Songwriters

recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

La vista concessa – Roberto Angelini (Sold Out Productions/Fiorirari/Carosello Records, 2009)

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All’inizio pare soprattutto la conferma di quanto sia stato fondamentale negli ultimi quindici anni il lavoro come produttore e cantautore in proprio di Riccardo Sinigallia – e non parliamo tanto di “scuola romana”, quanto di mood comune nell’approccio ai testi, ai suoni, all’essere oggi cantautori, che nell’ex Tiromancino ha trovato fino ad ora una delle realizzazioni più alte. Poi, quando il numero di ascolti aumenta, il quarto disco di Roberto Angelini si svela per quello che è: l’opera di un autore finalmente ritrovato. Che ha dovuto prima toccare il fondo – leggasi il “Gattomatto” del 2003, nadir artistico che paradossalmente è stato zenit mediatico – per poi andare a recuperare le proprie radici di songwriter nel tributo a Nick Drake di quattro anni fa, lavoro tanto filologico (e quindi in questo senso “inutile”) quanto fondamentale per arrivare a ciò che è La vista concessa. Un disco che nella sua anima prettamente acustico-meditativa, del tutto discendente dall’opera dell’inglese di Rangoon, si apre ad un’esigenza primaria, quella del suo titolare di assegnarsi una direzione – umana prima ancora che musicale – più consapevole dopo la sbornia commerciale e spersonalizzante del predecessore “Angelini”. Non è un caso dunque che i testi qui, invece di narrare storie, pensino soprattutto a scavare nella vita del loro stesso autore (Beato chi non sa), mettendo il vissuto in primo piano senza farlo diventare mero biografismo, ma anzi rendendolo comune a tutti grazie alla forza evocativa degli arrangiamenti, vere e proprie immersioni in liquidi di tastiere (Vulcano), archi (Tramonto) e organi crepuscolari (Fino a qui tutto bene) che guardano ai Pink Floyd come ai Radiohead meno apocalittici ed assegnano una nota di merito dalla produzione di Sergio Della Monica dei Planet Funk. Così se il tono generale è spesso malinconico e indolenzito dalle trame acustiche delle chitarre (Dicembre), all’orizzonte voci eteree e rifrazioni di basso (Fiorirari) svelano i primi raggi di luce di chi ha deciso di riprendere in mano la propria vita e ricominciare, mentre episodi più ritmati ed elettrici (l’armonia proteiforme di Dove sorge il suono, il divertissement rock-blues di Benicio Del Toro) spezzano la tensione di un disco che è il primo passo di un’autentica rinascita.

Voto: 7.8
Brani migliori
: Fiorirari, Fino a qui tutto bene, Beato chi non sa.

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Written by Luca

09/10/2009 a 12:46

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