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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

I segreti del corallo – Moltheni (La Tempesta/Venus, 2008)

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«L’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca è passata a quattro metri la mia vita / camminava col bicchiere e un vestito nero mi ha guardato ma non mi ha cagato»: l’incipit (splendido) di Vita rubina annuncia il settimo capitolo dell’avventura musicale di Moltheni, sempre più affezionato a quel recupero del folk americano delle origini che oltreoceano sta facendo la fortuna di gente come Devendra Banhart, Marissa Nadler, Josephine Foster e chi più ne ha più ne metta. Ma Umberto Giardini dà a queste influenze un’impronta che scontorna i brani verso geometrie più pop, lasciando intatto quel carisma da ottimo scrittore di melodie (a cui fa da supporto una resa vocale sempre più emozionante) che gli è proprio fin dagli esordi pur discontinui di “Natura in replay”. Sull’onda del precedente ep “Io non sono come te”, I segreti del corallo è comunque il suo disco più analogico e “legnoso”, che sposta il perfetto bilanciamento tra folk e pop di “Toilette memoria” verso il primo dei due piatti (la crepuscolare Corallo, la brumosa Ragazzo solo, ragazza sola), conforme a quell’andatura che fin dagli inizi lo ha visto sempre in perenne mutazione ma anche in collegamento con ciò che è stato.

E proprio rispetto a “Toilette memoria”, ad oggi il suo capolavoro, “I segreti del corallo” subisce uno scarto, leggero ma percepito, non reputabile tanto ai giochi di bilancia di cui sopra ma più semplicemente alla qualità della tracklist, che parte all’apice con la cavalcata dagli echi post di Vita rubina (fraseggio di chitarra reiterato e trascinante, testo da brividi, uno dei suoi brani migliori) e rimane sempre piuttosto in alto, in primis su L’amore acquatico e sulla lamentazione di piano circolare con strepiti di slide e tastiere di Verano. Ma, come dire, “Toilette” ha una marcia in più.

Non rimane dunque che segnalare tutte le ulteriori variazioni oltre a quelle già dette, a partire da una maggiore presenza di chitarra elettrica, organo e piano accanto ad acustica e rhodes – aggiunte che determinano l’incedere evocativo dello strumentale Che il destino possa riunire ciò che il mare ha separato e il tentativo psych della placida Oh, morte – fino alla rilettura di due brani da “Splendore terrore”: In porpora, rifatta (meno bene) su una pulsazione di basso monocroma, e Suprema ripresa (meglio) in coda, a mo’ di ballad settantiana. Momenti transitori di un lavoro che pare anch’esso di passaggio, ma che non avrà sicuramente un ruolo minore nella discografia del titolare.

Voto: 7.6
Brani migliori: Vita rubina, L’amore acquatico, Verano.

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Written by Luca

30/09/2009 a 08:11

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