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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for settembre 30th, 2009

I segreti del corallo – Moltheni (La Tempesta/Venus, 2008)

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«L’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca è passata a quattro metri la mia vita / camminava col bicchiere e un vestito nero mi ha guardato ma non mi ha cagato»: l’incipit (splendido) di Vita rubina annuncia il settimo capitolo dell’avventura musicale di Moltheni, sempre più affezionato a quel recupero del folk americano delle origini che oltreoceano sta facendo la fortuna di gente come Devendra Banhart, Marissa Nadler, Josephine Foster e chi più ne ha più ne metta. Ma Umberto Giardini dà a queste influenze un’impronta che scontorna i brani verso geometrie più pop, lasciando intatto quel carisma da ottimo scrittore di melodie (a cui fa da supporto una resa vocale sempre più emozionante) che gli è proprio fin dagli esordi pur discontinui di “Natura in replay”. Sull’onda del precedente ep “Io non sono come te”, I segreti del corallo è comunque il suo disco più analogico e “legnoso”, che sposta il perfetto bilanciamento tra folk e pop di “Toilette memoria” verso il primo dei due piatti (la crepuscolare Corallo, la brumosa Ragazzo solo, ragazza sola), conforme a quell’andatura che fin dagli inizi lo ha visto sempre in perenne mutazione ma anche in collegamento con ciò che è stato.

E proprio rispetto a “Toilette memoria”, ad oggi il suo capolavoro, “I segreti del corallo” subisce uno scarto, leggero ma percepito, non reputabile tanto ai giochi di bilancia di cui sopra ma più semplicemente alla qualità della tracklist, che parte all’apice con la cavalcata dagli echi post di Vita rubina (fraseggio di chitarra reiterato e trascinante, testo da brividi, uno dei suoi brani migliori) e rimane sempre piuttosto in alto, in primis su L’amore acquatico e sulla lamentazione di piano circolare con strepiti di slide e tastiere di Verano. Ma, come dire, “Toilette” ha una marcia in più.

Non rimane dunque che segnalare tutte le ulteriori variazioni oltre a quelle già dette, a partire da una maggiore presenza di chitarra elettrica, organo e piano accanto ad acustica e rhodes – aggiunte che determinano l’incedere evocativo dello strumentale Che il destino possa riunire ciò che il mare ha separato e il tentativo psych della placida Oh, morte – fino alla rilettura di due brani da “Splendore terrore”: In porpora, rifatta (meno bene) su una pulsazione di basso monocroma, e Suprema ripresa (meglio) in coda, a mo’ di ballad settantiana. Momenti transitori di un lavoro che pare anch’esso di passaggio, ma che non avrà sicuramente un ruolo minore nella discografia del titolare.

Voto: 7.6
Brani migliori: Vita rubina, L’amore acquatico, Verano.

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Written by Luca

30/09/2009 at 08:11

Sushi & Coca – Marta sui Tubi (Tamburi Usati/Venus/Warner, 2008)

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E dopo la batteria – inserita in pianta stabile a partire dal predecessore “C’è gente che deve dormire” – i Marta sui Tubi si presentano ai nastri di partenza di Sushi & Coca con un nuovo innesto. Trattasi del pianoforte (ma anche hammond e violino) di Paolo Pischedda, che porta a quattro il numero dei componenti del gruppo siculo-bolognese-milanese, arrivato al suo terzo lavoro in studio dal 2003 ad oggi. Sono ancora quelli di “Muscoli e Dei” i Marta, ma alla loro indole pop sempre alla ricerca di strutture poco rassicuranti e fortemente espressive (anche nei testi, dove la parte fonetica conta almeno alla pari dei contenuti) aggiungono in pianta stabile nuove influenze, tanto ambiziose quanto ben gestite, che fanno di “Sushi & Coca” il loro disco migliore.

Il piano di Pischedda intrufola ovunque può sequenze jazzate dall’andatura circolare, talvolta spasmodiche e altrove evocative; le ritmiche solide di Ivan Paolini dettano e spezzano i tempi dando a tutti i brani una sostanzialità vitale nella resa live; il chitarrismo di Carmelo Pipitone, sempre all’acustica, dispone nervosissime ripetizioni folk e stralci più rallentati (mentre alla voce sono affidati soprattutto bisbigli quasi subcoscienziali); Giovanni Gulino usa tutta la sua ugola robusta lasciando che l’interpretazione vada teatralmente sopra le righe quando è il caso. Se dovessimo trovare un riferimento per questi Marta sui Tubi l’unico reale è all’art-rock nostrano di Arti e Mestieri, Biglietto per l’Inferno e – con le dovute proporzioni non solo vocali – Area, ma con lo spirito che è proprio del gruppo dalle origini, a partire dalla volontà di fare canzoni chiuse, spesso anche brevi. Da ciò derivano i due-tre colpi di reni del disco, sintomi di una creatività che viene a patti con le regole della musica pop negandole senza rinnegarle. In ordine di apparizione: le corde schizofreniche e il drumming serrato di Cinestetica; la trovata geniale di un coro di bambini che cantano e urlano entusiasti su Non lo sanno; il disincanto e la rabbia di Dio come sta? dove forza immaginifica e vigore prog-jazz trovano una sintesi rara nel mantra in coda («la paura degli esseri umani è paura di essere umani»).

Un passo indietro (ma solo uno), l’accattivante e fumettistica L’unica cosa, il miscuglio zappiano di Dominique e la giaculatoria d’amore-odio verso Milano di Milano Sushi & Coca dimostrano che l’ispirazione dei Marta sui Tubi non è episodica, ma sostiene un mondo musicale sfaccettato, gustosamente fantasioso, anche divertente. Destinato a moltiplicare ancora di più i propri versanti nelle prossime uscite.

Voto: 8.2
Brani migliori: Cinestetica, Non lo sanno, Dio come sta?.

Written by Luca

30/09/2009 at 08:05