronica che non differenziano troppo i brani tra loro – tanto che D’estate pare la reprise allungata della precedente Sempre al sole. La scrittura subito dopo, montando e smontando strofe e ritornelli in modi talora artificiosi se non forzati (Aria) e sempre molto uniformanti. Eppure gli Ariadineve sono materia grezza da lucidare al punto giusto, e quando accade lasciano a bocca aperta e farfalle nello stomaco. Lo specchio, featuring vocale dell’ex La Crus Mauro Ermanno Giovanardi, è la canzone d’amore da cantarsi chiusi in una stanza incantata mentre là fuori la crisi taglia teste, sogni e speranze dei soliti ignoti. Sentire ruba il respiro in climax brevilinei e accenti d’intensità che scaldano un inverno profondo a cui marzo non toglierà il gelo. Non importa il sentore Scisma in entrambi i brani (e quello La Sintesi di Nuvolare): si riparta da qui e li si tenga per ora d’occhio grazie a queste due perle.

Voto: 6.2
Brani migliori: Lo specchio, Sentire.

Written by Luca

15/10/2009 at 11:01

Uochi Toki – Libro Audio (La Tempesta Dischi/Venus, 2009)

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“Le tracce sono ordinate seguendo una sequenza precisa, un percorso dal reale all’immaginario, tratteggiato attraverso la descrizione di personaggi e del loro rapporto con i contesti. Nella prima parte del disco, ovvero dalla traccia 1 alla traccia 6, i personaggi non sono altri se non Matteo Palma (Napo), autore e interprete dei testi, e i suoi amici o in alcuni casi i parenti […] Dalla traccia numero 7 alla numero 12, invece, abbiamo personaggi immaginari che, mantenendo sempre l’ordine crescente, si distaccano man mano dalla verosimiglianza e vengono lasciati sempre più liberi di agire indisturbati. Il trucco che si gioca dietro alle figure descritte in questa seconda parte del disco, è quello di inserire personaggi irreali (che hanno possibilità superiori o diverse rispetto ad una persona reale) in contesti assolutamente reali, così da riprodurre l’effetto visionario di chi possiede una immaginazione molto sviluppata e se la vede esplodere addosso nei momenti di tensione reale”. Stralci di cartella stampa per descrivere al meglio il sesto lavoro di Napo e Rico alias Uochi Toki, che fanno dell’hip-hop quello che un macellaio fa quotidianamente alla carne bovina per ottenere un hamburger: triturare e ricompattare. Ma il lavoro destrutturante-ristrutturante del duo partorisce qui le sue polpette più difficili da digerire, seguendo una tendenza alla narrazione che si è fatta via via più determinante dopo essere partita – quasi all’opposto – dalla frammentarietà-haiku dei primi dischi. E a farne le spese è la possibilità di fruzione, che nelle dodici tracce-racconti di Libro Audio non sempre gira al massimo. Certo, l’effetto sorpresa delle liriche di Napo, con le sue sollecitazioni da Savonarola cinico che con il filtro della ragione ribalta la realtà smascherandone le ipocrisie nei rapporti sociali e nel linguaggio, viene sempre meno – anche se di zampate ce ne sono ancora parecchie: ascoltate Il cinico e L’osservatore. E così le telluriche basi di Rico viaggiano sugli stessi binari dagli esordi, pur essendo sempre più raffinatamente grezze nel loro riprendere e brutalizzare frammenti doom, embrioni synth pop che diventano cluster per le orecchie e scaglie techno sottoposte a rallentamenti e delay (Il claustrofilo, apice del disco). Ma il nodo della questione è un altro, e sta nell’obiettivo che gli Uochi oggi hanno, suggerito da una nota a margine della cartella stampa che torniamo a citare: “Diamo per assodato che il rap sia un genere letterario del presente”. Dando per assodato questo e confermate le doti del duo, serve la costanza qualitativa dei grandi scrittori di durare per un’intera silloge di racconti. Arriverà? Intanto complimenti per l’ambizione.

Voto: 6.6
Brani migliori: Il cinico, Il claustrofilo.

Written by Luca

14/10/2009 at 12:16

Rhaianuledada (Songs to Sissy) – Black Eyed Dog (Ghost Records, 2009)

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L’amore che era un cane dall’inferno diventa uno scoiattolo svegliato dalle prime luci dell’inverno in disgelo. C’è un forte senso di rinascita nel secondo disco di Fabio Parrinello alias Black Eyed Dog a due anni dal precedente “Love is a dog from hell”. Un ricominciare (di nuovo) all’insegna di quell’amore che un tempo lo aveva morso fino allo sfinimento e che oggi diventa legna da ardere, tepore rasserenante, per undici canzoni sì chiaroscurali, ma di quando è il buio a lasciare finalmente il posto alla luce e non il contrario. Il folk americano in zona Will Oldham e Devendra Banhart, principale fonte d’ispirazione dell’ottimo esordio, lascia spazio ad episodi maggiormente pop, che tuttavia non vengono mai meno a quell’essenzialità e a quella malinconia di fondo marchio di fabbrica di una scrittura ad alto tasso emozionale che fa un passo, proprio uno solo, ma in avanti. Dunque eccoli questi undici Rhaianuledada – ti amo nella lingua inventata da Fabio e dalla sua Sissy, a cui il tutto è dedicato – cantati dalla voce odorante fumo e legno di Parriniello. La magnifica apertura di Roses che smaschera definitivamente sospettate doti da crooner folk e riprende con esiti meno didascalici che in passato quella vena europeista (vedi fisarmonica alla parigina) cara a tanti cantori neofolk d’oltreoceano. Il bozzetto Oldham con ruota di bicicletta (?) su acustica ad aggiungere dolcezza a dolcezza di All 4 you. La dichiarazione d’amore da mulo innamorato di Honeysuckle Gal che richiama Banhart e Waits in uno stupendo miscuglio di testardaggine equina, mandolini scalcagnati e clarini da circo alcolico. Una Angel Eyes che alla parentela con Nick Drake aggiunge l’intimismo dell’Eddie Vedder di “Into The Wild”. Infine e soprattutto le tante pop-ballad al pianoforte (Salinas, Bullet Proof, Drink Me, I got you in, The way to my heart, Daly Suicide, Lazy B.,) che con pochi accordi evocativi e qualche ricamo di archi, elettronica, armonica e chitarre ci piegano piano piano le ginocchia, lasciandoci alla fine a terra, stupiti e in subbuglio, di fronte all’opera di una persona che grazie all’amore è semplicemente tornata alla vita.

Voto: 7.8
Brani migliori: Roses, Honeysuckle Gal, Daly Suicide.

Written by Luca

14/10/2009 at 12:07

La vista concessa – Roberto Angelini (Sold Out Productions/Fiorirari/Carosello Records, 2009)

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All’inizio pare soprattutto la conferma di quanto sia stato fondamentale negli ultimi quindici anni il lavoro come produttore e cantautore in proprio di Riccardo Sinigallia – e non parliamo tanto di “scuola romana”, quanto di mood comune nell’approccio ai testi, ai suoni, all’essere oggi cantautori, che nell’ex Tiromancino ha trovato fino ad ora una delle realizzazioni più alte. Poi, quando il numero di ascolti aumenta, il quarto disco di Roberto Angelini si svela per quello che è: l’opera di un autore finalmente ritrovato. Che ha dovuto prima toccare il fondo – leggasi il “Gattomatto” del 2003, nadir artistico che paradossalmente è stato zenit mediatico – per poi andare a recuperare le proprie radici di songwriter nel tributo a Nick Drake di quattro anni fa, lavoro tanto filologico (e quindi in questo senso “inutile”) quanto fondamentale per arrivare a ciò che è La vista concessa. Un disco che nella sua anima prettamente acustico-meditativa, del tutto discendente dall’opera dell’inglese di Rangoon, si apre ad un’esigenza primaria, quella del suo titolare di assegnarsi una direzione – umana prima ancora che musicale – più consapevole dopo la sbornia commerciale e spersonalizzante del predecessore “Angelini”. Non è un caso dunque che i testi qui, invece di narrare storie, pensino soprattutto a scavare nella vita del loro stesso autore (Beato chi non sa), mettendo il vissuto in primo piano senza farlo diventare mero biografismo, ma anzi rendendolo comune a tutti grazie alla forza evocativa degli arrangiamenti, vere e proprie immersioni in liquidi di tastiere (Vulcano), archi (Tramonto) e organi crepuscolari (Fino a qui tutto bene) che guardano ai Pink Floyd come ai Radiohead meno apocalittici ed assegnano una nota di merito dalla produzione di Sergio Della Monica dei Planet Funk. Così se il tono generale è spesso malinconico e indolenzito dalle trame acustiche delle chitarre (Dicembre), all’orizzonte voci eteree e rifrazioni di basso (Fiorirari) svelano i primi raggi di luce di chi ha deciso di riprendere in mano la propria vita e ricominciare, mentre episodi più ritmati ed elettrici (l’armonia proteiforme di Dove sorge il suono, il divertissement rock-blues di Benicio Del Toro) spezzano la tensione di un disco che è il primo passo di un’autentica rinascita.

Voto: 7.8
Brani migliori
: Fiorirari, Fino a qui tutto bene, Beato chi non sa.

Written by Luca

09/10/2009 at 12:46

Tutto come prima – Macno (La Scala Dischi/Venus, 2008)

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Di figli e figliastri di certi nomi fondamentali del rock italiano degli ultimi vent’anni il recente mercato discografico abbonda. Alla categoria appartengono sicuramente anche i Macno, che alla derivazione dai Marlene Kuntz devono molti dei loro pregi e dei loro difetti. E i pregi della formazione comasca – giunta con Tutto come prima al secondo lavoro, dopo “A tre passi da qui” targato 2005, con ospiti Simone Lenzi dei Virginiana Miller, Nicola Manzan aka Bologna Violenta e Lele Battista – sono subito detti: un’ottima assimilazione delle costruzioni chitarristiche dei primi dischi della band di Cuneo, un’altrettanta perizia nello scrivere canzoni rock (saldamente anni novanta) solide e piacevoli e, per finire, la capacità di staccarsi nella parte testuale dal linguaggio aulico e parecchio estetico di Cristiano Godano a favore di liriche che evocano efficacemente tensioni, disillusioni e rabbie senza riuscire però a strafare. Sui difetti invece il discorso è più complesso, in primis perché i punti deboli di questo disco discendono in qualche modo dai pregi e secondariamente perché purtroppo sono i difetti a prevalere qui, seppur di poco, sui pregi. Avete già capito di che parlo? Forse sì. Per farla breve: il classico doppio vulnus di tanto rock italiano degli ultimi dieci anni-quindici anni. In ritardo sui suoni da una parte e impossibilitato a supplire a tali indugi con canzoni importanti e decisive dall’altra. “Tutto come prima” è proprio così: non sarebbe una zavorra rimanere nel 2008 ancora così sonici se i pezzi facessero il proprio dovere in quanto a sostanza e forza comunicativa. Invece tutto appare abbastanza irrisolto: l’eco marleniano a volte è perfino soffocante (Confusione) e non bastano certi deviazioni new-wave con riusciti riffoni interpoliani (Mario B.) o impreviste peregrinazioni tra lo psichedelico e il vagamente esotico (l’armonium di Ultimo giorno d’estate) a togliere dalle tracce un certo alone di già sentito. Servono più personalità e soprattutto canzoni che invece di volare a mezza altezza portino su in alto, sempre. Mentre qui accade solo nell’ascesa emozionante di Ogni maledetta notte.

Voto: 5.5
Brani migliori: Ogni maledetta notte.

Written by Luca

09/10/2009 at 12:39

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Fuori sessione ’08 – Artisti Vari (Associazione Scienze Politiche/Gruppo Emergency Sassari/Tajra e vari enti del territorio, 2008)

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Venti canzoni di venti artisti diversi. Alcuni sardi, altri no. Per un disco che in Sardegna è nato, ma a favore del Sudan, di Emergency e del suo progetto di costruzione e mantenimento di un ospedale cardiochirurgio a Karthoum. Fuorisessione ’08 è il folle ma concretissimo sogno dell’Associazione Scienze Politiche di Sassari insieme al locale Gruppo di Emergency e al contributo di vari enti e associazioni dell’isola. Una compilation di brani inediti o di versioni alternative di artisti del rock italiano, e sardo in particolare, con la copertina di Vauro e una nota di John Vignola. Ci sono gli Yo Yo Mundi con un anticipo del loro nuovo disco “Album Rosso”, Paolo Benvegnù con una versione alternativa di Hungry Thirsty, la Bandabardò con un live di 1,2,3 stella e Giorgio Canali con un inedito che non sarà sul prossimo disco, quella Bentornato Lazlotoz spassosissimo seguito di un brano del suo primo disco che racconta di Dio che di fronte all’attuale papa tedesco preferisce infilarsi le cuffiette dell’iPod. Tanti i gruppi sardi coinvolti, più o meno famosi (ci sono i Chichimeca e i SikitikiS), per una panoramica che racconta di un territorio musicalmente molto vario e con diverse proposte da seguire (segnaliamo Primochef del Cosmo e Ølsen Bjørne).
Attualmente “Fuorisessione ‘08” è presente sui banchetti dei gruppi territoriali sardi di Emergency (a soli 10 €) e sugli scaffali delle librerie di Sassari (al prezzo di 12 € a causa dell’IVA al 20% sui prodotti musicali) che elenchiamo di seguito: Odradek Interno4 (via Torre Tonda n.42), Koinè (via Roma n.137), Azuni (viale Mancini n.15) e Messaggerie Sarde (piazza Castello n.11) e presso il negozio Managua Video Musica di Siniscola (via Sassari n.11) e la Poco Loco di Alghero (via Gramsci n.8). Presto sarà disponibile anche nei migliori negozi di dischi di tutta Italia e nelle librerie specializzate.

Voto: 7.4
Brani migliori: Bentornato Lazlotoz (Giorgio Canali & Rossofuoco), Annie (Ølsen Bjørne).

Written by Luca

09/10/2009 at 12:34

Magma – H.E.R. (C.O.R.E./Edel, 2008)

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Violino-voce e nient’altro per Erma Castriota alias H.E.R., la quale ha però ben poco da spartire con i vari Final Fantasy o Patrick Wolf che negli ultimi anni hanno fatto dell’accoppiata un marchio di fabbrica – ma aggiungendoci, il secondo soprattutto, i più disparati strumenti, mentre l’artista di San Giovanni Rotondo rimane (per ora?) fedele al suo strumento e tiene a bada ogni pomposità o istinto orchestrale. Magma racconta di una performer, termine in questo caso assai appropriato, che si muove a suo agio tra cinema, teatro e canzone, con uno spirito a metà tra l’avanguardia e il pop qui sviscerato in tredici tracce proprie e altrui. E’ un’anima crepitante H.E.R., istintuale ma estremamente talentuosa, che sembra trovare nel violino l’elemento simbiotico da cui generare sé stessa e ciò che fa. I suoi brani melodicamente inquieti come la voce che non rinuncia a puntate estreme e sui generis sembrano essere stati scritti proprio sulle quattro corde dello strumento e ne conservano al meglio l’impronta demoniaca, come mani che afferrano e sputano fuori i propri daímōn interiori. Allo stesso modo le cover mostrano tutta l’eccentricità di un’interprete atipica, che insieme a Petra Magoni trasforma Vita spericolata in una giga vorticosa alla Quintorigo e dà ad Amandoti dei CCCP sapori cinematici di sole e vento, per poi difendersi bene su Non c’è ragione della capobanda Teresa De Sio (H.E.R. è la sua violinista) e cadere sull’onda dell’entusiasmo sulla superflua rilettura di Sweet Dreams. Le tracce autografe, derivanti da alcune esperienze cinematografiche (lo strumentale Domani, dal film “Craj” di Marengo-Ferretti-De Sio) e teatrali (il reading musicato Parsifal su testo di Mariangela Gualtieri e voce di Alessandro Scanderbeg), lasciano invece che le straordinarie capacità performative della titolare suppliscano a qualche deficit di scrittura, soprattutto testuale (Tentativo Zen, La natura del sole con Momo). E’ qui che H.E.R. deve crescere ancora, perché quando tutto funziona al meglio (Grandioso amore con Peppe Voltarelli, Save), allora sì che lo sentiamo davvero il Magma.

Voto: 7.0
Brani migliori: Grandioso amore, Save.

Written by Luca

05/10/2009 at 09:26