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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for ottobre 28th, 2009

Tempi meravigliosi – Francesco Forni (Fiorirari/L’Altoparlante/Self, 2009)

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La forza dello stare insieme ed insieme crescere, del fare rete per la musica. Scambiarsi esperienze, condividere spazi, ritrovarsi a suonare nei rispettivi dischi altrui. A Roma sta succedendo qualcosa, di nuovo. Dopo il Folkstudio, dopo l’ondata della generazione del Locale dei vari Gazzè, Fabi, Silvestri, ora il Collettivo Angelo Mai e un gruppo di cantautori che hanno tutte le carte in regola per fare qualcosa di importante. Nelle scorse settimane eravamo qui a raccontarvi del confortante ritorno di Roberto Angelini – insieme a Pino Marino e Filippo Gatti, dei quali attendiamo (trepidanti) le nuove uscite, tra le colonne del Collettivo – adesso eccovi l’esordio di Francesco Forni. Uno che fino a cinque anni fa non aveva mai provato a usare la voce – ma la chitarra sì, e si sente. Uno con un curriculum infarcito delle esperienze più diverse (cover band, cinema, teatro con la pièce tratta da “Gomorra”). Uno che prende il blues, quello originario anteguerra e lo mischia ad una sensibilità moderna, ma non troppo, e al contempo tradizionale, ma non troppo, che guarda ai modelli con rispetto e un pizzico di incoscienza, e soprattutto cantando in italiano senza apparire artificiale o ancor peggio forzato. Tempi meravigliosi è il parto sorprendente – per songwriting e visione d’insieme – di una persona cresciuta immersa nella musica, di un vero e proprio consumatore di dischi che espone in nove canzoni e una cover un mondo certamente non originale, ma suo.

La blues calligrafia (proprio intesa come bella scrittura: vedi al capitolo John Lee Hooker) di Non adesso, coda di fremiti elettrici, vibrafono e contrabbasso legnoso, spiega da dove si parte e dove si arriverà. Fortuna sporca con spezie bossa nova (vedi al capitolo Caetano Veloso) una preghiera folk al Caso contro l’inciampo e il rigetto. La title-track è un come-volevasi-dimostrare di quanto detto all’inizio, giacché gli archi di Rodrigo D’Erasmo e il cinematico solo di elettrica sul finale di Roberto Angelini impreziosiscono un pop-blues elegante come Pino Daniele non ne scrive più da mo’; mentre Blue Venom Bar – zolfo, fumo e tasso alcolemico sopra la norma – omaggia Django attraverso i più tipici personaggi dell’epica waitsiana e clarini ectoplasmatici in zona Allan Poe. Non meno spettrale e funerea, Altri vestiti è una marcia che ha la forza poetica di un outsider come gianCarlo Onorato e lo stesso spirito – rodhes e vibrafono ad attaccare la spina a stelle tristi e incerte – di un Capossela più vicino al cimitero che al circo. In chiusura Una stella dimostra come Forni sappia scrivere anche semplici e splendide canzoni pop (questa volta l’outsider di turno è Pasquale Defina) intanto che una rilettura acustica-voce di Voodoo Child termina coraggiosamente, là da dove eravamo partiti, un disco diamante nella pietra viva della realtà capitolina. Decisamente consigliato.

Voto: 7.8
Brani migliori: Fortuna, Tempi meravigliosi, Una stella.

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Written by Luca

28/10/2009 at 16:46

Dany Greggio & The Gentlemen – Dany Greggio & The Gentlemen (Interno4 Records/Assalti al Cuore/Goodfellas, 2009)

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Avviati che prima o poi io arrivo, e dieci anni sono passati da quando Dany Greggio regalò ai La Crus Natale a Milano per “Dietro la curva del cuore”. Da allora il cantautore nato in Sudafrica e adottato giovane da Venezia – iniziò con quel Pierpaolo Capovilla oggi nel Teatro degli Orrori – non è rimasto di certo con le mani in mano, e a parte un’altra breve parentesi musicale spersa nei crediti di “Sacramante” di Cristiano De André (con cui scrisse Sei arrivata) la sua attenzione si è rivolta soprattutto al teatro (nei Motus, ma non solo). Oggi esordisce finalmente con un disco a suo nome in compagnia dei Gentlemen, lavoro che riassume, mettendo parecchia carne al fuoco, almeno dieci anni di attività artistica al servizio di canzoni e recitazione. Tra i due poli gravitano infatti le sedici tracce di questo cd + libro (nel libro i testi e trentadue pagine di bei disegni di Gianluigi Toccafondo): da un lato ballad semiacustiche in punta di chitarra con fisarmonica, vibrafono, tastiere e scaglie elettroniche a scontornare; dall’altro episodi di teatro canzone o puri monologhi musicati che fanno leva sulle capacità istrioniche del titolare. Per influenze: la disperazione di bordo di Piero Ciampi (omaggiato in bella una rilettura de L’incontro dove la voce pare trasfigurarsi in quella del livornese) e la tensione esistenziale di Tenco (la già citata Natale a Milano, ma anche Lettera all’anima) contro una serie di bozzetti per lo più trascinanti nei quali l’ugola di volta in volta si trasforma assumendo tratti da slavo in acido (la kusturicana Circumgasse) come da latino-americano alcolico (il lamento d’amore e mescal di Canzone a Isa) oppure si lancia in invettive dalla grande forza lirica (l’omaggio alla Vita agra di Luciano Bianciardi).

Dato uno sguardo alle influenze, e aggiunte quelle di un De André rivisitato Conte in Ode marittima e di Waits nei loop vocali di Magnani in rosso, si capisce bene in che direzione vada la scrittura di Greggio e quanto pericoloso sia il rischio di farsi sommergere da tanti e tali riferimenti. Un rischio che però viene sviato dall’imponente eclettismo del nostro e soprattutto dalla qualità delle canzoni. Ascoltate, se già non la conoscete, Natale a Milano e concorderete con noi nel metterla tra le canzoni più belle mai scritte sul capoluogo lombardo. Ma quella sarà solo una delle tante facce di un autore che della multiformità fa un’arma sempre propria e sempre credibile.

Voto: 8.2
Brani migliori: Magnani in rosso, Sono qui, Canzone a Isa.

Written by Luca

28/10/2009 at 16:41