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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

I milanesi ammazzano il sabato (Casasonica Management/Universal Music, 2008)

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Che gioia per il vostro recensore scrivere di un disco così. Bello certo, ma soprattutto vario, vivo, libero. Mentre tutti eravamo pronti ad apporre per la prima volta la parola “ennesimo” sul sesto disco in italiano degli Afterhours, ecco che Agnelli e compagni se ne escono con un lavoro non rivoluzionario, ma quasi. Un album importante e di successo come “Ballate per piccole iene” pareva aver chiuso un ciclo, nel senso che gli Afterhours in quella direzione più di così non potevano fare – a parte scrivere altre grandi canzoni, è ovvio. E difatti si cambia. A partire dalla formazione: dentro Giorgio Ciccarelli in pianta stabile, dentro un nuovo bassista (Roberto Dell’Era al posto del dimissionario Andrea Viti) e dentro soprattutto il Mariposa Enrico Gabrielli coi suoi fiati che qui fanno spesso il paio con le chitarre elettriche.

Un lavoro da perdercisi dentro per la quantità di generi, influenze o semplici stimoli sonori I milanesi ammazzano il sabato. Gli Afterhours riassumono quanto fatto in passato ed espandono il loro campo d’azione, il tutto con uno spirito della serie “facciamo assolutamente quello che ci pare”. Cercate quante e quali canzoni potrebbero stare anche in questo o quel disco della loro discografia e poi scorgete quel qualcosa in più che le fa rimanere inevitabilmente nei solchi di questo lavoro, a comporre un nucleo eterogeneo di quattordici tracce che potrebbe essere il brodo primordiale di chissà quale giovane ed entusiasta band se non stessimo in realtà parlando di uno dei gruppi storici del rock italiano.

Le bordate elettriche con chitarre furiose, violino strepitante e ritornelli a presa rapida di Neppure carne da cannone per Dio (perfetta dal vivo, insieme ad altre quattro tracce che sul palco sapranno cosa fare) fanno da contraltare al crudo realismo acustico della title-track scritta con Cesare Malfatti dei La Crus e di una Musa di nessuno farcita da svolazzi di fiati beatlesiani. Tarantella all’inazione, punta di diamante dell’intero lavoro, ipotizza cosa possa essere un sensato episodio etno-rock sostituendo qualsiasi chincaglieria d’accatto con tonalità di luce livida (ma non così livida come un tempo), mentre E’ solo febbre smonta e rimonta orchestrazioni contemporanee e canoni da rock-ballad. Verso la conclusione Dove si va da qui con batteria elettronica, rhodes ipnotico e baldoria di elettriche in coda prova a rivitalizzare un ovvio prestito dai Radiohead riuscendoci in pieno. E su tutto quanto i testi di Manuel Agnelli, che come mai era accaduto lascia emergere nitida la propria biografia posizionando ovunque versi urticanti come una secchiata di calce viva in faccia, mentre ancora siamo stupiti per la freschezza e il gusto della svolta.

Voto: 8.6
Brani migliori: Neppure carne da cannone per Dio, Tarantella all’inazione, Musa di nessuno.

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Written by Luca

18/09/2009 a 08:07

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