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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Amen – Baustelle (Warner Music, 2008)

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Il 2008 potrebbe essere ricordato come l’anno dei dischi che provano a tratteggiare lo spirito dei tempi. I Baustelle in questo senso raccontano il presente ponendo un sigillo di Apocalisse sul futuro, e Amen è la loro profezia che si avvera già oggi mentre l’«Impero Culturale Occidentale» procede inconsapevole verso la propria rovina. Quindici i brani più due nascosti non alla fine ma all’inizio del disco, un lavoro che riparte dal pop-rock spectoriano de “La Malavita” e lo riempie delle più variegate influenze con spirito curioso e ludico, ma sfiorando la saturazione. Ci sono tante, troppe cose in Amen, canzoni bellissime comprese, ed i Baustelle si prendono il rischio di fare un disco pretenzioso pagandone il pegno ma portandosi a casa un nuovo punto di partenza dalle prospettive pressoché infinite, anche solo per la quantità di generi con i quali i tre toscani si misurano.

Il rock chitarristico e rotondo di Colombo, che cita Gadda e l’ispettore televisivo («arriva un investigatore / ci deduce l’anima / la nostra cognizione del dolore illumina»). La parodia del linguaggio da rivolta giovanile post-moderna di Charlie fa surf, con immagini mutuate da una scultura di Cattelan e ritornello fin troppo ruffiano. Il capolavoro Baudelaire, sorta di manifesto ufficiale della poetica baustelliana e della scrittura pop di Francesco Bianconi che infila uno dietro l’altro su un pastiche accattivante di chitarre funky, banjo trotterellanti, rhodes (suonato da Mulatu Astatke), percussioni latine ed elettro-pop alla Battiato i nomi di un possibile Pantheon disperato e anti-moderno (Pasolini, Tenco, Ciampi, Caravaggio, Saffo, Socrate e ovviamente il maledetto francese, con il quale «vivere per sempre / ci vuole coraggio / datti al giardinaggio dei fiori del male»).

E ancora lo splendido esercizio country-pop di Panico! dedicata a Lee Hazlewood ma anche i passaggi a vuoto di L, Antropophagus, Dark Room e L’uomo del secolo che ricordando fin troppo da vicino una volta “La moda del lento” un’altra “La Malavita” risultano come tracce non brutte ma inutili in mezzo a tanta fantasia ben distribuita. Ma è il vulnus di un disco altrimenti perfetto che si chiude con alcuni dei più bei versi di speranza sentiti negli ultimi anni: «non è impossibile pensare un altro mondo / durante notti di paura e di dolore/ assomigliare a lucertole nel sole / amare come Dio / usarne le parole» (Andarsene così). Come direbbe Fossati: una valanga d’amore contro un bicchiere d’aceto.

Voto: 7.5
Brani migliori: Panico!, Baudelaire.

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Written by Luca

17/09/2009 a 08:12

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