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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for settembre 25th, 2009

Dandelions on Fire – Simone Massaron & Carla Bozulich (Long Song Records/Audioglobe, 2008)

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Gli amanti del blues più viscerale, fumoso e storto dedichino qualche minuto alle righe che seguono. Carla Bozulich non è italiana (città di nascita New York, Stati Uniti) ma italiani lo sono tutti gli altri nomi che partecipano a questo progetto. In primis il chitarrista Simone Massaron, qui alla sua seconda prova dopo l’esordio con “Breaking News” di tre anni fa, e con lui uno stuolo di validi musicisti circuitanti nella scena indie, avant e jazz del nostro Paese: da Zeno De Rossi (batteria, Vinicio Capossela), agli ex Afterhours Xabier Iriondo (chitarre e tahai metak, da alcuni anni alle prese con diversi progetti sperimentali come Uncode Duello, Polvere) e Andrea Viti (basso) – più organo, piano e cello che appaiono qua e là. La Bozulich dal canto suo è una delle regine della scena blues-sperimentale d’oltreoceano – gli amanti di sopra non si lascino scappare i suoi lavori più recenti: “Evangelista” e “Hello, Voyager”, quest’ultimo uscito a nome Evangelista – e la partecipazione a questo disco non può che essere per Massaron un vanto, soprattutto perché Dandelions on fire è un signor lavoro.

Rispetto alle uscite in proprio o a nome Evangelista, qui la Bozulich tiene quasi sempre a freno la sua vena più sperimentale a favore di un pugno di ballate piuttosto “rotonde” e tradizionali, sempre in bilico tra blues e folk, in cui però non mancano mai particolari raffinatezze o stravaganze che connotano i singoli brani. E d’altra parte tradizionale ma al contempo raffinato e personale è il chitarrismo di Massaron, che mette al servizio dei brani le sue corde una volta sferraglianti un’altra malinconicamente acustiche dando ad ogni traccia, grazie anche al contributo degli altri partecipanti, un profilo netto. Marziale e palpitante Never say your face, tenue e dal retrogusto mariachi (ma senza alcuna “messicaneria” di sorta) la title-track, odorante di praterie e crepuscoli Love me mine, languida ma via via sempre più nervosa The getaway man, dolceamara Here in the blue, fumosa e a suo modo circense My hometown.

Discorso a parte invece per Five dollar lottery, Baby, you so creepy e I saw him, che lungi dal voler apparire come canzoni fatte e finite sono in realtà vere e proprie improvvisazioni in cui vengono mischiati scampoli psichedelici, bassi geometrici, rumoristi di varia natura strumentale, vocalizzi e sospiri tra il mistico e il disperato, umori elettrici e ritmiche stentoree. Il risultato? Mai sopra le righe e anzi spesso di grande intensità. Stupefacente se non sapessimo chi è Carla Bozulich e se non cominciassimo ad intuire quanto di buono potrà venire ancora dalla chitarra di Simone Massaron.

Voto: 8.0
Brani migliori: I saw him, Never say your face, My Hometown.

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Written by Luca

25/09/2009 at 11:45

Di vizi di forma virtù – Dargen D’Amico (Talking Cat/Universal, 2008)

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Mentre i fasti dell’hip-hop italico sembrano irrimediabilmente in mano a giovanotti dai catenoni d’oro più resistenti degli stessi brani che propongono – e le zuffe a suon di rime un aggiornamento on the road di quelle che succedono pressoché ovunque lungo lo stivale (leggasi parlamento, stadio condominio e chi più ne ha più ne metta) – ecco colui che potrebbe salvare la barca o meglio tirarla fuori dalla secca e rimetterla saldamente in mare. «Il rap, per me, è far finta che domani muori» (Il rap per me): Jacopo D’Amico in arte Dargen D’Amico si presenta in battigia, maniche arrotolate fino agli avambracci come uno che vuole veramente darsi da fare, con un doppio disco di trentacinque – trentacinque – tracce in cui non perdersi dentro è praticamente impossibile.

Di vizi di forma virtù segue l’esordio di “Musica senza musicisti” ampliandone a dismisura le potenzialità. Il flow destabilizzante e fantasioso, le basi che mischiano mille mila influenze elettroniche (Daft Punk, Aphex Twin, krautismi assortiti), lo spirito guascone ma al contempo dolciastro che nella sua impronta freak-pop non rinuncia a richiamare la canzone d’autore nostrana a diverse gradazioni di surrealismo e follia (da Bersani a Jannacci passando per Battiato e Camerini), rendono le oltre due ore di questo lavoro un monumento alla presunzione di poter legittimamente parlare di tutto ciò che si vuole perché semplicemente la sostanza c’è.

Arduo, in mezzo a tanto ben di dio, assegnare la corona dei migliori a solo due o tre brani. Per puro gusto personale l’affidiamo a SMS alla Madonna (inno d’amore definitivo di chi ci fa, ci è e ci prova: «Te lo dico solo una volta, torna. Ok, se lo vuoi te lo dico due, torna. Te lo dico tre, ti prego torna. Per te mando sms alla Madonna») e a due smeraldi electro-metropolitani come Tike Restoran («Tu mi credi un accampato, ma non sai che io potrei affittare il sole con i miei ticket restaurant») e La divisione del lavoro («siamo gli ultimi operai in Italia la divisione del lavoro ha senso se mi copri anche quando m’assento: mi cassa es tu cassa») che da questo disco dovrebbe finire dritti sulle scrivanie di tutti coloro che oggi si occupano in ordine sparso di giovani, società, lavoro.
Ma anche il resto è un mare-magnum in cui conviene immergersi, anche solo se amate davvero la musica, anche solo se credete che ci siano sempre grandi virtù dietro ai più piccoli vizi di forma. Per il sottoscritto, uno dei dieci dischi italiani dell’anno.

Voto: 8.4
Brani migliori: SMS alla Madonna, Tike Restoran, La divisione del lavoro.

Written by Luca

25/09/2009 at 11:38