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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for settembre 15th, 2009

La stagione del cannibale – Amor Fou (Homesleep/Audioglobe, 2007)

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Alessandro Raina (Giardini di Mirò, Nema Fictzione), Cesare Malfatti (La Crus, The Dining Rooms), Leziero Rescigno (Lagash) e Luca Saporiti (Soul Mio) si ritrovano in questo progetto che nel doppio significato del nome – “amore folle” in francese e “amore passato” nella sua pronuncia italianizzata – trova tutta la spiegazione dei propri contenuti. Una storia di amore finito quella de La stagione del cannibale, che incrocia la Storia recente del nostro paese (la strage di Piazza Fontana, giorno nel quale i due amanti si lasciano) in un gioco di specchi tra racconto ed evocazione dove al centro di tutto è la Fine, come concetto storico e sentimentale ma anche e soprattutto come punto e a capo antropologico di un nuovo popolo dai nuovi costumi sempre più in decadenza. Pasolini, certo, il Pasolini di Teorema e Lettere Luterane, ma anche Truffault ed Elio Petri, virati in undici brani che scontornano di poco ma con precisione i confini del pop italiano laddove già Baustelle, La Crus e compagnia hanno detto la loro da metà anni novanta in poi, testimoniando una vita possibile oltre la canzone più strettamente d’autore ma ad essa collegata in modo essenziale.
Il periodo ipotetico
aggancia il primo di una serie di ottime melodie con elettronica alla Notwist e ritornello da lenta intrusione sottopelle. La convinzione vaga notturna dalle parti dei Tiromancino, perfetta per la voce chiaroscurale di un Raina per la prima volta alle prese con testi in italiano. I ritorni ipnotizza col suo glitch cristallino lasciando deflagrare chitarre Blonde Redhead su irresistibili malinconie crepuscolari. Gli Amor Fou narrano, ma non solo: ricreano un mondo e lo contrappongono all’oggi segnandone tutta l’eredità attraverso una serie di rimandi culturali che, lontani da ogni passatismo vintage, cercano e trovano sostanza. E fa niente se a metà track-list lasciano trasparire un pur minimo calo d’ispirazione. La loro vera anima è nello splendido triduo finale: Cos’è la libertà? (con Barbara Cavaleri), tenchiana fin dal titolo, inietta dolore grazie ad un testo bellissimo («io vorrei continuare a pretendere il meglio di questo tuo giovane cuore / ma non so imparare ad evitare il segnale di questo mio folle dolore»); L’anno luce ricorda in tono elegiaco «quella piazza / quella lurida fontana / quello scoppio»; lo strumentale La strage, semplicemente, “esplode” e lascia senza fiato. Un esordio bello e, come di rado accade, davvero progettuale.

Voto: 7.6
Brani migliori: Il periodo ipotetico, Cos’è la libertà.

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Written by Luca

15/09/2009 at 14:20

Genealogy – Vegetable G (Olivia Records/Venus Dischi, 2007)

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Qualora in futuro si scoprirà che no non discendiamo dalle scimmie e neppure dal lavoro d’artigianato di un sommo Creatore ma dall’esperimento di colonizzazione di un’entità aliena che nulla ebbe di meglio da fare un tempo che rovinare le sorti di un pianeta, allora usciremo di corsa dalle nostre camerette brandendo tra le mani questo terzo lavoro dei Vegetable G all’urlo di «Noi lo sapevamo!».
Anzi: «Loro lo sapevano!». E l’hanno scoperto in una sola settimana, per giunta. Tanto è bastato infatti a Giorgio Spada (titolare della Olivia Records, che qui produce), Luciano Darienzo e Maurizio Indolfi per registrare nell’estate del 2006 questo terzo disco che sposta le coordinate della band pugliese dall’elettronica scura e claustrofobica degli esordi verso un suono che attraversa con disinvoltura trent’anni di contagioso pop d’oltremanica senza lasciare per strada neanche un milligrammo della freschezza necessaria.

Ascoltano i Beatles e i Blur di metà anni novanta gli alieni vintage (vedasi booklet con delizio fumetto in scala di grigi) di Genealogy, hanno in camera il poster di Paul McCartney (The Cox-Man) e quello di Graham Coxon, ma da qualche parte lassù nel cielo devono avere incontrato anche David Bowie, che infilano tra i palpiti di un folk robotizzato a puntino (God Bless) come di un archetipo brit per la serie “ho imparato la lezione ma la applico a modo mio” (Complicity). Ed anche l’elettronica del passato che fu torna nell’elettropop scabro di (may) be like god come nella tastiera malinconica e scaldacuore di Run. Si chiude il cerchio in pratica, ed è un bel sentire.
Se questa è la direzione che i Vegetable G intraprenderanno da oggi in poi – e noi lo speriamo vivamente, soprattutto dopo aver ascoltato il finale di Us ed End of us, che in qualche modo riassumono tutto – la questione non è più solo di aver scoperto una possibile discendenza aliena del genere umano, ma anche e soprattutto di aver trovato la giusta strada da seguire in futuro. Quando comunque pure la scienza darà loro ragione e ci ritroveremo tutti pronipoti degli Ufo. Alla faccia di Darwin e dei creazionisti.

Voto: 7.4
Brani migliori: Us, End of us.

Written by Luca

15/09/2009 at 13:36

Zapping – Furio Di Castri (Promo Music/Egea, 2008)

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La scrittura quadrata e grammaticale di Thelonius Monk e l’inventiva senza remore formali di Frank Zappa insieme in un unico lavoro: accostati, o meglio, assemblati. Furio Li Castri cerca l’armonia di compositori tra di loro (quasi) agli antipodi manipolandoli e destrutturandoli in Zapping, ennesimo lavoro di una carriera che ha fatto dell’eclettismo il proprio marchio di fabbrica. Insieme a lui e al suo contrabbasso la batteria di Joel Allouche, la tromba di Eric Vloeimans, il sax e clarinetto di Mauro Negri e soprattutto la chitarra di Nguyen Le e il pianoforte di Rita Marcotulli, per una raccolta di composizioni oblique, multiformi, che mescolano jazz, elettronica, frammenti di soundtracks e recording vocali, il tutto inserito in brani autografi di Di Castri (Jazz in the James Bondage) oppure di Monk, una volta splendidamente variati con profondi stravolgimenti dell’armonia (Facing the beauty), un’altra volta compattati insieme e modificati ispirandosi ad un brano di Zappa – è il caso di The Monk Page, che unisce Trinkle Tinkle, Hornin’in, Sixteen e Four in one appoggiandoli su un ritmo ispirato a The Clap.

Ma in Zapping c’è spazio anche per frammenti world elettronizzati (Thanh Hoabridge: un’improvvisazione di Le e Allouche) e per una bella rilettura di Carolina Moon, canzone portata al successo da Connie Francis e Perry Como nel 1923 e ripresa da Monk e Ornette Coleman negli anni cinquanta, nonché nome di una disastrosa operazione di guerra da parte degli Stati Uniti durante la guerra in Vietnam. Jazz multilingue dunque, ma anche divertente e impegnato. Bravo Di Castri a portare a termine un’operazione tanto difficile senza tirarsi, concedeteci la battuta, la zappa sui piedi.

Voto: 7.0
Brani migliori: The Monk Page, Carolina Moon.

Written by Luca

15/09/2009 at 08:02

50’s morti e 60′ feriti – Io & i Gomma Gommas

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L’idea è semplice quanto furba. Riproporre una manciata di brani italiani quasi tutti ultrafamosi riarrangiandoli in chiave punk-rock. Modugno, Celentano, Nada, Little Tony, i Nomadi e via dicendo ma col bpm tirato al massimo. Degli Io e i Gomma Gommas si potrebbe dire che fanno di necessità virtù – perché scrivere canzoni nuove, e magari non troppo belle, quando ce ne sono di così tante e fantastiche da risuonare? – ma in realtà questo quintetto anconetano ama la musica italiana e seppur a modo proprio la promuove, facendo il verso ai Me First and the Gimmes Gimmes (la band di Fat Mike dei NOFX che oltreoceano compie più o meno la stessa operazione). Il titolo di questo secondo lavoro, 50’s morti 60’s feriti, rivela anche un’attitudine al cazzeggio che è tutt’uno con il taglio dato ai brani che sono veloci, melodici e divertenti. Certo, quattordici tracce tutte così possono stancare i non amanti del genere e, d’altra parte, se è vero il discorso di sopra sulla necessità che si fa virtù è ancora più vero che la virtù massima rimane comunque quella di ascoltarsi gli originali. Ma gli Io e i Gomma Gommas puntano ad un pubblico che degli originali non saprebbe che farsene, almeno quando l’intento principale è pogare e divertirsi. In questo senso il loro progetto funziona alla perfezione. Un po’ meno su disco, dove già al primo ascolto affiora un po’ di noia. Qualche traccia originale, ma con l’identico spirito goliardico, sarebbe di sicuro giovamento.

Voto: 5.2
Brani migliori: Il ragazzo col ciuffo.

Written by Luca

15/09/2009 at 07:59