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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for settembre 17th, 2009

Contatti – Bugo (Warner, 2008)

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Bugo è uno abituato a cambiarsi di panno ad ogni nuova uscita e così dopo il pop-rock di “Sguardo contemporaneo” con la supervisione di Giorgio Canali ha chiesto a Stefano Fontana di produrre e arrangiare le nove canzoni (più due strumentali ad aprire e chiudere) di Contatti all’insegna di un’elettronica non troppo ostica ma decisamente accattivante. E il buon Stylophonic un mestiere così lo sa fare, tanto che ai primi ascolti Contatti balza subito all’orecchio per l’ottimo lavoro d’artigianato sonoro che ha dietro e solo poi per le canzoni.

Sono dunque deboli i brani di questo sesto lavoro di Mr. Bugatti? No, viene da dire, ma non sono neanche tra le cose migliori che il nostro ha scritto. Sarà forse per il tema scelto e ben sintetizzato dal singolo C’è crisi (il titolo dice già tutto), tema che però viene affrontato in tutte le accezioni del caso e con risultati decisamente più potenti in altri dischi usciti più o meno di recente (uno su tutti Le Luci della Centrale Elettrica). Sarà forse per un ritmo di scrittura piuttosto alto (dal 2000 ad oggi un disco ogni due anni e anche qualcosa di più) che non permette una selezione poi così strenua in sede di tracklist. Sta di fatto che Contatti viaggia su altezze medie, cincischiando un po’ su episodi dance a briglie tirate (Nel giro giusto), electro-pop contagiosi e aciduli (Love boat), hip-hop scontornati dal refrain contagioso (Le buone maniere) e calchi tipicamente bughiani che ospitano la penna di Aldo Nove e rinnovano suoni già sentiti (Balliamo un altro mese è un prestito da “Arriva Golia!” alle prese con i Matmos e il Timbaland touch). Dal canto loro poi le due ballad (l’umanoide Felicità, l’edulcorato r’n’b spacey Sesto senso) fanno il loro dovere e La mano mia ha un tiro funky assai gradevole. Ma da Bugo abbiamo sentito di meglio. E’ comunque un gran piacere, vedasi la copertina, trovarlo sempre in movimento.

Voto: 6.8
Brani migliori: Felicità, La mano mia.

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Written by Luca

17/09/2009 at 12:23

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Io non credevo che questa sera – La Crus (Warner, 2008)

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I La Crus salutano il pubblico con uno dei dischi più belli della loro storia. Io non credevo che questa sera contiene dodici tracce dal vivo registrare nell’estate del 2005 al Teatro Novelli di Rimini insieme all’Orchestra da Camera delle Marche diretta da Daniele Di Gregorio e tre inediti, che chiudono egregiamente il percorso di un gruppo capace di far coincidente canzone d’autore e musica elettronica in un’unica, convincente proposta.

Gli arrangiamenti orchestrali della parte dal vivo calcano i contorni di una manciata di canzoni per lo più scure (Nera Signora), a volte dall’andamento sensuale (Soltanto amore) a volte dolcemente malinconico (Natale a Milano), in cui i beat elettronici colorano di atmosfere urbane (Natura morta) la splendida voce di Mauro Ermanno Giovanardi, che si arrangia benissimo anche quando è alle prese con brani altrui (qui Via con me di Conte e Ricordare di Morricone). I tre brani nuovi (Mentimi, Entra piano, L’Autobiografia di uno spettatore) riportano invece i La Crus ai fasti dei primi periodi, e a sentire una canzone come Mentimi – uno dei pezzi migliori di tutto il loro repertorio – il rimpianto per la chiusura del gruppo è forte, se non altro perché di tracce così intense c’è sempre bisogno.

Peccato dunque, e anche se ritroveremo Giovanardi con il suo progetto solista e Cesare Malfatti alle prese sia con l’elettropop di Amor Fou e nOOrda sia con l’elettronica downtempo dei The Dining Rooms ci mancherà il gruppo che a metà anni novanta contribuì a levare la polvere dalle canzoni di Piero Ciampi e a dare una vita in parte diversa a quelle di Luigi Tenco, incastonandole tra altre piccole perle autografe quali Dentro me, Come ogni volta e Come una nube. Nel loro essere stati sempre in bilico tra passato e presente i La Crus hanno gettato per primi un ponte in grado di collegare tradizione e modernità che ha permesso a generazioni profondamente diverse di incrociare gli sguardi sulla stessa identica musica. Anche solo per questo li dobbiamo ringraziare. E per il resto, buona fortuna.

Voto: 8.0
Brani migliori: Mentimi, Dentro me, Come una nube.

Written by Luca

17/09/2009 at 12:15

Amen – Baustelle (Warner Music, 2008)

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Il 2008 potrebbe essere ricordato come l’anno dei dischi che provano a tratteggiare lo spirito dei tempi. I Baustelle in questo senso raccontano il presente ponendo un sigillo di Apocalisse sul futuro, e Amen è la loro profezia che si avvera già oggi mentre l’«Impero Culturale Occidentale» procede inconsapevole verso la propria rovina. Quindici i brani più due nascosti non alla fine ma all’inizio del disco, un lavoro che riparte dal pop-rock spectoriano de “La Malavita” e lo riempie delle più variegate influenze con spirito curioso e ludico, ma sfiorando la saturazione. Ci sono tante, troppe cose in Amen, canzoni bellissime comprese, ed i Baustelle si prendono il rischio di fare un disco pretenzioso pagandone il pegno ma portandosi a casa un nuovo punto di partenza dalle prospettive pressoché infinite, anche solo per la quantità di generi con i quali i tre toscani si misurano.

Il rock chitarristico e rotondo di Colombo, che cita Gadda e l’ispettore televisivo («arriva un investigatore / ci deduce l’anima / la nostra cognizione del dolore illumina»). La parodia del linguaggio da rivolta giovanile post-moderna di Charlie fa surf, con immagini mutuate da una scultura di Cattelan e ritornello fin troppo ruffiano. Il capolavoro Baudelaire, sorta di manifesto ufficiale della poetica baustelliana e della scrittura pop di Francesco Bianconi che infila uno dietro l’altro su un pastiche accattivante di chitarre funky, banjo trotterellanti, rhodes (suonato da Mulatu Astatke), percussioni latine ed elettro-pop alla Battiato i nomi di un possibile Pantheon disperato e anti-moderno (Pasolini, Tenco, Ciampi, Caravaggio, Saffo, Socrate e ovviamente il maledetto francese, con il quale «vivere per sempre / ci vuole coraggio / datti al giardinaggio dei fiori del male»).

E ancora lo splendido esercizio country-pop di Panico! dedicata a Lee Hazlewood ma anche i passaggi a vuoto di L, Antropophagus, Dark Room e L’uomo del secolo che ricordando fin troppo da vicino una volta “La moda del lento” un’altra “La Malavita” risultano come tracce non brutte ma inutili in mezzo a tanta fantasia ben distribuita. Ma è il vulnus di un disco altrimenti perfetto che si chiude con alcuni dei più bei versi di speranza sentiti negli ultimi anni: «non è impossibile pensare un altro mondo / durante notti di paura e di dolore/ assomigliare a lucertole nel sole / amare come Dio / usarne le parole» (Andarsene così). Come direbbe Fossati: una valanga d’amore contro un bicchiere d’aceto.

Voto: 7.5
Brani migliori: Panico!, Baudelaire.

Written by Luca

17/09/2009 at 08:12

Storia di Caino – Cesare Basile (Urtovox/Audioglobe, 2008)

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Le canzoni di Cesare Basile hanno conosciuto la polvere e il dolore. Raccontano di sconfitti che nonostante tutto non si arrendono o di vincitori che hanno vinto la guerra sbagliata. Si nutrono di blues e folk, di letteratura e Bibbia, e trattano quest’ultima come un libro di storie prima che di fede affiancandolo ai grandi autori della letteratura americana (Faulkner, Steinbeck, McCarthy). La Storia di Caino e del suo lamento contro un Dio che lo costringe ad uccidere per far sì che lo noti titola quello che è forse il miglior disco pubblicato da Basile fino ad oggi, anche se il confronto con i due precedenti “Gran Calavera Elettrica” e “Hellequin Song” (su una discografia che conta in tutto sei titoli) lascia irrisolta la questione, visto il livello sul quale si è tenuto il cantautore catanese negli ultimi anni.

Qui Basile lascia parzialmente in secondo piano le chitarre elettriche che avevano caratterizzato il blues dei titoli sopra citati in favore di trame folk-acustiche che usano elettricità, violini, pianoforte e qualche strumento etnico (marranzano, kalimba, didjeridoo) come elementi complementari di una scrittura come sempre vivida ed elegante, che si fa trovare in splendida forma all’esatto punto di incontro tra De Andrè, Nick Cave e Hank Williams.
Produce ancora una volta John Parish e non è un caso che Robert Fisher dei Willard Grant Conspiracy presti la sua voce fuori dal tempo per cantare What else have I to spur me in to love: ascoltate le leggere pennellate gospel stese su una ballata come Sul mondo e sulle luci, il blues elettrico e rurale di Canto dell’osso, oppure la variazione country-rock in zona De Gregori di Il fiato corto di Milano, o ancora il bozzetto trotterellante e inquieto di Donna al pozzo (che riprende l’episodio biblico della Samaritana) e diteci voi dove sarebbe oggi Cesare Basile se solo fosse nato oltreoceano. Noi crediamo ad un passo dai più grandi, in compagnia dei vari Howe Gelb e Will Oldham che, nati sulla sponda giusta, grandi prima o poi lo diventeranno.

Voto: 8.5
Brani migliori: Sul mondo e sulle luci, Donna al pozzo, Il fiato corto di Milano.

Written by Luca

17/09/2009 at 08:08