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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Canzoni da spiaggia deturpata – Le Luci della Centrale Elettrica (La Tempesta Dischi/Venus, 2008)

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Nella vignetta ci sono un ragazzo e una ragazza. Stanno seduti uno accanto all’altro e probabilmente sono innamorati. Davanti hanno un enorme cielo stellato, tutto da guardare. Ma lui dice a lei, o forse lei dice a lui: «Andiamo a vedere le luci della centrale elettrica». L’immagine si trovava qualche tempo fa sul MySpace di Vasco Brondi alias Le Luci della Centrale Elettrica e spiega al meglio lo spleen che domina queste dieci Canzoni da spiaggia deturpata. Ovvero le luci a San Siro di Vecchioni portate alle estreme conseguenze, rese definitive. L’amore nelle aree industriali e il disincanto delle nuove generazioni precarie in tutto che diventano spirito del tempo e qui più che mai vengono svelati: «cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero» (La lotta armata al bar).
Brondi scrive per accumulo, nei versi associa obliquamente immagini su immagini come un Flavio Giurato grafomane, per poi urlarli in faccia al mondo con la stessa voce d’asfalto di Rino Gaetano, che viene direttamente citato nel finale di Nei garage a Milano Nord. E i pezzi di citazioni traboccano, che siano parole, atmosfere o entrambe le cose: Tondelli, Genna, Bianciardi, Pasolini e i CCCP che «non ci sono più da un bel po’» (La gigantesca scritta COOP), ma anche Bebsi Jones (suoi gli ultimi versi di Fare i camerieri) e il Fiumani più nudo e precipitante.

Se la definizione di cantautorato-punk ha un senso, eccone l’esempio tipo, perché le canzoni de Le Luci della Centrale Elettrica musicalmente sono limitate, due accordi e via, ma si giocano tutto sulla scrittura, che è cuore d’amianto, anima sputata come sangue a terra, lacrime di acquaragia per cancellare le scritte sui muri che qualcuno prima o poi rimetterà. E dove all’estro vulcanico serve anche un po’ di esperienza non meno infuocata, la produzione di Giorgio Canali è il completamento che rasenta la perfezione: l’ex CSI inserisce dove è necessario percussioni, bassi acustici e soprattutto elettriche che urlano la stessa urgenza delle parole (sentite quelle sul finale di Fare i camerieri) e se questo disco durerà oltre i canonici sei mesi di clamore dei tempi in corso il merito è anche suo. E ovviamente di Vasco Brondi che, per chi non lo avesse ancora capito, è uno non solo da tenere d’occhio ma da comprare subito. Perché se c’è ancora qualcosa di davvero nuovo, oseremmo dire addirittura originale, nel cantautorato italiano targato duemilaotto, quel qualcosa passa inevitabilmente da qui: nelle città vuote e sepolcrali della bella copertina di Gipi e nella vitalità senza futuro di un ragazzo che cerca «un po’ di carta stagnola per addobbare a festa questa stanza di merda» (Stagnola).

Voto: 8.7
Brani migliori: Stagnola, La gigantesca scritta COOP, Fare i camerieri.

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