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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for settembre 29th, 2009

Da solo – Vinicio Capossela (Warner, 2008)

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Se “Ovunque proteggi” è stato il disco della rappresentazione, delle maschere indossate in concerti-performance dove il palco diveniva prima di tutto scena, con Da solo – settima fatica di una carriera quantomai in crescendo – Vinicio Capossela prova una via diversa, non del tutto opposta ma certamente più sobria, dove l’evocazione non affianca (a volte surclassandola) la sostanza delle canzoni ma ne diventa strumento e appoggio. La mitologia e l’invenzione pura lasciano il posto all’ambientazione misurata, che si nutre sì di immaginario senza però strafare; dunque Capossela non più come un novello Salgari della canzone o un Jules Verne a spasso per lo spazio e il tempo, e neanche come un personaggio che gioca le sue magagne alla roulette della fantasmagoria più accesa, ma un uomo che paga i debiti maturati con sé stesso e con chi gli sta attorno attraverso una manciata di canzoni nate asciutte sui tasti di un pianoforte e cresciute con le briglie di un’essenzialità comunque fantasiosa e multiforme.

Il Gigante e il Mago fa da ponte con il passato nel suo saliscendi tra solennità da chiesa quacchera e l’incantamento di un teatrino circense, mentre un organo mighty Wurlitzer unisce il tutto sfiatando legnoso. In clandestinità è Capossela doc, ballata a fil di lacrima lucidata da glockenspiel, toy piano e fiati gioiosi ma purtroppo un po’ trasparente. Più fortuna per Parla piano, che concede il bis su tonalità più chiaroscurali, e con una batteria riverberata a iniettare solitudine verso l’apertura del ritornello – una delle cose più melodicamente “italiane” che il nostro ha scritto fino ad oggi. In controcanto, Una giornata perfetta saltella e fischietta come un Chaplin spensierato prima che tornino le solite disgrazie e Il paradiso dei calzini racconta insieme ai giocattoli di Pascal Comelade la solitudine degli spaiati senza compagnia nell’atmosfera fiabesca di un Rodari in surplus «di napisan o di cloritina».

Giusto a metà, mentre il livello si mantiene buono ma senza picchi, il capolavoro del disco: Orfani ora, con la sua melodia cinematica che odora di strade desolate dopo la pioggia e i versi a fare da nucleo centrale di un disco fino a qui impregnato di abbandono e non meno da qui in poi, quando lo sguardo di Capossela si sposterà maggiormente sulla realtà intorno. Succede – dopo la parentesi natalizia da camino e castagne di Sante Nicola – per Vetri appannati d’America, ritratto contemporaneo e decisamente centrato degli States della cintura biblica, dei centri commerciali immersi nel nulla e delle taglie oversize elette a primo paradigma sociale. E poi per Lettere di soldati, seconda perla dell’album in cui una cantilena di piano descrive al meglio la paranoia e la nostalgia di casa di chi spende tre-quattro anni della sua giovinezza a presidio di un check-point.

Le tracce rimanenti ricalcano con una leggera flessione verso il basso le cose buone della prima parte del disco, tra tinteggiature noir-fantasmatiche (Dall’altra parte della sera), Spoon River polverose come un romanzo di Cormac McCarthy (La faccia della terra, coi Calexico) e inni religiosi di inizio novecento che chiudono “in verticale” confermando una tensione verso l’alto in filigrana anche nel predecessore (Non c’è disaccordo nel cielo).

“Da solo” forse non ripeterà i fasti di “Ovunque proteggi” – e d’altra parte non ne ha la stessa potenza, preferendo insinuarsi piano piano e intimamente sotto pelle – ma pare segnare finalmente l’affrancamento totale di Capossela dall’ombra lunga di Tom Waits. Se a ciò aggiungiamo che il nostro in diciassette anni di musica non ha ancora fatto un disco non diciamo brutto, ma neanche mediocre, viene difficile anche questa volta non tributargli, pur senza spellarsi le mani, un meritato applauso.

Voto: 7.8
Brani migliori: Parla piano, Orfani ora, Lettere di soldati.

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Written by Luca

29/09/2009 at 14:33

Procurarsi Guanxi – Fou (Novunque/Self, 2008)

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Una voce maschile ed una femminile, l’impronta indie-rock anni novanta con qualche synth a scontornare i watt delle chitarre, il gusto per le liriche citazioniste e (finto?)-intellettuali, a volte anche autoironiche. Paragonare i Fou di Procurarsi guanxi ai primi Baustelle è cosa da un attimo, ma del tutto diverso è il contesto in cui nascono le canzoni di Tony T. e compagnia rispetto a quelle della band di Montepulciano. Non nelle stanze buie di un qualche riformatorio di provincia e neanche in una discoteca accasata sulle stelle in cui rifugiarsi e riprendere a ballare canzoni fuori moda. Ma nella Milano universitaria del duemilaotto, tra quartieri cinesi, happy hour non troppo felici a causa di rapporti umani ridotti a grado zero – vedasi il titolo: il “guanxi” altro non è che il clientelismo alla cinese – e «kebab nel quartiere Isola pagato con i Ticket Restaurant» (Ultimo kebab). Contesti dove i Fou ambientano i loro bozzetti elettrici, trascinati – è proprio il caso di dirlo – dalle voci indolenti e indolenzite dei due cantanti. Verificarli dal vivo sarà la prima cosa che faremo dopo aver chiuso la recensione di questo disco, basato su una manciata di (buone) canzoni già sentite in un demo-ep non in commercio circolato l’anno scorso – da cui però non è stata presa la migliore di quel lotto: “Tracce” – e su sei brani del tutto inediti che confermano lo spessore del gruppo. Spessore che nel prossimo disco andrà ricalibrato su distanze maggiori dai mentori toscani, ma che per ora ci lascia abbastanza soddisfatti all’ascolto dell’accattivante e robusta Estinzione di un magnete, dell’inno d’amore catodico Mivar e soprattutto di una Editing che coglie stralci di vero lirismo in un testo taglia-incolla tipo “Tungsteno” degli Scisma. Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax al pianoforte in Edmundo.

Voto: 7.0
Brani migliori: Ultimo Kebab, Editing.

Written by Luca

29/09/2009 at 14:31

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Mondo | Madre – N.A.N.O. (Fosbury Records/Audioglobe, 2007)

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Sciolti i C.O.D. dopo l’esauriente “Preparatevi alla fine” del 2005, Emanuele Lapiana torna alla musica sotto l’acronimo puntato di N.A.N.O., non tralasciando il solito approccio “particolare” alla musica che fu del gruppo originario. Mondo ׀ Madre emulsiona amore sintetico ma riscaldante tra le pieghe sempre più alienanti della fredda post-modernità globalizzata, un lavoro (cito dal booklet) «scritto e suonato su un PC portatile in giro per il mondo tra il 2004 e il 2006, in stanze d’albergo, aeroporti, uffici, sale d’attesa», che mischia pop ed elettronica in canzoni rotonde ed evocative nate a Tokyo come a San Francisco o a Dubai. Puro artigianato da laptop insomma quello di Lapiana, il quale però si risparmia un po’ troppo sulla cura dei suoni spesso prevedibili, un difetto che annulleremmo volentieri se anche le canzoni non girassero ogni tanto a vuoto. Nonostante ciò qualcuna coglie nel segno e fa emergere dall’aurea volutamente cosmopolita e asettica del disco (Mondo) qualche rinfrancante bagliore di carne e sangue (Madre). Accade nell’ammaliante A.N.N.A. – un Riccardo Sinigallia tra pop e rap in piena mania digitale – e in L’assenza, che chiude il lavoro vibrando su poche note di tastiera con la voce del titolare alienizzata come il Brian Eno di “Another day on earth”. Ma la canzone migliore, lo scommettiamo, sarebbe stata quella Madrid frammentata in tre brevi tracce fra le quattordici del disco. Sminuzzatura voluta o bozzetti mai finiti ma comunque da conservare? Difficile dirlo, certo è che in entrambi i casi viene voglia di incollare insieme le tre parti per supplire a ciò che N.A.N.O. non ha potuto o voluto fare. Completa il tutto un booklet (bello ma fin troppo denso) di fotografie, grafiche, stralci di diario, versi e testi dei brani.

Voto: 6.3
Brani migliori: L’assenza.

Written by Luca

29/09/2009 at 08:31

Les 7 vies du chat – Grimoon (Macaco Records/Shinseiki/Audioglobe, 2008)

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I Grimoon per la loro seconda prova, dopo il più che convincente “La lanterne magique” di due anni fa, lasciano a casa la parte visuale del progetto e si concentrano su quella musicale, dando un contorno più netto alle loro canzoni scritte in lingua d’oltralpe, grazie anche al supporto uno stuolo di ospiti che varia i ranghi del combo italo-francese fino al limite del progetto aperto. Les 7 vies du chat racconta di gatti rivoluzionari e di circhi – con relative storie d’amore a bordo pista finite nel sangue – riempiendo l’aria di atmosfere tra il sognante e il nero, mescolando folk alla Yann Tiersen (Mme Bateau) con ballate elettriche dal passo scanzonato e infilando qua e là brevi o lunghe dilatazioni strumentali che riaffermano il carattere soprattutto evocativo della musica del gruppo. Produce ancora una volta Giovanni Ferrario e fa un lavoro come si deve, dando la giusta grana a tutte le continue variazioni, minime ma fondamentali, di influenze e generi portate all’ovile dai tanti invitati.

I Tre Allegri Ragazzi Morti suonano e cantano La compagnie des chats noir traducendola poi in italiano a fondo disco; Marta Collica scrive in inglese e canta il testo della fuga stellare Space puppy’s head; Pall Jenkins e Scott Mercado dei Black Heart Procession iniettano tinte scure nella circense e macabra Cirque Funambules (tradotta in italiano dai Mariposa con finale beffardo: «il governo ha stanziato finalmente i fondi per le piccole etichette indipendenti»); stessa cosa fanno i nostrani Lo.Mo per Voyage en solitaire su testo firmato e interpretato dal cantante francese Thibaut Derien: traccia quest’ultima che contende a L’amour vague e al suo psych-folk sui generis con coda di synth, cori e fiati (il Maestro Enrico Gabrielli) la palma di brano migliore dell’intero disco. I Grimoon si confermano ottimo prestito del cinema alla musica pop contemporanea.

Voto: 7.4
Brani migliori: Voyage en solitaire, L’amour vague.

Written by Luca

29/09/2009 at 08:19