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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for maggio 2008

Lampo – Gianmaria Testa (Egea Music, 2007, ristampa)

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Plauso ad Egea Music che distribuisce in Italia la ristampa di uno dei dischi più belli e introvabili di Gianmaria Testa. Lampo esce nel 1999, poco tempo prima che il cantautore piemontese oggi ex-ferroviere (ma allora ancora in attività) riesca piano piano anche in Italia a rompere quella cortina di fumo che qui da noi lo lasciava nel mare magnum dei semisconosciuti – mentre il pubblico francese già da tempo ne tributava i meriti – e che solo con l’ultimo lavoro “Da questa parte del mare”, uscito l’anno scorso, sembra essersi definitivamente dissolta.
Dodici le canzoni, di cui undici autografe e una presa in prestito da repertorio di Arthur H (Petite reine), dalle quali tutt’oggi Testa preleva buona parte delle scalette dei suoi concerti. Brani come Polvere di gesso, Gli amanti di Roma (con Riccardo Tesi e Rita Marcotulli rispettivamente all’organetto e pianoforte) e la stessa title-track sono infatti punti fermi delle sue esibizioni, e non è un caso, perché fatto un rapido bilancio anche all’interno della track-list del disco sono tra le migliori. Ad esse aggiungiamo anche la fibrillazione acustica de L’alberto del pane (che anticipa parzialmente le tematiche migratorie di “Da questa parte del mare”) e l’onirica Comete, a cui un arrangiamento davvero azzeccato conferisce quell’atmosfera da favola eterea perfetta per il testo.
Le restanti, poi, si difendono assai bene e dimostrano il marchio di una scrittura che dall’esordio di Montgolfières fino ad oggi è andata affinandosi, non lasciando nulla per strada in quanto ad ispirazione. Se qualcuno non conosce ancora Gianmaria Testa, cominci pure da qui. Se ne innamorerà in un Lampo.

Voto: 8.6
Brani migliori: Polvere di gesso, L’albero del pane, Comete.

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Written by Luca

13/05/2008 at 09:53

La chiave del 20 – Uochi Toki & Eterea PostBong Band (Wallace, 2007)

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Nel gioco “Uochi Toki fanno rap, meta-rap o cos’altro” passiamo subito la mano. Napo dice cose, rimando geniale con abusi feticisti di metafore e osservazioni acute. Rico cola basi, minando il campo di piccole cluster rumorose e indocili. Vi basti questo come descrizione essenziale di cosa fanno i due alessandrini, giunti a casa Wallace per il loro quarto disco e questa volta in compagnia degli Eterea PostBong Band.
I primi tre lavori, usciti molto underground dal 2003 ad oggi (Vocapatch, Uochi Toki, Laze Biose) staccano di almeno un punto questo La chiave del 20, concept urticante su un sabato sera di Napo Rico e compagnia in una discoteca alla moda di una qualsivoglia provincia italiana (la chiave del titolo usata come pass, ovviamente). Il distacco però non evita ai due savonarola urbani di esibire il loro biglietto da visita cosparso di calce viva, ed il lavoro da entomologo di Napo trova pane per il suoi denti nel bestiario tendenziale di chi si brucia e fotte, ma con style. Rico, dal canto suo, imbastisce basi più compatte di un tempo, a volte sfiora la normalità ma si libera maggiormente nel finale coi bordoni scuri e industriali di Babek e l’epilessia da videogame di La colazione e i campioni.

«Quando c’è da fare il pirla in giro io mi metto in tiro»: Rotta per causa di Egon cita nel titolo un passato da cui nessuno ha più avuto scampo mentre la situazione cresce, in realismo e disadattamento, fino al culmine di In da club: «la pista è piena di ragazze che si notano come delle svastiche», «vado in bagno perché l’odore di merda mi ricorda che qui la gente è umana». L’humus logorroico da cui Napo pesca immagini, improperi, luoghi comuni e metafore spicca nella sua massima potenza espressiva: «venti euro, bella raga kebap per tutti!».
Gli perdoniamo i siparietti con vocine e situazioni casalinghe post-adolescenziali che pure Elio e compagnia si sono stancati di fare, anche perché ad inframmezzare alla grande ci pensano gli onnivori e bulimici Eterea, che impastano strumentali marmorei di rock, funky, dance e quant’altro (Scle-dance), simil-sirtaki plasticati e sardonici (Salsa bianca) e tessiture cinematiche con dovuti omaggi alle badalamentiane «musicazze» di Twin Peaks (Scle-trance). Tutto molto bello e benfatto, ci piacerebbe ritrovarli così vigorosi e dinamici in una prossima uscita autonoma. Per quanto riguarda gli Uochi: bravi ma più bravi un tempo. Certo che anche noi, però, siamo un po’ dei rompipalle.

Voto: 6.8
Brani migliori: In da club.  

Written by Luca

09/05/2008 at 16:36

Uno – Marlene Kuntz (Virgin, 2007)

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Ci sarà da divertirsi ad osservare l’umore del pubblico dei Marlene Kuntz quando dal prossimo gennaio troveremo le canzoni di Uno in mezzo a tutto il restante repertorio “classico” della band di Cuneo. Ci auguriamo di sbagliare, ma la reazione non sarà delle più entusiaste, almeno nel lì ed allora del rito live, dove certi brani, per una questione esistenziale fatta di frasi trascritte sui diari e versi mandati a memoria da urlare sotto il palco, non possono certamente mancare – e chi se ne importa delle esigenze artistiche di Godano e soci: noi vogliamo Sonica e non se ne parli più.

Uno fa selezione all’entrata, tira quella stoccata definitiva che da “Che cosa vedi” in poi i Marlene hanno cercato in modo sempre meno tentennante, consegnando ai posteri pure qualche mezzo capolavoro (il sottoscritto non finirà mai di adorare Bellezza) e rimanendo sempre su livelli più che accettabili. Le chitarre ci sono ancora tutte, ma a sorprendere è l’armamentario pop – un pop dalla grana nobile, di classe – che è stato costruito intorno alle canzoni, per merito di un gran lavoro in studio sugli arrangiamenti (in aiuto Cosma, Sciavolino agli archi e Maroccolo produttore) che presentandosi il più delle volte stratificati si lasciano scoprire man mano aumentino gli ascolti.
Archi e vibrafoni, elettronica (praticamente in tutti i pezzi) e pianoforte, scrittura che si arrotonda e in almeno cinque episodi sforna fatte e finite canzoni leggere ma nel senso marleniano del termine. E poi un’esigenza di cercare soluzioni sensibilmente diverse dal passato che sui sessanta minuti scarsi di Uno si gioca tutte le proprie carte, rischiando e a volte pagando la voglia di nuovo ma riscuotendo pure qualche episodio notevole: in pratica, cosa saranno i Marlene in futuro è probabilmente già scritto in queste dodici canzoni, senza che però esse riescano ogni volta a realizzare quanto promesso.

Le tre iniziali aprono al vertice, dopo sarà difficile eguagliarle. Canto ancheggia elegante ed un po’ allucinata tra beat e vibrafoni; Musa (ispirata dalla biografia di Nabokov scritta dalla moglie) lascia che il pianoforte di Paolo Conte s’insinui distinto e sornione in quella che del lotto è la prima pop-song leggera; 111 prende il via eterea e siderale, slacciandosi poi in rumori e claustrofobie con Godano a gigioneggiare demoniaco. Da lì in avanti si sta sulla difensiva con qualche buon sussulto: Canzone ecologica (testo da due poesie di Tiutcev e Mandel’stam) leviga e indolenzisce sul contrabbasso sottolineato di Greg Cohen; Fantasmi raddoppia le atmosfere d’oltretomba con una messinscena di ululati, theremin e voce gracchiante (Cave, Waits, fate un po’ voi); La ballata dell’ignavo apre sulla mano elettronica di Maroccolo spazi sinfonico-cinematici tra wurlitzer, grancassa, timpano e glockenspiel. Verso il finale invece i due tonfi più dolorosi: Sapore di miele, specie di cavalcata blues-rock che a quel punto proprio non ti aspetti, dimostra che quando Godano calca troppo la mano sul suo decadentismo fuori tempo massimo il rischio di cadere nel ridicolo c’è davvero; Stato d’animo (citazione da Nick Cave tra le righe) mischia e pasticcia tutti gli ingredienti usati fino a quel momento con istinti da guitar-band tenuti poco a freno.

Nulla di così grave comunque per un lavoro che, noi crediamo, rimarrà nella discografia del gruppo come un episodio importante nel suo essere di transizione. Se dovessimo etichettare oggi i Marlene Kuntz sottoscriveremmo a piene mani la definizione pop d’autore, in attesa che dei due termini d’etichetta sia il primo nei prossimi dischi ad essere ulteriormente calibrato. Per il secondo, che per noi significa anche e soprattutto ispirazione, sembra che questa, seppur altalenante, continui ad esserci. In attesa che dopo gli interventi nel booklet di alcuni scrittori a fianco dei testi (belli quelli di Scarpa e Lodoli) sia proprio Cristiano Godano (qui sotto le mentite spoglie di Ann Relke Mutz ed E. Kurf Zelmann, ovvero due anagrammi di Marlene Kuntz) ad esordire, per Rizzoli, sulla pagina scritta.

Voto: 6.5
Brani migliori: Musa, 111.

Written by Luca

09/05/2008 at 10:03

Come un fiore – Stefano Giaccone (La Locomotiva, 2007)

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Forse quando ci si accorgerà della rinascita di Stefano Giaccone dopo i Franti sarà ormai troppo tardi. Perché non capita sempre, e comunque a pochi, di infilare due dischi del genere uno dietro l’altro: “Tras Os Montes” dell’anno scorso e questo Come un fiore, che riprende l’intima nudità del suo predecessore in un concept sulla morte come accadimento estremamente doloroso ma naturale dell’esistenza di ognuno. Oltre al solito Dylan Fowler, ormai spalla fidata del nostro, partecipano Airportman, Art, Ale Malaffo e due Perturbazione, i quali mettono voci, strumenti, arrangiamenti e interi brani per una sorta di lavoro di gruppo che, non perdendo nulla in omogeneità, emerge comunque e soprattutto come un’opera di Giaccone.

Le storie che stanno dietro un disco sulla morte si possono benissimo immaginare, ancor più se nella maggior parte dei casi rispettano i crismi di certo folk anglo-americano che qui va per la maggiore, tra arrangiamenti sempre essenziali di acustiche e pianoforti con fiati, tastiere e percussioni ad alternarsi di contorno.
Amicizie finite troppo presto e senza una speranza ulteriore («il crocifisso sopra la barella è un semplice crocicchio di legno; / niente di diverso dal tuo corpo, ricomposto sopra la barella» in Cielo), oppure distrutte da accadimenti che lasciano senza fiato (la durissima Leo). E poi murder-ballad rumorose su omicidi d’amore (la title-track), scomparse di fratelli troppo lontani la cui normalità è ancora più sconfortante («da tre mesi mio fratello era morto / l’immondizia riempiva ogni stanza al soffitto / i regali nella carta imballati / regalati non sono mai stati» da Mio fratello minore) ed altre di degrado sociale (l’anti-tatcheriana Albion, emozionante cover del cantautore inglese Chris Wood) e soprattutto umano (L’uomo dentro).

Il tutto raccontato in maniera estremamente composta e senza alcun clamore, quasi come una presa d’atto difficile ma inevitabile a cui è possibile contrapporre solo il riparo della memoria. «Adesso sì / adesso che tu vai lontano / il mio pensiero / ti seguirà / sarò con te / dove sei» canta Giaccone in compagnia di Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione nella bellissima rilettura di Adesso sì di Endrigo. Un brano che,  posto proprio al centro del disco, rappresenta tutta la malinconia e la vitalità di chi, nonostante tutto, vuole continuare a (soprav)vivere.

Voto: 8.4
Brani migliori: Cielo, Mio fratello minore, Adesso sì.

Written by Luca

07/05/2008 at 15:19

Fine della storia – Francesco Camattini (Radar, 2007)

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La title-track non cita Fukuyama ma riscrive finali di fiabe a piacimento (qualcosa di simile fecero i Nomadi periodo Daolio ne “I ragazzi dell’Olivo”) e anche tutte le altre rubano e prendono in prestito da questo o quell’altro autore che quasi ci si fa una biblioteca: Auden, Dante, Leopardi, Calderon de La Barca, Ovidio (in latino). Francesco Camattini ha un certa confidenza con la letteratura ed i suoi pezzi se ne nutrono senza troppe remore di ostentazione, tanto che il rischio di risultare alla lunga un po’ libresco c’è. Qualcuno a questo proposito lo affiancherà al professor Vecchioni ed in effetti Fine della Storia, terzo lavoro dal 1999 ad oggi, è un classico disco di cantautorato italiano come tanti se ne producono in Italia ogni anno. Se non altro però viene difficile accostare Camattini ad un grande nome in particolare: la sua è una canzone d’autore con tutti gli stilemi del caso, le solite parole curatissime e la solita musica di contorno (jazz, swing, svisate tanghere, un calco rock d’occasione), ma è anche una canzone d’autore che cerca e in alcuni casi trova una sua autonomia. Contrabbasso, batteria, pianoforte e acustiche fanno il loro dovere, ad un certo momento spunta pure una banda festosa (Son felice), più in là un’orchestra intera che però spinge troppo sul lato melò del brano (La caduta rinnova la cacciata di Lucifero dal paradiso gonfiandola di non poca retorica). Sono tutte piccole variazioni che rendono l’ascolto piacevole e meno standardizzato del solito – come nel latino virato tango della frizzante Eco e Narciso – ma sono altre le strade da percorrere per lasciare sul campo qualcosa di importante. Riprovarci, dunque. Con la stessa dignità e un po’ più di coraggio.

Voto: 6.2
Brani migliori: Eco e Narciso.

Written by Luca

07/05/2008 at 12:04

Io non sono come te – Moltheni (La Tempesta/Venus, 2007)

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Vira deciso al folk, relegando in secondo piano le rotondità pop di “Toilette Memoria”, questo ep di Moltheni. Sei tracce (una strumentale) registrate tra Bologna e Milano e mixate a Göteborg da Kalle Gustaffson con l’aiuto di Josè Gonzales, che proprio al cantautore metà svedese metà argentino sembrano rifarsi a partire dal suono caldo ed estremamente intimo. Questa caratteristica, un odore di legno analogico che pervade tutti i pezzi, sembra essere la novità principale rispetto al recente passato del nostro, qui concentrato soprattutto sul versante melodico-ambientale dei pezzi. Batteria a casa, sono infatti mantra e puntinismi di rhodes a ricamare sulla chitarra acustica sempre arpeggiata, mentre la voce cerca sfumature medie, quasi pastello (un pastello naturalistico e per nulla naïf, come quello dell’immagine in copertina).
Insomma, disco con dietro un gran lavoro di colori e tonalità al fronte di un livello qualitativo dei pezzi che non raggiunge quello del proprio predecessore, lasciando comunque spazio ad alcuni episodi piacevoli. Dovendone scegliere due, optiamo per la delicata e ipnotica Montagna nera e la psichedelìa di voci stratificate un po’ alla Battiato di Io non io. Troppo poco? No, per un disco evidentemente complementare che, andando fino in fondo all’anima folk del suo autore, cerca di chiudere un percorso per rinnovarlo o addirittura per aprirne uno del tutto inedito. Dunque, dopo tanto peregrinare (da Sanremo al quasi ambient-pop passando per l’elettricità stoner) e un approdo saldo lungo queste coste, aspettiamo di sapere quale Moltheni ci riserverà il futuro.

Voto: 6.3
Brani migliori: Io non io.

Written by Luca

06/05/2008 at 15:50

Le ultime tracce di Mr. Tango – Quinto Stato (Midfinger/Venus Dischi, 2007)

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Rock italiano. Ovvero, come spesso accade, rimbalzare a più non posso tra Sonic Youth, dEUS, Marlene, Afterhours e via dicendo. Ci mettessimo a fare un censimento di quanti si sballottano tra i nomi sopra citati, probabilmente non finiremmo più: tanto sottobosco certo – perché quanti epigoni (epigoni di epigoni, a volte) sono arrivati alla fine anche solo uno scalino al di sotto degli imitati? – ma tanto sottobosco esteso per ettari ed ettari. Un loro appezzamento in mezzo a tutti questi campi l’hanno anche i Quinto Stato. Ma è un appezzamento ben tenuto, con la recinzioni pronte a fare entrare chi è giusto e a tener fuori chi farebbe danni, coltivato con poche varietà di verdura ma rigogliose. Passa ogni tanto dalle loro parti un vecchio (vecchio?) rocker italiano di nome Giorgio Canali, che per il raccolto di Le Ultime Tracce di Mr. Tango ha seguito tutte le fasi della lavorazione, e come al solito si sente.

Non c’è una rivoluzione in zona Quinto Stato – a quella dovevano pensare i braccianti di quel quadro (prima della nascita del Partito Democratico, s’intende) – ma la conferma che anche il rock italiano, pur derivativo quanto volete, con quelle due o tre cose a posto il suo dovere lo fa. Quelle due o tre cose a posto qui corrispondono alla resa cementizia di batteria, due chitarre e basso e soprattutto al songwriting di Giovanni Fanelli, bravo a declinare la concettosità dell’omonimo esordio (anno di raccolto duemilatre) in una serie di testi decisamente più viscerali e d’impatto. Aggiungete a tutto questo una dose al bilancino di volontaria teatralità che rimescola un po’ le carte e scalda quanto basta la barcollante Mr. Tango e la poliritmica Bacon, quindi ricordatevi che uno dei pezzi italiani dell’anno potreste trovarlo proprio tra queste dieci tracce. Si intitola Cani surgelati nello spazio e spara con la stessa rabbia apocalittica e disincantata di quel signore di sopra su tutte le porcherie che ci vediamo intorno. Le altre tracce non arrivano alle stesse altitudini ma delle dieci noi ne casseremmo solo una (Senza filtro fa un po’ troppo stereotipo rock, anche nel testo), riservando alle altre più dei tre canonici ascolti da recensione. Mica male per un disco di rock italiano. Ancor di più per un disco di rock italiano un po’ rimbalzino.

Voto: 7.4
Brani migliori: Bacon, Cani surgelati nello spazio.

Written by Luca

06/05/2008 at 09:57