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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for settembre 21st, 2009

Rosa dalla faccia scura – Guignol (Lilium Produzioni, 2008)

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Non cambiano le carte in tavola i Guignol per il loro secondo lavoro a tre anni dall’omonimo esordio. Rosa dalla faccia scura è prodotto ancora una volta da gianCarlo Onorato, ed identica è la strada sonora percorsa, quella di un rock-blues notturno e umorale dalla grana prettamente elettrica, che guarda al miglior rock d’autore in circolazione ma anche alla tradizione cantautorale italiana. Si rintracciano le storie indiavolate e periferiche di Nick Cave nelle canzoni del quintetto milanese, ma anche il dolore rigoroso di Cesare Basile e l’irriverenza del De Andrè più brasseniano. Famiglie porta il cantautore francese a spasso con gli Stones smitizzando il topos tutto italiano del focolare da mulino bianco; Strada per dio sa dove sfuria con bordate punk-blues raccontando in poco più di due minuti una storia d’amore e crash automobilistico che probabilmente piacerebbe molto a Tarantino.

Altrove invece l’atmosfera si fa più sensuale se non addirittura erotica, pur non venendo meno quel realismo del tutto disilluso che è l’arma in più dei Guignol. Il grande complotto attacca frontalmente la mercificazione sessuale con torbidi ricami di slide-guitar mentre L’ultima canzone potrebbe tranquillamente essere una storia raccontata da Piero Ciampi se ancora fosse vivo – e il livornese difatti viene tirato in ballo nel testo con una citazione da “Il vino”. Da quest’ultimo brano è tratta la zingaresca Rosa dalla faccia scura del titolo, sintomo di un’aria “da strada” che attraversa tanti altri brani. Proprio alle prese con atmosfere ancora più zingare ci piacerebbe vedere i Guignol in futuro, per ovviare a quella costanza di suoni (chitarre, basso, batteria, saltuariamente organo e fisarmonica) che alla lunga rende il disco un po’ troppo omogeneo. Magari in una sorta di rock-blues balcanico o tzigano, ma con la stessa qualità di scrittura che già oggi c’è.

Voto: 7.3
Brani migliori: Strada per dio sa dove, L’ultima canzone.

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Written by Luca

21/09/2009 at 12:17

Le dimensioni del mio caos – Caparezza (Emi, 2008)

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La musica di Caparezza è salutare. Apre gli occhi quando sono chiusi. Stimola al pensiero quando all’osservazione non segue la critica. Impone la critica, e soprattutto l’autocritica, raccontando i fatti e soprattutto facendo annusare a larghi polmoni l’aria che tira. Non ha la verità in tasca il rapper (?) di Molfetta, ma descrive la realtà, che non è un’altra e non è bella, ma è questa, e tocca farci i conti. «Io voglio passare ad un livello successivo, / voglio dare vita a ciò che scrivo. / Sono paranoico ed ossessivo / fino all’abiura di me» canta in Abiura di me, ed è il manifesto programmatico di uno scrittore di canzoni che ha il solo imperante obiettivo di svelare il mondo che ha intorno e, come il migliore dei giullari, ribaltarlo nelle storture fino a ribaltare sé stesso. Le dimensioni del mio caos è un concept-album (o fonoromanzo, come ama definirlo il nostro) sul ’68, ma la storia, raccontata con diversi protagonisti oltre allo stesso Caparezza e alcune voci fuori campo che fanno da cerniera ai vari pezzi, è soprattutto un pretesto per dare una struttura unitaria ad una serie di fendenti contro i mala tempora moderni.

Caparezza non tralascia nulla, e la sua critica è molto più problematica e particolare di una semplice e nostalgica contrapposizione tra il ’68 e l’oggi. Se La rivoluzione del sessintutto denuncia il dominio del sesso in ogni aspetto della vita Non mettere le mani in tasca punge le alte prelature che si occupano un po’ troppo dei costumi sessuali di fedeli e infedeli; mentre Pimpami la storia attacca frontalmente il revisionismo e Vieni a ballare in Puglia mette in primo piano il problema delle morti sul lavoro rilasciando un’immagine del tacco d’Italia ben lontana dall’ultraretorico “sule, mare, ventu” – problema che viene ripreso e sviluppato nell’epica western-provinciacronica di Eroe (Luigi delle Bicocche).

Ma più di tutto è la potenza espressiva delle rime la forza di queste canzoni, grazie ad una scrittura che usa il vocabolario per intero e non rinuncia ad alcun accostamento tra alto e basso, antico e moderno, o ai più calibrati e ricercati riferimenti (dalla tv alla letteratura, dal cinema alla storia, con una particolare attenzione questa volta al mondo giovanile fatto di videogames, myspace e divi da mezza giornata e via). E così alla fine dei cinquantasette minuti de “Le dimensioni del mio caos” ci si ritrova con di fronte il re denudato, ma denudati lo siamo anche noi, un po’ vittime e un po’ complici di questo raggelante caos. Al quale solo Caparezza pare trovare le parole giuste.

Voto: 7.8
Brani migliori: Non mettere le mani in tasca, Pimpami la storia, Vieni a ballare in Puglia.

Written by Luca

21/09/2009 at 12:09