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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Da solo – Vinicio Capossela (Warner, 2008)

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Se “Ovunque proteggi” è stato il disco della rappresentazione, delle maschere indossate in concerti-performance dove il palco diveniva prima di tutto scena, con Da solo – settima fatica di una carriera quantomai in crescendo – Vinicio Capossela prova una via diversa, non del tutto opposta ma certamente più sobria, dove l’evocazione non affianca (a volte surclassandola) la sostanza delle canzoni ma ne diventa strumento e appoggio. La mitologia e l’invenzione pura lasciano il posto all’ambientazione misurata, che si nutre sì di immaginario senza però strafare; dunque Capossela non più come un novello Salgari della canzone o un Jules Verne a spasso per lo spazio e il tempo, e neanche come un personaggio che gioca le sue magagne alla roulette della fantasmagoria più accesa, ma un uomo che paga i debiti maturati con sé stesso e con chi gli sta attorno attraverso una manciata di canzoni nate asciutte sui tasti di un pianoforte e cresciute con le briglie di un’essenzialità comunque fantasiosa e multiforme.

Il Gigante e il Mago fa da ponte con il passato nel suo saliscendi tra solennità da chiesa quacchera e l’incantamento di un teatrino circense, mentre un organo mighty Wurlitzer unisce il tutto sfiatando legnoso. In clandestinità è Capossela doc, ballata a fil di lacrima lucidata da glockenspiel, toy piano e fiati gioiosi ma purtroppo un po’ trasparente. Più fortuna per Parla piano, che concede il bis su tonalità più chiaroscurali, e con una batteria riverberata a iniettare solitudine verso l’apertura del ritornello – una delle cose più melodicamente “italiane” che il nostro ha scritto fino ad oggi. In controcanto, Una giornata perfetta saltella e fischietta come un Chaplin spensierato prima che tornino le solite disgrazie e Il paradiso dei calzini racconta insieme ai giocattoli di Pascal Comelade la solitudine degli spaiati senza compagnia nell’atmosfera fiabesca di un Rodari in surplus «di napisan o di cloritina».

Giusto a metà, mentre il livello si mantiene buono ma senza picchi, il capolavoro del disco: Orfani ora, con la sua melodia cinematica che odora di strade desolate dopo la pioggia e i versi a fare da nucleo centrale di un disco fino a qui impregnato di abbandono e non meno da qui in poi, quando lo sguardo di Capossela si sposterà maggiormente sulla realtà intorno. Succede – dopo la parentesi natalizia da camino e castagne di Sante Nicola – per Vetri appannati d’America, ritratto contemporaneo e decisamente centrato degli States della cintura biblica, dei centri commerciali immersi nel nulla e delle taglie oversize elette a primo paradigma sociale. E poi per Lettere di soldati, seconda perla dell’album in cui una cantilena di piano descrive al meglio la paranoia e la nostalgia di casa di chi spende tre-quattro anni della sua giovinezza a presidio di un check-point.

Le tracce rimanenti ricalcano con una leggera flessione verso il basso le cose buone della prima parte del disco, tra tinteggiature noir-fantasmatiche (Dall’altra parte della sera), Spoon River polverose come un romanzo di Cormac McCarthy (La faccia della terra, coi Calexico) e inni religiosi di inizio novecento che chiudono “in verticale” confermando una tensione verso l’alto in filigrana anche nel predecessore (Non c’è disaccordo nel cielo).

“Da solo” forse non ripeterà i fasti di “Ovunque proteggi” – e d’altra parte non ne ha la stessa potenza, preferendo insinuarsi piano piano e intimamente sotto pelle – ma pare segnare finalmente l’affrancamento totale di Capossela dall’ombra lunga di Tom Waits. Se a ciò aggiungiamo che il nostro in diciassette anni di musica non ha ancora fatto un disco non diciamo brutto, ma neanche mediocre, viene difficile anche questa volta non tributargli, pur senza spellarsi le mani, un meritato applauso.

Voto: 7.8
Brani migliori: Parla piano, Orfani ora, Lettere di soldati.

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Written by Luca

29/09/2009 a 14:33

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